Recensioni

Dodicesima edizione del festival elettronico torinese e numeri alla mano – Xplosiva, l’ente organizzatore, parla di trentamila presenza pulite – anche quella di maggior successo di sempre. Rassegna di assoluto livello internazionale, con tanti e grossi nomi in cartellone e i tentacoli sempre più allungati a trecentosessanta gradi per contrastare tutte le crisi possibili (è l’unica): grandi joint venture con enti (regione, provincia, comune, RAI, istituti come lo IED) e marchi (Redbull, Carhartt, tutti i webmagazine di informazione elettronica che contano) e dilatazione spazio-temporale, ovvero preview ad anticipare (noi abbiamo seguito Mala in Cuba il 27 ottobre all’Auditorium Rai) e code a seguire, con puntate fuori dal centro nevralgico dove il festival vero e proprio poi si svolge e quindi eventi a Milano (i Liars ai Magazzini Generali il 28 ottobre) e addirittura Londra (con One Circle, Esperanza, Daniele Baldelli, Lucy, Lory D e Giorgio Valletta al Village Undeground il 18 ottobre). Formula e ingredienti vincenti, soprattutto se si tiene conto della quantità di proposte interessanti e sul pezzo sotto il profilo della qualità, bilanciate alla necessità di fare numero e fare cassa (cassa rigorosamente in quattro: la notte del 10 al Lingotto, con i dj del padiglione principale a pestare techno come se non ci fosse un domani). Buona anche la gestione della logistica, con i pullman per gli spostamenti più lunghi – Flying Lotus a Venaria l’11, almeno venti minuti di auto da Torino – garantiti previa semplice prenotazione via mail.

8 novembre

La maratona del Club to Club 2012, lunga quattro intensissimi giorni tra sessioni pomeridiane a ingresso libero e set notturni anche in parallelo in location diverse (la sera del 9), comincia il pomeriggio dell’8 novembre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Si attacca con uno dei nomi più rapprentativi dell’hype now nel mondo dei producer, fatto di giovanissimi – lui ha 22 anni ma ne dimostra anche meno – che fanno tutto in cameretta col pc, uppano le tracce sul Tubo e creano un buzz da paura, subito intercettato dalle label giuste. Joshua Leary aka Evian Christ è stato intercettato quando ancora non si sapeva chi fosse dalla TriAngle, che gli ha pubblicato a inizio 2012 il free mixtape Kings and Them, in pratica la raccolta delle produzioni che il ragazzo aveva caricato sul videosocial nei mesi precedenti. Armato di paddini e sequencer, nella location sicuramente lussuosa ma un po’ penalizzante per questo tipo di suoni – sostanzialmente rappusissimi – del mini Auditorium (tutti seduti composti come in un’aula universitaria), Evian riesce a rompere il ghiaccio con il suo compattissimo ibrido dance – crunk/thug rap/bounce/juke/trap i tag più o meno interscambiabili che sono stati spesi per lui – appiccicoso e tetramente atmosferico, dominato dalla dark ambient sotto e dai sample vocali cattivissimi sopra che sappiamo. Scoppi ipercinetici di terzine sul charleston e bassi supersubwoofer, passaggi di rullante ragga e momenti praticamente horrorcore, il tutto – accolto con esaltazione da un pubblico seduto sì, ma che non può fare a meno di muoversi a ritmo – si chiude, dopo cinquanta minuti scarsi, con una lunga coda sul manifesto Fuck It None Of Ya’ll Don’t Rap. Ultima parte del set potentissima e da incorniciare.

L’altro ventiduenne accasato TriAngle, Sebastian Gainsborough aka Vessel, suona nel caldissimo – proprio come temperatura – Cube, la piccola saletta adiacente l’Auditorium. A occhio molto meno goth che su disco, attacca con un wonky spacey giocoso e glitchato, su una base di ambience sporca e polverosa. Passano i minuti e la palette si va inspessendo e inscurendo, fino ad arrivare – eccoci – a un mood perfetto per un Blair Witch Project, tra stratificazioni che per strano che possa sembrare ce lo fanno taggare come barocco e un basso a tratti praticamente wobble. Via di electro trivellante, con un rullante che sono scudisciate metalliche e inserti microfilth; e poi un pezzo che è praticamente latin hardcore, ottusissimo, con un bel gioco di percussioni incrociate a costruire un trattore tribaltechno da rave. Impatto meno immediato di Evian, ma comunque ottimo set.

Chiude la session pomeridiana il torinese Daniele Mana aka Vaghe Stelle, che avevamo già visto e lodato in apertura a Falty DL all’Astoria. Armato di Mac, paddini e iPad, sempre superpsichedelico, suona qui meno liquido e meno astratto, più tosto e con take assai più dancey. Irresistibile il pezzo elettro-rock epico di metà set e quello che, con sopra dei vocal adeguati, potrebbe davvero essere la sua Idioteque.

Con nelle orecchie pareri discordanti sullo spettacolo di Jeff Mills con i visual di Claudio Sinatti al Teatro Carignano, arriviamo al centralissimo Lapsus di Via Principe Amedeo – bel locale dalla struttura e dal mood underground – verso mezzanotte e mezza. Già decine di metri prima dell’entrata certe scene di devasto da fine sabato, da post-capodanno o roba simile ci fanno capire che sarà una bolgia. E’ una bolgia. Locale strapieno e strapieno di fantastiche caricature indie, hipster e tamarre che sarebbe da fotografarle. Fuori si gela, dentro è un forno da maglietta o da torso nudo (e qualcuno infatti osa). La sala è così piena e il pubblico così caldo che si decide oculatamente per l’inversione degli act e allora il nome di punta Lone suona già all’una invece che alle due. Riascoltando l’ultimo Galaxy Gardens qualche giorno fa ci era sembrato molto meglio di quando l’avevamo ascoltato e recensito, e qui Lone vince tutto restando stratificato ed esaltando comunque i suoi serpentini saliscendi tastierosi, ma in una chiave intelligentemente dancefloor e hardcore, basti vedere che sulla bella caraibica Lying in the Reeds non rallenta a un certo punto il tema – suonato in ogni caso acceleratissimo – come da spartito, ma va dritto come un trattore. Ottimo.

Usciamo poco prima che finisca e in mezzo alla bolgia (quelli che sono fuori per fumare, altri che passano per andare via, la gente – tantissima – che preme sulle transenne per entrare), in un angolo, adocchiamo una faccia conosciuta: Steve Goodman. Kode9 sta parlando con uno degli organizzatori, ma per il resto tutti gli altri gli strisciano accanto – e addosso – senza fare una piega. Occasione ghiotta e allora noi ci facciamo avanti. Ne viene fuori una lunghissima chiacchierata (di conseguenza ci perdiamo i Teengirl Fantasy), lui inaspettatamente cordiale, di immediata simpatia, e tra le altre cose — università (ha mollato il posto alla University of East London perché stanco di “fare teoria e di parlare”), Italia (“it’s always a funny mess here”), semiotica (“I am quite sceptic about it, and about musicology too”), LVSebenza (“a landmark album”), Spaceape (“a free mixtape it’s gonna be released next week”), nuove produzioni firmate Kode9 (“for 2013 I just wanna stop and shut myself up in the studio to produce new stuff”), il suo libro Sonic Warfare e la sua tesi di PhD sui vortici — ci conferma il rumour su un suo dj set a sorpresa, prima di quello vero e proprio che terrà l’indomani all’Hiroshima dalle 3 alle 6 del mattino, in cui metterà musica inedita firmata Burial. Benissimo.

Ci raggiunge Lone, preso un po’ male per un problema tecnico che pare abbia sparato a palla alcuni canali del mixer mettendone altri quasi a tacere; Kode9 conferma: “at a certain moment it seemed to me you were just playing beats“. Risate, ma il nostro va giù di “fuck” e “shit”. Ecco spiegato il piglio hardcore di cui sopra, comunque confermato come mood scelto per la serata, ma non fino a questo punto.

9 novembre

Sempre alla Fondazione Sandretto, sempre all’Auditorium, stavolta location adattissima, si tengono le Kode9 Listening Sessions, ovvero molto semplicemente l’uomo, introdotto brevemente dal sound designer italo-argentino Painè Cuadrelli, che mette su alcuni pezzi tra i suoi favorites e li commenta. La cosa è molto interessante – e ovviamente il gioco è anticipare cosa metterà e riconoscere i pezzi – anche se in fondo non ci sono sorprese ma solo tante conferme: ovviamente il Timbaland chirurgo del nu-r’n’b Novanta, ovviamente l’electro-wave dei concittadini The Associates (quando può, li tira fuori sempre), e poi il Miles Davis madido di freefunk di On the Corner (ovvero, insieme a Bitches Brew, quello statisticamente più influente tra i producer), Method Man, un Terror Danjah come sempre specialista del grime breakato altezza primi Duemila, un bellissimo remix dei Sa-Ra, un po’ di robe trap e poi due pezzi bellissimi ma non-sappiamo-di-chi ovvero la glitch techno alla Basic Channel di Drift e un coloratissimo siluro jungle intitolato This is LA.

Kode9 mette su il suo classico 9 Samurai, con ben in evidenza il sample da Fumio Hayasaka, e fa ascoltare a sorpresa anche un pezzo inedito, addirittura ancora da completare, che non vedrà la luce prima del 2013: è una bomba, una delle cose più hardcore e coi bpm più spinti che di suo ci sia mai capitato di sentire. Lo aspettiamo in versione definitiva come singolone.

Nessun dubbio allora su quale delle tre serate seguire: lasciamo Regis e Mills allo Chalet e la compagine Löffler-Clockwork-Mayer-Rampa spalmata tra il Fluido e il Gamma (tutti in zona Parco del Valentino) e andiamo al mitico Hiroshima Mon Amour di Via Bossoli per la Hyperdub Night, con artisti del roster della label e altri – da quel che abbiamo capito alle Listening Sessions – selezionati sempre da Kode9.

Ottimi i dj set di riscaldamento dei torinesi Guido Savini dei DID in sala grande – penalizzato però da un orario che lo ha fatto suonare davanti a pochissimi – e di Thelicious & SUBLMNL nella sala piccola, che hanno monopolizzato per ore infiammandone il già stipatissimo pubblico.

Verso mezzanotte, come anticipato, sale in consolle Kode9, per un set di poco più di mezz’ora – e con ancora poca gente in pista – tutto incentrato su pezzi nuovi di Burial. E’ il Burial intensamente atmosferico che conosciamo, con un piede dentro a certo trip hop fumoso alla Massive Attack, con quei vocal ubersoul, con quella ambience un po’ compiaciutamente desolata, con quel rullante legnoso solo suo; ma è anche e soprattutto il Burial post-Moth, quello housey, minimal e a suo modo solare che vuole fare ballare. Lo dimostra il motivetto che apre come un sorprendente squarcio di luce del primo mattino verso il ventunesimo minuto, uno scampanellio gioioso che si riaggancia appunto ai sorrisi agrodolci dei piccoli tocchi di Moth. Bellissimo anche il pezzo conclusivo – in totale saranno stati cinque-sei i brani, variamente dilatati e allungati – con sapori che al rullante inconfondibile del nostro – che a inizio set era meno in risalto del solito, immerso tra bassi e superbassi – affiancano umori dark wavey, sinistri e nordici che ci ricordano i Darkstar. Vedremo se tutto questo farà parte di un nuovo album [trovate l’intero set di qui sotto in embed].

Sala grande. Jack Latham aka Jam City apre con un pezzo di metallica techno ma poi per un’ampia ampissima sezione del suo dj set va di amori disco-house abbastanza classici se non proprio nostalgici (diciamo affini a certe cose Scuola Furano), ma allo stesso tempo mutanti, capaci per esempio di sostenere coi propri cut di chitarrina funky un basso monstre che apre a una ottusità timbrico-ritmica da rave o a loop praticamente trance. Ottimo gestore del flow della musica e ottimo intercettatore degli umori della sala. E’ uno dei pochissimi di tutto il festival ad avere armeggiato anche coi vinili.

Bolgia totale nella saletta piccola per un Actress davvero selvatico e mannaro, che fiuta la voglia del pubblico di scatenarsi (e pensare che stava rischiando di non suonare per un banalissimo problema tecnico, risolto con un semplice off-on). Bassi penetrantissimi e texture dense e uberascensionali per lui, che in pratica si remixa in chiave hardcore, da Splazsh a oggi.

Laurel Halo. Apre con una lunga lunghissima intro ambient Kraut e in totale mood minimal psych trance (sono queste evidentemente le fonti della sua quarantena hypnagogica, via apprendistato Oneohtrix Point Never). Ma subito cambia registro e pompa massimalista, puntando tutto su bassi e timbri gommosi in chiave house/tribalravey (è questa una tendenza chiara di molti artisti per questo Club to Club: rileggersi in chiave dancefloor incattivendo il proprio suono).

Di nuovo nella sala secondaria, con Actress che lascia il posto ai Disclosure. Anche il freschissimo duo londinese fa il suo e per un’ora piena è UK house/tech-house senza fronzoli, cassa avvolgente e ritmo sostenuto, a favore di un pubblico schiacciatissimo ma che non vuole fermare l’euforia. Sembra la serata in cui tutti vogliono ingraziarsi i desideri innati della dance viscerale, sacrificando se è il caso i propri istinti a stupire.

Ci affrettiamo a tornare sotto il palco principale, dove c’è uno che non aveva molte possibilità di movimento in una serata come questa: Scratcha DVA, sulla carta il più stilisticamente ortodosso nella lineup all’Hiroshima e tra quelli – pensavamo – meno propensi alle vibe del club. Tutt’altro. E’ l’esibizione più sorprendente della notte. Lui vestito da Rayden, con tanto di visual presi da Mortal Kombat, stupisce proponendo ogni tipo di avanguardia ritmica UK recente, aggressiva e sghemba, mai uguale a sé stessa, dove cose come il funky e i TNGHT sono solo le scelte meno estreme.

Ed è proprio lui il migliore traghettatore possibile verso le 3 ore di dj set di un Kode9 che si diverte come un matto a spiazzare: tutta la prima mezz’ora è amore puro verso la I Love Grime appena uscita su Rinse, un impeto di negritudine che non ti aspetti; poi le cose si evolvono verso la coolness now UK toccando footwork (sapevate che era una delle sue nuove passioni, no?), fidget e Rustie. Ed è forse proprio Rustie a ricordare al pubblico che il main act è poi la notte seguente, fatto sta che dalle 4:30 la sala si va svuotando, mentre mr. Hyperdub continua la sua prova, vincendo senza appello la sfida a distanza con l’altro big del gran finale, mr. Hotflush Scuba.

10 novembre

Di pomeriggio perdiamo Kuedo e Kate Wax alla Sandretto. La sera siamo prestissimo al Lingotto Expo. Fuori piove e l’enorme padiglione con il palco principale sarà gelato fino a quando non si sarà riempito di gente a notte tarda. Ma sarà ancora e comunque presto. Teniamo su il giubotto e guardiamo la chiacchieratissima russo-siberiana Nina Kraviz. Lei sussurra con poca convinzione ma con affettate pose da diva sotto una pulsante electro molto di base, affiancata da un omone (s)fasciato in stile sadomaso che ancheggia, anche lui armato di microfono. E’ in qualche modo il suo uomo-feticcio, il suo Mangoni [vedere foto qui sotto]. Cambio d’abito e spuntano fuori anche due ballerine. Lo spettacolo è a suo modo divertente (leggi tenero/ridicolo, o grottesco, se si preferisce), sicuramente la cosa fa scena, e lei bella è bella, ma alla musica diamo senza troppi giri di parole zero.

 

Segue Clark che, con un’ottima alternanza di ingredienti, altrettanto senza troppi giri spacca. Scappiamo nella sala piccola, la Saletta Rossa (che prediligeremo per tutta la serata), praticamente un container piazzato in un angolo del padiglione principale, rossa immaginiamo soprattutto per la temperatura, con qualcosa come quindici gradi di differenza dentro-fuori. Sul palco John Talabot, smascherato e in duo, impegnato tra pad, paddini, microfono e pezzi di un set di batteria. Ottimo il suo live, con pezzi discohouse con efficacissimi sample di voci femminili, tutto di grande cantabilità. Pubblico entusiasta.

Set dell’attesissimo SBTRKT, amato e accolto come un divo, interamente dedicato a tutte le possibili sfumature della black in declinazione house. I pezzi autografi salutati da ovazioni e cantati dal pubblico come fossero dei classici, a partire ovviamente dalla bellissima e appunto già classica Hold On con i vocals di Sampha.

Rustie. Se il pubblico fosse stato seduto, sarebbe stata una pippobaudiana standing ovation per il ragazzo inglese. Che ha fatto quel che doveva fare, puntando di potenza sui suoi suoni smaltati e gommosi, in un bignami perfetto del suo giocoso massimalismo (a tratti davvero da stadio), tra tastiere lazer, rullanti scroscianti e passaggi che frullano tutto il frullabile. Le sue lame di vetro affondano sul serio.

Ital su disco non ci ha fatto impazzire, ma il suo live è stato intenso, potente e letteralmente spaccatimpani. Lui – l’unico coi visual che erano la ripresa in tempo reale di quello che combinava tra pc, cavi e pad – quasi animalesco, si agita, suda, scalmanato, concentrato a tirare su un iperenergetico muro hardcore. A un hertz e a un decibel di distanza dal noise.

Shackleton ha dimostrato di essere un musicista di classe, con la scelta coraggiosa di non piegarsi a esigenze di alcun tipo e proponendo esattamente le sue cose come le sa fare, cioè da dio. Ha attaccato alle quattro con un mood spiritato ed estatico, per poi assestare la sua tribal minimale sulle consuete variazioni e stratificazioni fatte di accenti che cambiano e poliritmi che si intrecciano: lui è uno dei pochi per cui ha senso impiegare questa abusatissima parola, poliritmo, dato che mette assieme sul serio ritmi diversi, piazzando su una pulsazione in 3 altre linee ritmiche in 4 e così via. La sua tribal matematica ma avvincente non ha trascinato la sala; il pubblico ha però seguito questo cambio radicale di colori e ritmi come possibile.

Intanto, sul palco principale, dopo il set di Clark, è andato in scena lo spettacolo “techno for the masses”: da mezzanotte e mezza alle sei infatti non si è fatto altro che dare a un pubblico enorme e affamato una sfilza ininterrotta di semplicità e sensazione dance, con poco spazio a inventiva, scarti d’intelligenza o prove d’abilità. Il primo è stato Apparat (uno di quelli che ha attirato più gente da ogni parte d’Italia: nei frecciarossa Roma-Torino il giorno prima non si parlava d’altro), l’unico di tutto il festival che col suo set techno – nessun ricamo, nessuna bolla, nessun tema melodico dei suoi – ci ha detto poco e ci ha anche fatto annoiare. Scuba anche lui piegato alla quantità techno del grande palco e del grande pubblico, per la serie “altro che Hotflush“, ma con più potenza e cognizione di causa. Per molti è stata comunque delusione: anche con questi presupposti e in questo contesto, da lui ci si aspettava più raffinatezza o comunque più specificità. E poi Marcel Dettmann, che ovviamente ha fatto Marcel Dettmann e dunque un’orgia di autoritarismo teutonico duro e intransigente, per il quale qualcuno potrà anche storcere il naso, ma non senza riconoscerlo come una vera garanzia per il pubblico degli appassionati. Lui è stato l’apice della serata del padiglione, con tutti – compresi gli stessi Scuba, Apparat e una Nina Kraviz civettuola gattoni vicino alla consolle – ad assistere con la massima attenzione al rito e al suo cerimoniere, senza perdersi una sola battuta.

Alla fine ecco James Holden, che ha avuto il compito facile-difficile, a seconda di come si guarda la cosa (facile perché ormai alcuni – molti – potevano ballare anche sull’antifurto di una macchina, tanto che è bastato uno stop & go o un togliere-rimettere la cassa in quattro per scatenare i boati; difficile perché gli altri bisognava – vista l’ora – non farli addormentare), di chiudere il tutto, arrivando col suo set alle 06:05 del mattino. Anche lui troppa cassa in quattro con poche pochissime variazioni, per non far distrarre le gambe di chi ballava. Ma ha poi chiuso con un pezzo fine anni Settanta/inizi Ottanta moroderianissimo, liquido e sognante, con dei bellissimi vocal femminili, che ce lo fa perdonare.

11 novembre

Di pomeriggio ci perdiamo Ad Bourke all’Astoria. La sera è la gran chiusura del festival, con Martyn, Kode9 (non annunciato, ma ormai ce lo si aspetta: è di casa) e soprattutto Flying Lotus (dopo il forfait last minute dato due anni fa per la data al Forte di Exilles, sempre da queste parti). Arriviamo al Teatro della Concordia a Venaria, venti minuti fuori Torino, in una atmosfera surreale, da Silent Hill, con una nebbia fittissima che fa sparire persone e cose a dieci metri di distanza. Martyn sta finendo il suo set e chiude con un pezzo mutant house che diventa poi scatenatissima jungle. Salutato con acclamazioni.

Ma il pubblico preme per Lotus solo lui, atteso come il divo che è, e nonostante una pressione da sardine in scatola arriviamo sottopalco. Boato, eccolo. I visual – battezzati Layer3 e sviluppati da Lotus assieme a Strangeloop e Timeboy – sono semplicemente straordinari: in pratica lui suona con una consolle inserita a sandwich tra due teli semitrasparenti, uno alle spalle, uno davanti, con effetto 3D, che sparano immagini di geometrie spaziali e naturali complesse e raffinate. Il risultato è davvero un’esperienza immersiva e sinestetica, nel cuore nell’immaginario spacey della musica di FlyLo [qui sotto in embed un estratto gentilmente offerto da eMpTVstaff]. E però Lotus doveva suonare live, il che ovviamente non sappiamo cosa esattamente volesse dire (lo abbiamo visto impegnato in live col solo laptop e in altri con tanto di orchestra e band elettrica), ma in ogni caso qui sta facendo praticamente un dj set.

Poco male, perché Steven si diverte – e fuma la sua medical marijuana – e diverte, si arruffiana il pubblico con saluti off consolle e con un bella cascata di wobble a introdurre un collagione wonky spacey. Appena la texture si dirada parte ovviamente il suo vocalist preferito di sempre: Lil Wayne. Alterna e taglia footwork, techno e swag con: I’m God di Clams Casino (è sempre pelle d’oca), ancora Lil Wayne (misteri della fede), un omaggio ai Beastie Boys, una Sleepy Dinosaur mixata con qualcos’altro, estratti da Until the Quiet Comes e specialmente i pezzi con la splendida Niki Randa, una Kill Your Co-Workers particolarmente jungle/ravey, Zodiac Shit versione supernova wonky. Steven finisce, saluta con un americanissimo “mucho grazzi” e scende sottopalco per salutare e autografare alla veloce. Ci siamo divertiti, ma – che vi dobbiamo dire – in qualche modo ci aspettavamo comunque qualcosa in più.

Kode9 sale in consolle e riprende coerente le fila del discorso rappuso e nero già lanciato nel suo set notturno all’Hiroshima, e va giù pesante di grime e di trap. Ma chiude tutto e saluta il pubblico, verso l’una e mezza, con il commovente giro di tastiere di Strings of Life di Derrick May, ovvero chiudendo – con stile assoluto e gesto da vero appassionato e vero filologo – il cerchio crono/logico delle musiche di questo festival, sotto l’ombrello caldo e accogliente di una delle più grandi perle di sempre della techno. Techno che, come abbiamo avuto modo di sottolineare, sta tornando alla grande sulla scena, con una nuova ondata arricchita dal retaggio della ormai affermata nuova tradizione dubstep.

[Con la collaborazione di Carlo Affatigato e Mirko Carera; un grazie a Elena Barolo e Erika Qualich]

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