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7.5

Documento eccezionale, o meglio, epocale, questo Possible Universe, dato che rendiconta una delle ultime – se non proprio l’ultima – conduction (la 192esima di 199, come riporta il sottotitolo) tenuta dal jazzista americano il 29 agosto del 2010 in quel di Sant’Anna Arresi, ossia tre anni prima di morire. L’occasione – non era la prima volta, bensì la quarta – era quella di artist in residence al festival “Ai Confini Tra Sardegna E Jazz” che l’associazione Punta Giara organizza con sforzi sovrannaturali e scelte a dir poco encomiabili da un trentennio buono, unendo i deragliamenti free e avanguardisti sia dei grandi vecchi più coraggiosi che dei “giovani” più avventurosi, con una splendida fetta di territorio sardo, ancora incontaminata dal grande turismo di massa.

Per quella che si sarebbe poi dimostrata l’ultima conduction registrata di Morris – particolare forma di direzione d’orchestra basata prevalentemente sull’improvvisazione e su una serie di gesti codificati che Morris ha sviluppato dal 1985 in poi – ad accompagnarlo sul palco vi era un ensemble di prim’ordine, tra nomi internazionali (David Murray, sax tenore e clarinetto basso; Evan Parker, sax tenore; Greg Ward, alto sax; Alan Silva, synth, basso, piano; Joe Bowie, trombone; Meg Montgomery, tromba; Jean Paul Bourelly, chitarra; On Ka’a Davis, chitarra; Hamid Drake, batteria; Chad Taylor, batteria, vibrafono; Harrison Bankhead, contrabbasso) e italiani (Silvia Bolognesi, contrabbasso; Tony Cattano, trombone; Pasquale Innarella, alto sax; Riccardo Pittau, tromba), in grado di assecondare le visionarie indicazioni del maestro e porre in essere un concerto (e un disco) di livello altissimo.

Ovviamente eterogeneo nel suo fluire “da suite”, Possible Universe apre squarci di interesse su più livelli, in particolare nell’interplay (semi)organizzato che si plasma e modifica in ognuna delle otto parti in cui è rifratto, alternando momenti più notturni (Part One) ad altri orchestrali e aperti, tra stratificazioni sonore e frasi musicali ripetute (Part Four), ad altri ancora in cui passaggi statici si uniscono a parentesi semicircensi, tra revisione dello standard e dilatazione (la conclusiva suite da 12 minuti Part Eight). In definitiva, una testimonianza vivida e accesa di quell’ulteriore “universo possibile” tra i tanti che il jazz più libero e la “conduction” morrisiana riuscivano e riescono a evocare.

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