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Ogni album del Caparezza intimista (vale a dire quello post-2015, ovvero dopo la scoperta dell’acufene) si chiude con una traccia-catarsi che è al contempo manifesto di fuga, cruciale tappa di cambiamento personale e sunto poetico del percorso musicale costruito dal rapper pugliese. In Prisoner 709, Autoipnotica (penultimo brano in scaletta, ma ultimo in cui troviamo l’artista) piegava le sbarre delle proprie prigioni mentali attraverso un processo di scavo interiore e ammissione delle proprie paure (“La mia macchina è il cursore di un lampo sulla linea tratteggiata, guardo nel retrovisore, dietro me si sta scucendo l’autostrada”). Exuvia, invece, outro dell’omonimo disco del 2021, rappresentava l’uscita dal bozzolo dopo una lenta e complessa accettazione del passato e della propria identità frammentaria (“Fuori di me, exuvia, spiego le ali, au revoir”). Orbit Orbit si chiude con Perlificat, una dedica al potere dell’arte e del genio creativo di stravolgere — come le ostriche trasformano rifiuti in perle — il grigiore di un mondo indubbiamente a pezzi, schifosamente violento, tristemente sporco. È la vittoria della sovrastruttura arte/cultura su tutte le altre sovrastrutture (ecologica, politica, sociale, razionale, ecc.): la vittoria dell’astratto sul concreto.

Il nono album di Caparezza arriva dopo quattro anni di lunga attesa, tormentosi risvolti autobiografici (oltre all’acufene, una crescente ipoacusia ha costretto il rapper a munirsi di apparecchio acustico per registrare in studio) e i soliti interrogativi pirandelliani posti da Michele Salvemini a Caparezza — o viceversa. È l’album con cui l’artista accompagna l’omonimo fumetto da lui stesso sceneggiato, uscito in concomitanza al disco: un viaggio cosmico alla ricerca della piena libertà, tra personaggi sci-fi, pianeti astratti e sogni traslucidi.

Ne risulta un disco che sa ciò che vuole ottenere e come farlo, proponendo una sintesi onirica del rap più “caparezziano” possibile: espressionista, polifonico, intriso di citazioni alla cultura pop e fumettistica, idoli d’infanzia, riflessioni alte, turbe individuali e risvolti ironici che richiamano il Frankie Hi-NRG degli esordi (da sempre modello di ispirazione), ma anche i Willie Peyote e Dutch Nazari più colti e visionari. Qui si parla di viaggi nel cosmo e fughe nell’immaginazione, di oscurità e distacco dal reale, aprendo una terza fase della carriera dell’artista: dopo una convintamente socio-politica (dal debutto ?! a Il sogno eretico) e una intimista ed esistenziale (i già citati Prisoner 709 ed Exuvia, con il transitorio Museica a fare da limbo tra i due periodi), ecco una fase trascendentale, in cui Salvemini — finalmente libero e in pace con sé stesso — può staccarsi dal reale e guardarlo dalla giusta distanza. Come se il Guido Anselmi felliniano (citato più volte da Caparezza in passato) fosse finalmente riuscito a fuggire, fluttuando tra le nuvole senza essere “riportato a terra” dai dottori. E chissà come si vede il mondo da lassù…

Ecco allora comparire, nell’estetica (ed etica) dell’artista, riferimenti a pianeti, astronavi, orbite, mondi paralleli e astratti (Il Pianeta delle Idee sembra appartenere allo Xenoverso di Rancore), personaggi oscuri, spaventosi e spaventati (Darktar, che ha certe somiglianze con gli ultimi Clipping.), e tutto ciò che può caratterizzare un cosmo distante, potenzialmente infinito e capace di offrire nuove prospettive. L’impalcatura sonora rispecchia questo fascino per Blade Runner, i robot e i viaggi interspaziali, immergendosi senza scrupoli nei ’70 e ’80 più cosmici e rimbalzanti, tra Moroder, Kraftwerk (citati più volte), Rockets, Depeche Mode e New Order, in una miscela sintetica che spesso raggiunge esiti di straordinaria sofisticatezza e complessità ritmica (Il Banditore, Darktar, Gli Occhi della Mente). Attorno a synth e clangori digitali, il messaggio di Salvemini risuona candido, appassionato, vivo.

Di Orbit Orbit c’è sicuramente un merito (e un’anomalia) che lo distingue nella poetica di Capa: il presentare l’artista più come fan che come creatore, offrendo il punto di vista di chi celebra l’arte e i suoi alchimisti. Lo sentiamo così omaggiare Kraftwerk e Kubrick a più riprese (esplicitamente nella già citata Perlificat, ma anche altrove), o lodare il fumetto come elemento salvifico e cruciale nella propria vita (A Comic Book Saved My Life ne è il culmine). È il Caparezza più vicino a Michele, e il più in pace con la propria maschera: capace, finalmente, di guardare le cose con equilibrio e luce accogliente. Come la musica elettronica accetta la vecchiaia e il passare del tempo (“Io che amo le città fantasma, l’eco che la vita lascia in ogni traccia; amo le frustate che dà la vecchiaia, smagliature sulla pelle, solchi sulla faccia”), così la splendida Pathosfera racconta con lucidità e respiro melodico la perdita e il ritrovamento delle proprie emozioni (si passa da “Mamma, ho sepolto pathos in pancia, ora la ragione è il mio rottweiler da guardia” a “Mamma, sta tornando pathos a galla, scava dentro me che sembra un tarlo, una talpa”). Curiosity (Oltre il bagliore) fonde invece astronomia e Odissea in un’intensa esplorazione kraftwerkiana sulla sete di conoscenza e sull’ambizione umana.

Orbit Orbit non è forse l’album più epocale di Caparezza — nemmeno della sua fase più recente (per chi scrive, Exuvia occupa quel ruolo) — vuoi per un numero limitato di brani davvero pienamente riusciti, vuoi per una voce che, a fronte dei problemi di udito, non sempre riesce a essere autorevole come in passato. È però un album che mette in luce una Weltanschauung che, un po’ amaramente e un po’ con il sorriso, mette al riparo il suo autore dai drammi del mondo reale: lo sguardo di chi sa apprezzare ciò che può essere apprezzato e cementifica un qualcosa di rarissimo oggi, l’identità personale.

È proprio quando il matrix sembra mettergli i bastoni tra le ruote che Michele Salvemini si riscopre ambizioso fumettista, eccentrico cosmonauta e bambino rinato, capace di viaggiare con la fantasia per mondi altri e orbitare lontano dai problemi. Il suo ritorno è la bolla di un cinquantaduenne in pace con sé stesso, che sa di non poter salvare più il mondo. Tanto vale fluttuare, allora — e tutto andrà bene.

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