Recensioni

C’era da aspettarselo. Impegnatissimo nel rimissaggio di alcuni album storici di altri artisti (i primi lavori dei King Crimson, Aqualung e Thick As A Brick dei Jethro Tull, le imminenti ripubblicazioni di Close To The Edge degli Yes e di Nonsuch degli XTC) nonché con la propria carriera solista (The Raven That Refused To Sing è uscito qualche mese fa), Steven Wilson ha deciso di rimanere sullo sfondo, ancor più che nel precedente Welcome To My DNA. Pertanto è del suo amico e collaboratore Aviv Geffen – polistrumentista e cantautore israeliano che per l’ultimo suo EP, Mr Down & Mrs High, ha lavorato con due illustri produttori come Tony Visconti e Trevor Horn) – l’indubbia parte del leone in IV. E infatti è lui il produttore e il principale vocalist del nuovo episodio della carriera dei Blackfield, side-project che sta velocemente virando da un art-rock con leggere venature prog verso un pop d’atmosfera di facile presa, non terribilmente originale ma arrangiato con gusto, giocando sull’incontro-scontro tra melodie da carillon e soundscape avvolgenti (gli archi sono della London Session Orchestra), raffinati ma autunnali, nuvolosi, colonna sonora di ricordi sfarinati dal rimpianto.
Sono sempre alti, i riferimenti di Aviv che vanno ancora una volta dai Pink Floyd allo spettro di John Lennon che aleggia delicato su Springtime e beffardo nel raro momento di grinta Kissed By The Devil, eppure c’è qualcosa che non va. Troppo spesso IV scivola via senza lasciarsi afferrare, in poco più di mezz’ora, gettando nella mischia gemme che omaggiano più o meno indirettamente il pop adulto di Jeff Lynne (il bel singolo Jupiter è una perla Adult Contemporary che farebbe bella figura in radio), il David Bowie più elegante e meno audace e gli Alan Parsons Project più composti insieme a materiale più blando, inoffensivo e prevedibile (Faking sa di b-side di Robbie Williams da lontano un chilometro). Meno male che, oltre ai pochi interventi vocali di Steven Wilson (che canta in Pills, la già citata Jupiter e Lost Souls), possiamo contare su tre ospiti d’onore: se Vincent Cavanagh degli Anathema non graffia, complice anche il testo banalotto e dolciastro di X-Ray, Brett Anderson dei Suede sfoggia una performance vocale che procede nervosa, intensa, lungo gli intricati chiaroscuri melodici di Firefly tra percussioni, tastiere, uno xilofono e un soffice letto d’archi. Jonathan Donahue dei Mercury Rev lascia il segno dialogando con l’arpa di Tali Glaser nella carezzevole The Only Fool Is Me, semplice e sentita, quasi di matrice McCartney.
Non ci sono veri e propri tonfi, in questo IV (forse solo il dustep della conclusiva, brevissima After The Rain, sembra fuori posto), ma sono anche pochi i brani che davvero sembrano in grado di svettare. Certo, una Sense Of Insanity è piaciona al punto tale da poter conquistare il pubblico dei Coldplay e degli ultimi Take That senza troppa fatica, ma il guaio è che non è forse questo che si aspettavano i fan di Wilson e dei Blackfield. Leggero, piacevole quanto prescindibile, ben registrato (anche in 5.1) ma con poco carattere e una personalità appannata, IV si conferma un disco non brillante, più formulaico di quanto ci si sarebbe attesi, stanco, quasi da sottofondo. Poteva essere un temporale, e invece ha lasciato solo poche gocce sull’asfalto. Un compitino senza errori, cui però manca qualcosa: forse l’entusiasmo, forse l’alchimia tra Wilson e Geffen che non funziona più, o più verosimilmente un songwriting che sia davvero identificabile.
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