Recensioni

6.9

Nostalgico. Reduce. Irriducibile. Rimasto. Romantico. Chiamatelo come volete, ma sempre lì si va a parare: Chris Robinson non è un uomo del nostro tempo. Come non lo sono Neil Young (omaggiato fin dal titolo dell’album) e Jerry Garcia: i due santini sul comodino. Ma con vent’anni in meno (e nel caso di Garcia, vent’anni dopo la dipartita). Eppure è la “California freak” (definizione sua) quello che Phosphorescent Harvest, terza fatica per la “Fratellanza”, voleva mettere in scena. Un rock che più rock non si può: semplici linee melodiche che si vestono delle cavalcate lisergiche, degli arrangiamenti ora più bluesy, ora più country, del sapore di mille miglia percorse nel solleone per una vita da romantica rockstar.

Quello proposto dal confondatore dei Black Crowes (messi in naftalina anche dopo la reunion di metà 2000), assieme ai fratelli Neal Casal (già collaboratore di Ryan Adams), Adam MacDougall, Mike Dutton e George Sluppick è un classic rock ammantato di LSD e di tutti gli stilemi romantici della vita rock’n’roll. Ci sono i muscoli delle chitarre e del basso grasso (Shore Power), c’è l’honky tonky da saloon (Meanwhile the Gods…), la ballatona (Wanderer’s Lament), esperienze “cosmiche” (Humboldt Windchimes), il sound circa Sun-era (Beggar’s Moon).

Come dice l’adagio, “nulla di nuovo sotto il sole”: una simpatica macchina del tempo che ci riporta alla Summer of Love e ai successivi 70s, con il loro rock da radio FM, i raduni di hippies, l’amore cosmico e una sana quantità di mitologia rock. In fondo quello che voleva Chris Robinson era solo un altro “viaggio”. Fosforescente. Al quale pensiamo che molti, nostalgici o meno, vorranno unirsi anche fuori tempo massimo.

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