Recensioni

Se un appunto che vi sconsigliamo di fare al sig. Bjork, è di essere incoerente: probabilmente non vi metterà le mani addosso, nonostante l’aspetto burbero, ma di certo l’avrete sparata grossa. Già, perché l’altro equivoco di fondo nei confronti dello stoner fu che si trattò di musica attinente al “metal” e alle sue leggi buzzurre; l’uno, invece, che si trattasse di “avanguardia” mentre le sue radici erano evidentissime e l’immaginario di riferimento retrò come pochi altri. Eppure Brant se la cava ancora con onore dopo tutti questi anni, e all’ennesimo impegno lo ritrovi in forma superiore rispetto allo spompato Josh Homme, ex compagno delle gloriose scorribande con i Kyuss.
Nessuna banale velleità di ammorbidire il micidiale cocktail Black Sabbath/Blue Cheer – senza scordare il deserto acidamente sixties gettato dentro a mo’ di fettina di lime – in questo disco, viceversa piena ortodossia eretta sui classici riff spezzati in cui era maestro Tony Iommi (Dr. Special, This Place Just Ain’t Our Place), flessuosità che non ti aspetti come la delicata serpentina Born To Rock e regolamentari cavalcate di dieci minuti (funzionano sia una strisciante Lion One che la torpida, “fumata” Locked And Loaded), bassi saturi e ritmiche circolari. Anche qualche inevitabile scivolata in piattezza priva di umorismo e i soliti triti riferimenti a canne e vita ribelle, ma è in ogni modo la tara da mettere in conto per quanto riguarda il personaggio.
Brant fa quel che meglio sa fare e, sapete, non è mica cattivo, semmai lo han disegnato così. In ciò sta la sua simpatia e un’onestà di fondo che viene voglia di premiare in questo mondo sempre più difficile e cinico. Fedele alla linea, il ragazzo. Quella dura, ovviamente.
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