Recensioni

A volte si fa una certa fatica a scrivere di dischi, a maggior ragione se il disco in questione non si lascia rubricare in una sola, rassicurante categoria, preferendo sfuggire alla presa di un giudizio univoco. È il caso di Bando Stone and The New World, ultima fatica a firma Childish Gambino, che si sottrae – volutamente? – a una inequivocabile classificazione di genere. Sarà per le sue diciassette tracce, così numericamente “troppe”? La quantità non c’entra. È piuttosto il modo in cui ogni brano suona, riverberando ora questo genere musicale, ora quest’altro, in un citazionismo sfrenato che si appropria – volutamente – di più stilemi sonori per servirli in una proposta disorganica e senza traccia di coerenza interna.
Eppure, il singolo che annunciava il disco – Lithonia – aveva fatto ben sperare sulle sorti di un album che in tanti aspettavano da un bel po’ (l’ultimo di Gambino – 3.15.20 – risale a quattro anni fa, se si considera che Atavista, disco uscito a maggio 2024, è solo il suo compimento). Invece, Bando Stone and The New World ha spiazzato ogni previsione, rivelandosi più come un autoritratto musicale di Gambino che come opera del suo, sempre ben collaudato, ingegno artistico.
Chiariamolo subito, a scanso di equivoci: Bando Stone è un album megalitico, magnificamente prodotto, e in molti punti si mantiene al livello degli standard qualitativi che di Glover già abbiamo conosciuto in passato. Prova ne è No excuses, traccia di pregiata eleganza che cattura l’ascolto con un r&b jazzato e contaminato da echi soul ’70. Anche In The Night, con feat. Jorja Smith & Amaarae, si lascia apprezzare per la sua ritmica trascinante ma ben dosata, che sostiene ottimamente l’andamento morbido delle voci. Decisamente ’90 l’amerirock di Running Around che però non rende, al contrario del rock di Lithonia, brano più sincero grazie a un organo gospel e a un piano eltonjohniano che fanno onore a questo tentativo riuscito di meticciato sonoro.
Sparsi qua e là, percettibili ma non preminenti, pure un bel po’ di elementi ambient a simulare scene di foresta e a ricordare che trattasi pur sempre di soundtrack (Bando Stone and the New World è, in realtà, la colonna sonora del film omonimo di cui Glover è regista e attore). Però, a scompaginare i legami logici con l’ambientazione del film provvedono gli eccessi techno hardcore i quali, diciamolo, stonano così tanto che proprio l’apertura disco – affidata a una inaspettata traccia jungle metallizzata e strasintetizzata (H3@RT$ W3RE M3@NT T0 F7¥) – si lascia volentieri bypassare.
Siamo lontani anni luce dalle scariche d’energia psichedelica di Me and Your Mama, dalla coralità funky di Have Some Love, dalle scale art rock di frankzappiana memoria di Boogieman e Zombies. Insomma, da quel Awaken, My Love! che fu disco denso, credibilissimo pure nel suo essere nostalgico. Un gran disco, insomma. In confronto, Bando Stone and The New World – delle cui influenze si è fatto man bassa dall’archivio dei Novanta – mischia improbabili melting pot di soul, rap schizzato e techno (Go To Be, che resta in memoria solo per il sample di Smack My Bitch Up dei Prodigy) a un pop sempliciotto in stile boy band, che fa il verso alle canzonette/sigla delle serie teen pre-Netflix (Real Love).
E a poco serve risalire la china con del buon folk pop (Dadvocate) o con l’afrobeat misto a calypso reggae (Happy Survival). O con il rap in pieno mood Gambino e dal tipico flow di Gambino (Yoshinoya). Perché, a conti fatti, Bando Stone appare come una prova enciclopedica, copiosamente affollata da ingredienti pasticciati, accostati l’uno all’altro al solo scopo di mostrare la bravura di Gambino (eccolo il vero egotrip dell’album, estrinseco ma sostanziale).
Davvero, come preannunciato dallo stesso Glover, con questo album cala il sipario sull’alter ego Childish Gambino e sulle sue gesta musicali? Se così fosse, Bando Stone and The New World è degna epitome dell’avventura artistico-sonora di un indiscutibilmente talentuoso Donald Glover, che però chiude un percorso di tutto rispetto con un album autocelebrativo di cui, tutto sommato, si poteva fare a meno. Un album purtroppo sprovvisto di quel supplemento d’anima che, ci fosse stato, lo avrebbe reso molto più di un grande saggio di stile e produzione.
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