Recensioni

Al nostro arrivo le attenzioni dei Boss Hog sono tutte per delle orride pizze take away. Ne approfittiamo per guardare oltre il decongelato ed eccoci qui: qualche frequentatore abituale, cinquantenni in libera uscita, signorine sciccose, finti nerd all’ultimo stadio e i soliti fan con magliette di rigore, soprattutto dei Blues Explosion. Come dire che i Boss Hog sono una scusa perfetta per riprendere contatto con Mr. Jon Spencer e intanto dare un’occhiatina alla Martinez sua consorte. E ancora. Che il blues e i suoi “derivati” aggregano trasversalmente un pubblico difficilmente etichettabile, tra “chitarrose” teste da Novanta e schegge brizzolate di classic rock e marijuana. Alla fine un buon antidoto ai soliti cool hunters con cui spesso ci si trova a convivere.

Aprono le danze tre giovani impiegate del catasto che rispondono al nome di Micragirls. Finlandesi nel passaporto e pure nello stile, visto l’entusiasmo misurato che filtra dall’aplomb nordico, le nostre rockers virginali si impegnano in un rockabilly misto a surf e garage. Roba grezza, disciplinata, ortodossa, ma ben suonata. Qualche ruvidezza di batteria, tastiera e chitarra elettrica è tutto quello che si può chiedere a queste Rough Bunnies sotto anfetamina. Per un’esibizione che assolve al compito affidatole: preparare il campo ai Boss Hog e “branzinare” a dovere il pubblico.

Ce n’era bisogno? Diciamo di no. Anche perché con gli headliner sul palco è praticamente impossibile restare nelle prime file senza soffrire. Temperatura altissima e presenze numerose rendono roventi i venti minuti in cui riusciamo a resistere prima di defluire inevitabilmente verso l’uscita. Dove ci posizioniamo per il resto del concerto. Nonostante tutto, la band marcia a pieno regime. Spencer è il solito automa impeccabile concentrato sulla chitarra elettrica. La Martinez rimane dignitosa fino a fine concerto, calata nel ruolo con i suoi pantaloni di pelle nera. I tempi delle copertine “naked” e un po’ furbette sono ormai lontani e Cristina ora somiglia più a una madre di famiglia rassicurante e premurosa che a un sex symbol. Ma la sostanza rimane la stessa. Per lei, come per il resto del gruppo. Che per un’ora e venti sferraglia e mena fendenti quasi senza tirare il fiato, grazie anche a una Hollis Queens “metronomica” alla sezione ritmica e a un Mark Boyce devastante alle tastiere.

“Professionalità” è la parola che sovviene alla fine dei giochi. Quasi d’altri tempi, verrebbe da dire.

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