Recensioni
Brent Faiyaz, pezzo dopo pezzo, si è costruito alla perfezione quel suo inconfondibile costume da visionario tormentato, stoico rubacuori e fragile esistenzialista. Il suo ruolo nell’R&B contemporaneo, un po’ da outsider enigmatico un po’ da luccicante star delle nuove generazioni, è ormai incastonato in quel sound che, minimalista, notturno, elaborato, deformato, racconta tanto del materialismo più auto-degradante quanto della subdola e irregolare formazione morale, affettiva e umana dell’individuo, come una sorta di The Weeknd che, completamente svuotato sia del suo massimalismo retrofuturista sia del suo status da misterioso super-uomo, è costretto a convivere con lo spettro della sua stessa opulenza.
Icon, che arriva dopo lo scanzonato mixtape Larger Than Life (2023), è il terzo album in studio e consolida la trasformazione di Faiyaz da minuscolo ragazzo di città (con lo splendido debutto Sonder Son del 2017 – uno dei più bei dischi R&B degli ultimi quindici anni per chi scrive – a fare da manifesto) a star invaghita di autosabotaggi vari, relazioni tossiche, sostanze, false purificazioni e feticci.
È lo status alienato di chi ha pagato il Price of fame, che già è stato incanalato sia nel breve excursus nichilista del mixtape Fuck The World (2020), sia nella sofisticata, multiforme, brillante tesi sull’auto-sabotaggio che è stato Wasteland (2022), un altro disco di prim’ordine nelle più recenti espressioni black. Ecco che Icon allora, nella sua mezz’oretta di inebrianti slow jam ed esplorazioni 80s, vocals pitchati, strumentali scarne e intossicanti pattern ritmici, sembra forse uscire, o almeno pensare di farlo, dalla wasteland di qualche anno addietro. È il capitolo con cui Faiyaz cerca, ancora cieco, schiavo degli eccessi e intrappolato nei propri schemi, di stabilizzarsi e assaporare il proprio equilibrio personale ed affettivo. Il protagonista, tuttavia, nel suo purgatorio emotivo, scivola e arranca in continuazione, ed è costretto ad auto-annullarsi.
Il singolo have to., che arriva dopo che Icon è stato posticipato e i suoi singoli precedenti brutalmente scartati (peter pan. e tony soprano.), lo ritrae nel neon blu di un aereo privato, intrappolato in time-lapse a registrare musica, scrivere. Alienato, solo, scombussolato, Faiyaz rimane, in camera fissa, incastonato nel lusso e nel turbine del successo. La sua rincorsa al paradiso passa per serenate malinconiche, nottate insonni, tentativi di ricucitura, lotte contro sé stesso. Il fascino dei vocals c’è, ma quella nervosissima e testarda scoperta di sé che vedevamo in Wasteland sembra smarrirsi, e il vero nocciolo espressivo di Faiyaz si affievolisce, pur nel suo elegantissimo R&B dall’incredibile efficacia timbrica e melodica.
Tuttavia, in fin dei conti, fresco di un amore per synth anni ’80, cadenzati bassi sintetici e slow jam da cuori perduti, il romanticismo difettoso di Faiyaz rimane comunque uno dei dipinti più affascinanti dell’R&B contemporaneo, nonostante in questo frangente non possiamo certo parlare, come nei dischi precedenti, di un’evoluzione marcata. Ed è un romanticismo che si manifesta a più riprese. In butterfly., che è weeknd-iana, forse troppo, ma si salva nel suo malinconico candore. In other side., pop retromaniaco con una spolverata di funk, vicina al primo Justin Timberlake e destinata a diventare appiccicosa smash hit. In Four Seasons, indubbiamente il pezzo più rappresentativo, nella sua melodia pizzicata (che richiama sia il lo-fi maciullato di Fuck the World sia le ipnotiche sinfonie di Wasteland – vedi Loose Change o Addictions) e nelle sue fumose percussioni sintetiche. In vanilla sky., che è il più classico dei rituali drumless di Faiyaz, ma funziona ancora bene per quell’accomodante culla che è il suo inconfondibile timbro vocale.
In copertina Brent mette in mostra il crocifisso tatuato vicino all’occhio sinistro. Ma la a sua ricerca del paradiso ha ancora troppi ostacoli per andare a buon fine. Rimangono certe accortezze, come l’auto-consapevolezza e l’accennata stabilità emotiva di wrong faces. (“give me your reason, ’cause I’ll be your reason to stay at home / You’ve been looking for love in all the wrong, the wrong faces”), o il soffice affetto di world is yours., vellutata ballad dall’incantevole giro melodico di synth su un lento incedere ritmico. Per ora, tuttavia, invaghito e anti-eroe della sua storia, in cielo riesce a starci solo intrappolato in un aereo, in quello status di Icon che è più illusione che serenità.
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