Recensioni

Qualche tempo fa, Bill Frisell ha fatto un sogno che, da allora, lo ha ossessionato. In questo sogno, con i chakra delle mente ricettivi e aperti nella dimensione onirica, un gruppo di monaci ha mostrato al chitarrista americano i colori più belli che avesse mai visto e gli ha fatto sentire le musiche – le sue musiche preferite – in una forma perfetta, inaudita fino a quel momento. In My Dreams, il suo nuovo disco, è il suo personalissimo tentativo di inseguire quel sogno.
Per realizzarlo, Frisell ha messo insieme i musicisti con cui ha più amato suonare negli ultimi anni, membri di due formazioni diverse per approccio e strumentazione, che qui si completano in quella visione che sta inseguendo con la consapevolezza che non si potrà mai raggiungere. Troviamo così da una parte il bassista Thomas Morgan e il batterista Rudy Royston, con cui ha iniziato a collaborare una decina di anni fa, e collaboratori di più lungo corso, come il trio d’archi composto da Eyvind Kang (violino), Jenny Scheinman (violino) e Hank Roberts (violoncello). Il risultato è una specie di fusione di due mondi sonori che Frisell abita da anni e che in questi sessanta minuti di musica avviene fluidamente, in modo naturale. La maggior parte del materiale arriva da serate live tra New York, Denver e New Haven. In questo senso, come da migliore tradizione jazz, il disco è solo un fotogramma di un film in continuo divenire. Ma le registrazioni sono state in parte lavorate anche in studio, con sovraincisioni guidate dall’ingegnere del suono Adam Muñoz nell’Opus Studio di Berkeley.
La titletrack pare un circolare e inquietante inseguimento dello spirito dell’ansia conturbante che Bernard Herrmann sapeva infondere nelle colonne sonore è per i film di Hitchcock. Give Me a Home va in territori frequentati da alcune composizioni di John Adams, quando maneggia melodie e modi che ricordano la musica sacra. Isfahan è invece un’omaggio a un genio poco celebrato, Billy Strayhorn, collaboratore di alcuni dei grandi dischi di Duke Ellington e compositore di razza; mentre Curtis (a year and a day) Frisell l’ha scritta con in mente il trombonista Curtis Fowlkes. C’è spazio anche per brani della tradizione americana e folk, come Hard Times di Stephen Foster, qui resa in modo sorprendente, mostrandone cioè un inedito colore jazz.
La strada per raggiungere la piena realizzazione del sogno è infinita, lo sa bene Frisell, che però non ha paura a mostrarci queste “approssimazioni” di quel sogno che ha fatto anni fa. Con grande godimento suo e nostro.
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