Recensioni

5

Dovrebbe essere l’album di esordio ufficiale, ma non è vero. Forse più di tutti Chance the Rapper ha reso definitivamente inutile la distinzione tra mixtape e disco vero e proprio – cosa che era a tutti gli effetti Coloring Book. Come se la passa il fu protégé di Kanye? Fin troppo bene, pare. Si è sposato, vive alla grande la sua ancor fresca paternità, parla con Dio tutti i giorni, ha smesso del tutto di farsi le canne (o quantomeno non ne parla più nei suoi pezzi). The Big Day è esattamente l’album che speravamo non arrivasse dopo le ombre di melassa che infestavano il pur ottimo Coloring Book. Il big day in questione è ovviamente il matrimonio di Chance, e le 22 (!) tracce che compongono il disco sono la musica che avrebbe voluto ballare quel giorno, o comunque che gli ricorda quel giorno, poco importa. Se si conosce il percorso del rapper di Chicago, non dovrebbe stupire la voragine zuccherina in cui sembra essersi perso. Non che sia un male a prescindere, sia chiaro. Non è obbligatorio rappare sempre e solo di figa, soldi e droga. Nè è dovuto che l’unica alternativa sia fare un disco politicamente impegnato. Il disco dei buoni sentimenti, sulla moglie, i figli, la famiglia, Dio e l’estrema buona salute di cui gode il suo spirito (di Chance, non di Dio) ci può anche stare, per carità. Potrebbe non essere particolarmente interessante, magari, ma ci può stare. Il problema non sta necessariamente qui, per quanto episodi come Do You Remember alzino immediatamente il livello di glicemia a vette preoccupanti. 

Il problema è che in questo disco il buon Chance sembra semplicemente molto più scarso di quanto non sia. Canta tanto e malino, rappa ma non incide mai davvero, e la sua voce da sola non riesce a sostenere una tracklist così prolissa per tutta la sua durata. Qua e là inciampa addirittura in versi e rime talmente banalotte e stupidine, da non riuscire quasi a credere che si tratti della stessa penna che ha scritto quella strofa di Ultralight Beam. «Fuck goin’ straight to the pros, I’m professor». Che? Il parco ospiti è nutrito e di grosso calibro, con nomi altisonanti e dalle provenienze più disparate tra hip hop, trap e addirittura indie (Death Cab For a Cutie?). Purtroppo, dei tanti guests nessuno riesce a lasciare il segno, dando una mano nel sostenere l’opaca performance dello stesso Chance. Che, almeno questa è l’impressione, ha provato a fare il direttore di orchestra, il curatore artistico à la Kanye – appunto – o, scendendo di un gradino, à la Travis Scott. Purtroppo anche questa gli è venuta malino, e la sensazione è – piuttosto dell’opera eclettica e versatile – di ascoltare un accozzaglia un po’ confusa di scampoli assemblati a casaccio. L’idea di fondo si intravvede, ma arriva molto poco e male. E poi – e questo è forse l’aspetto più sinistro dell’operazione – il buonismo di Chance, il suo abbraccio total(izzant)e alla fede cristiana, sembra essersi decisamente ingessato. Ad uno sguardo più approfondito siamo ben lontani dalla gioiosa fervenza vagamente psichedelica di Coloring Book. La dimensione da padre di famiglia, tutto casa e doveri e amore per Dio, è ok. Ma sembra qui che sia l’unico orizzonte ammissibile, l’unico permesso. Chance si sta dogmatizzando. E di tutte queste figure – moglie, figli, paternità – restano il contorno, gli ideali, il contesto. Ma le figure che dovrebbero abitarci, non sono pervenute. Non è possibile ascoltare 22 tracce sul matrimonio di Chance e ad ascolto concluso non avere la minima idea di chi sia sua moglie. È chiarissimo quanto sia bello essersi sposati, aver trovato il proprio posto, non essere più single, avere un obiettivo. Ma tutto quanto sembra essere bello in sé stesso, chiudendo per giunta fuori tutto il resto. 

Certo, musicalmente qualche episodio in cui la classe di Chance emerge, c’è. La melodia del ritornello della title track da sola, ad esempio. È abbastanza per renderlo un disco interessante, significativo, importante oggi? La risposta ci sembra abbastanza chiara.

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