Recensioni

Un enigma dalla camera chiusa, un whodunit (Who has done it?, per usare i termini “tecnici”) in salsa Gen Z che sa divertire: è Bodies Bodies Bodies, l’horror americano diretto da Halina Reijn che negli USA è diventato un piccolo fenomeno di culto, grazie anche al traino di A24 (e chi se non loro?).
In Italia è passato decisamente più sottotono, complici i tempi di distribuzione ma anche il fatto che questo film, pur sfruttando i canoni più classici del giallo alla Agatha Christie, ha un tipo di umorismo che è appetibile soprattutto per i zillennial, quelli a metà tra Gen Z e Millennial, e quindi sembra avere un target preciso. Non che non sia godibile a prescindere, in fondo, ma se la narrazione dei ventenni che trasmette questo film vi sembra stereotipata, è perché è la stessa che ogni giorno si srotola sotto ai nostri occhi tra uno scrolling annoiato e l’altro su TikTok. Halina Reijn gioca con questi codici, li osserva sotto la lente del black humor restituendoci un film che sa dosare parodia e disamina sociale, pur diventando un po’ ripetitivo sul piano thriller. Ma andiamo con ordine.
La premessa è una delle più classiche. Un gruppo di ricchi ragazzi organizza una festa nella villa di famiglia, un violento uragano rischia di tagliarli fuori dal mondo. Decidono di cominciare un divertente gioco di società che, tuttavia, diventa mortale, con pugnalate alle spalle, amici che si rivelano falsi, plot twist, sparizioni e morti varie. Il killer è tra di loro. In questo schema erede della migliore tradizione di Agatha Christie ripresentato già migliaia di volte al cinema (da Tarantino a Johnson per citare i più pop), Halina Reijn sceglie di mescolare i generi, facendo a pezzi i concetti di slasher e horror movie.
C’è qualcosa di Scream, c’è ovviamente Dieci Piccoli Indiani, ma c’è soprattutto tanto umorismo. Il film diventa, improvvisamente, una critica al narcisismo, al vittimismo, alla cultura dei giovani d’oggi schiavi, in un certo senso, degli slogan di internet, che giocano a un’inclusività a 360° che nella vita reale si scontra con gli egoismi di ciascuno. Ma non è una critica da boomer: Reijn sembra più osservare da una certa distanza ridendo di tutto ciò, presentando un mix esplosivo di personaggi nervosi e instabili che deve tutto all’ottimo ensemble di attori. Tra tutti emerge sicuramente Rachel Sennott, volto ormai noto della commedia. Il più deboluccio? Pete Davidson, che nel film è David, un ragazzo tormentato e che fa uso di droghe e sostanze varie per soffocare i suoi problemi.
La scrittura di Sarah DeLappe, basata su una storia di Kristen Roupenian, rende viva e dinamica una storia che, dal punto di vista del giallo, ha poco da offrire. Se non fosse per la messa in scena e l’elemento comico – grottesco probabilmente verrebbe voglia di smettere di guardarlo (anche se il finale è abbastanza soddisfacente). Questa infatti è vivace, sempre in movimento, e chiaramente serve a sopperire la mancanza di tensione nel whodunit. Peccato, comunque, perché un elemento giallo più solido avrebbe reso questo un film davvero incredibile.
Tra gaslighting, sangue e cadaveri impalati, se non altro questo film ci ha lasciato alcune perle comiche che vanno citate e ricordate. “Don’t call her a psychopath. That’s so ableist”, per citarne una. Spesso le critiche alla cultura woke scadono in slogan svogliati, stupidi e ultra conservatori. È raro trovarne una che invece fa sorridere davvero restando intelligente.
Amazon
