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6.8

Sta tutto nei confini e nelle coordinate storiche. A quattro anni abbondanti dal loro ultimo lavoro, Nude Cavalcade (2015), Giacomo D’Attorre rimette insieme i suoi Clever Square e decide che i tempi sono maturi per un autoriflessione, una seduta psicanalitica in cui riversare il proprio io più profondo, concederlo per un arco narrativo di poco più di trenta minuti al pubblico e tirare così le fila della propria carriera e, perché no, di un’esistenza dedicata alla musica. Non è un caso, quindi, che in copertina compaia proprio il suo faccione, anche se opportunamente velato dai colti rami di una vegetazione verdissima e rigogliosa, così come i dieci brani che comopongono questo ritorno eponimo. Faccione e titolo eponimo: una doppia dichiarazione d’intenti che lascia poco margine di dubbio a quella che è l’obiettivo primario dell’autore, una confessione a cuore aperto su cosa voglia dire sporcarsi le mani, sul pescare direttamente dai propri eroi e “maestri putativi”, immergersi e re-immaginare un passato che con i confini italici non ha nulla a che fare.

L’anima slacker “come quei personaggi sognatori nei film di Richard Linklater”, la voglia matta di ritagliarsi uno spazio tutto proprio in mezzo al frastuono generale tipica di tanto (buon) indie-rock americano della sana tradizione di fine anni Novanta, quando a dettare le regole era esclusivamente il suono distorto di una chitarra, impregnata di quella malinconia di fine millennio che sarebbe poi confluita in tanto american indie stralunato dei Duemila: Courtney Barnett e Kurt Vile, giusto per fare due esempi, ma la lista potrebbe continuare senza esaurirsi. Così come non si esaurisce nel giro di mezz’ora il discorso di D’Attorre, il cui incipit non sembra nemmeno tale, l’apripista Are Glasses and Contats Ruining Your Vision? parte come in medias res, quasi fosse stata già iniziata vent’anni prima e solo ora portata a compimento; una lunga jam-session di ricordi, assemblati nel modo più corretto da Marco Giudici (aka Halfalib, aka tastierista di Any Other), impreziosito dalla voce di Adele Nigro (che si ritaglia uno spazio in Avocado Phishing), dichiarazione implicita di quanto quest’ultima fantastica anomalia del panorama indie italiano sia stata rilevante e caratterizzante in quest’ultimo lustro.

Il resto è un viaggio nel tempo dal sapore celebrativo (tra Pavement, Built to Spill e Sparklehorse), a cui tendere principalmente per raggiungere una definitiva catarsi personale, un risveglio dopo anni di memoria annebbiata, di minestre diluite, di amaro in bocca, di rospi (troppi) da ingoiare, sebbene l’odore di un’operazione perfettamente studiata a tavolino aleggi un po’ ovunque. Guardare indietro è l’unico modo per andare avanti, dicono, e Clever Square offre proprio questo: una rinnovata consapevolezza nei propri mezzi, un abbattere i confini nazionali per andare a correre di fianco a un compagno d’avventure che non parla la nostra lingua, ma è come se fosse di famiglia.

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