Recensioni

La Dischord ci riprova. L’etichetta di Washington, a breve distanza dalla conferma degli El Guapo, battezza il debutto dei Black Eyes, e con loro si riapre un libro che stenta a chiudersi, una storia già scritta da Pop Group, Gang Of Four e Contortions, e riletta da Liars, Giddy Motors e El Guapo, vale a dire l’unione tra l’urgenza bianca del punk, e il groove del funk di matrice nera.
Nei medesimi lidi gravitano anche i Black Eyes, combo di cinque elementi che, sin dalla line up, lascia pochi dubbi a proposito: due bassi e due batterie, quindi ritmo elevato al quadrato, influenze che vanno dal più primitivo funk, certo hip hop old school di chiara matrice bianca ed attitudine genuinamente indie.
Se le iniziali Someone Has His Finger Broken e A Pack Of Wolves pagano dazio alla banda di Ian MacKaye (che produce l’album), nello scorrere dell’album è il ritmo a prevalere: Speaking In Tongues è esemplare e furiosa nel suo tesissimo incedere, tutto giocato su di un groove impossibile da resistere. King Dominion mostra che, oltre al Pop Group, i nostri si siano deliziati le orecchie anche a dosi di Beastie Boys (per quanto riguarda le intersezioni vocali), ma in ogni caso è la band di Mark Stewart ad essere omaggiata per tutta la durata del disco: I Confess, Letter To Raoul Peck sono sinceri omaggi al geniale gruppo di Bristol.
Con i Black Eyes si ha la sensazione che il revival della New Wave arrivi ad un punto di non ritorno, difficile fare meglio di questi trentotto minuti, andare oltre significherebbe sfiorare il ridicolo.
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