Recensioni

6.7

A quattro anni da Migratory Birds, album che la vedeva esordire con un riuscito cocktail di folk, jazz e cantautorato di chiara matrice americana, torna Valeria Caputo, e lo fa con un disco che viaggia su nuove coordinate musicali, pubblicato – a rimarcare la cesura col recente passato – sotto il nuovo moniker Capvto. Nato e costruito da samples per lo più provenienti dalle registrazioni del precedente album, Supernova è un lavoro tanto eclettico quanto a fuoco nel suo tentativo di spiazzare continuamente l’ascoltatore tramite trovate ritmiche, campioni e cambi di registro che riescono nell’intento senza mai suonare sopra le righe (vedasi, su tutte, la title track e la strumentale The Ocean In The Sky).

Merito di una produzione capace di imbrigliare i mille spunti compositivi dell’artista tarantina e di donare compattezza a un disco che è un caleidoscopio di influenze, dalla Björk di Vespertine (Flower Girl) e Medulla – soprattutto per quanto riguarda l’uso della voce, lavorata al pari di uno strumento e di fatto vera pietra angolare dell’intero album tra loop, cori e intrecci (esemplificativa, in tal senso, la conclusiva The River) – passando per fascinzazioni electro in stile Le Tigre (Scrambled Eggs) e blues/industrial con sfumature jazzy (Blindfolded), per arrivare ai This Mortal Coil (Living In The Cloud) e ai Cocteau Twins (Blooming) di Elizabeth Fraser, il più delle volte rifuggendo la più classica forma canzone.

Vero punto debole del lavoro è probabilmente la sua eccessiva eterogeneità, che se da una parte contribuisce a dare spessore e fascino a Supernova, dall’altro rende difficile individuarvi dietro una direzione chiara: quella che forse la pur bravissima Capvto sta ancora cercando.

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