Recensioni

7.6

La proposta dei caroline, formazione britannica di otto elementi, è stata fin dal loro EP d’esordio nel 2017 estremamente riconoscibile. Le influenze sono le più disparate e fare namedropping è un esercizio libidinoso – dall’indie massimalista dei collettivi à la Broken Social Scene a certo art-folk in quota Dirty Three (per l’uso dronico dei violini), dal post-rock ossessivo/ripetitivo al midwest emo frammentario dei Joan of Arc – ma la loro cifra personale è la sintassi usata per combinarle. I dispositivi formali quali ripetizione (di una scheggia melodica, di un riff, di un pattern ritmico, di un semplice accordo, si veda l’iniziale Total Euphoria), crescendo, deflagrazione, dinamica piano/forte vengono infatti combinati in modo inaspettato, non convenzionale, imprevedibile. Capita che i loro pezzi non seguano l’ordine lineare a cui siamo abituati (qui vale la pena fare un confronto con i conterranei BC, NR, che pure seguivano un’idea tradizionale compositiva nelle loro cavalcate, con la divisione in stanze e i crescendo di solito proposti alla fine), giocando con le attese e con il tempo.

Capita quindi che un pezzo come When I get home inizi e si sviluppi intorno a quella che sembra essere la chiusa di un pezzo, una melodia discendente che viene ripetuta ad libitum su un tappeto di chitarre acustiche, poi corde pizzicate mentre la melodia viene punteggiata da un balbettìo e da rumorismi elettrici. La ripetizione, il crescendo, di un componente che istintivamente non riusciamo a collocare: è una strofa, un ritornello, un bridge? Intendiamoci, non c’è niente di inventato dal nulla. La ripetizione di frammenti struggenti e decontestualizzati è uno stilema minimalista almeno da Basinski, e il build up eterno che non risolve fa venire in mente Lorenzo Senni (ma qui la deflagrazione c’è eccome, a livelli Explosions In The Sky).

Qui è interessante il fatto che questi frammenti provengano da generi musicali che hanno una struttura ben codificata, con la quale i caroline si divertono a giocare, sempre però con un’attenzione particolare per la resa emotiva. Altro elemento giocoso è quello della sovraimpressione: a volte sembra quasi che l’urgenza emotiva sia difficilmente arginabile, un vero e proprio sturm und drang che può portare i diversi componenti a suonare in modo discordante (come gli intrecci fra chitarra e batteria nella già citata Total Euphoria). L’apice di questo discorso è Coldplay cover: due canzoni registrate in simultaneamente in due stanze diverse, un microfono che si sposta da una stanza all’altra, i due frammenti che si sovrappongono. Spazialità, playfulness anche un po’ naif, il correlato acustico di due reel in stretta sequenza.

La sensazione, specie nei pezzi più marcatamente folk (la conclusiva Beautiful ending, ad esempio), è quella di trovarsi intorno a qualche falò digitale, una commistione di Sufjan Stevens e autotune che fa tornare in mente il discorso ambient emo di Claire Rousay (si veda U R UR ONLY ACHING): una ricerca affannosa e frammentata di qualcosa di autentico, familiare. Un ascolto estremamente soddisfacente, un percorso continuo fra familiare e weird, fra i pieni e i vuoti, più immediato e che richiede meno pazienza all’ascoltatore rispetto al loro debutto.

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