Recensioni

Quando due fratelli decidono di fare musica insieme, può succedere di tutto. Nel caso dei neozelandesi Henry e Pierre Beasley, in arte Balu Brigada, si è trattato di un percorso lungo quasi un decennio, iniziato nel 2016 tra jam casalinghe e piccoli live e culminato nell’uscita del loro primo album ufficiale, Portal. Dopo l’esplosione internazionale di So Cold e Designer, che li ha portati a calcare palchi sempre più importanti e a firmare un contratto con Warner Music, il duo approda al formato lungo con una raccolta di dodici brani che mostrano, in maniera forse inattesa, sia cura artigianale che ambizione.
Portal è un disco figlio del suo tempo, ma non prigioniero delle mode. Difficile catalogarlo con precisione: la matrice indie-rock è ben riconoscibile, ma si mescola con accenti synth-pop, groove alt-pop e strutture più complesse di quanto il genere lasci spesso intendere. Il disco nasce da sessioni registrate tra Auckland, Los Angeles e New York, ma non suona mai disunito. Al contrario, c’è un senso di coesione che tiene insieme brani dalle atmosfere anche molto diverse.
La voce di Pierre Beasley, timbricamente affine a quella di Julian Casablancas, potrebbe trarre in inganno: i richiami agli anni Zero ci sono, ma i Balu Brigada non si limitano a replicare il passato. C’è uno sforzo evidente nel cercare una forma personale, fatta di tastiere incisive, dinamiche in movimento e arrangiamenti che spesso sorprendono per ricchezza e varietà. È il caso, ad esempio, di Backseat, un pezzo che parte in maniera leggera e ballabile per poi rallentare progressivamente in una lunga coda solenne, quasi cinematografica. Un episodio centrale, che sembra voler segnare una soglia emotiva dentro il disco. Questo mix di chitarre e synth, sempre ben calibrato, si muove anche sulla scia di band come Foals, Wombats, MGMT, fino ai Tame Impala e, nelle sfumature più pop, ricorda a tratti i The 1975.
Altrove, la band si muove con maggiore immediatezza: Sideways gioca con ritmi più sbarazzini, Golden Gate Girl accenna una vena malinconica che non affonda mai troppo, mentre Butterfly Boy si prende tempo per raccontare, senza fretta, una storia più stratificata. Tra intro strumentali e interludi, i fratelli Beasley provano a costruire un viaggio, non solo una collezione di brani.
Il pregio principale di Portal sta nella sua capacità di mantenere alta l’attenzione senza mai suonare forzato. È un album pensato e suonato con coerenza, che non cerca il colpo a effetto ma si affida a un songwriting solido, a melodie costruite per durare e a testi che, pur senza grandi slanci poetici, restituiscono immagini e stati d’animo ben riconoscibili, specie per un pubblico giovane e disilluso, ma ancora affamato di connessioni reali.
Chi ha una certa familiarità con la scena indie degli ultimi vent’anni noterà sicuramente riferimenti e influenze. Ma piuttosto che suonare come una copia, i Balu Brigada sembrano voler dialogare con quel passato, magari aggiornandolo con sensibilità più contemporanee. Non gridano al nuovo, non cercano l’originalità a tutti i costi: piuttosto, affinano una formula personale dentro un contesto conosciuto, e per questo riescono a risultare credibili.
In conclusione, Portal è un debutto che funziona. Non rivoluziona nulla, ma dimostra una maturità rara per un primo disco. E, soprattutto, lascia la sensazione che ci sia spazio per crescere ancora. I fratelli Beasley hanno messo solide fondamenta: ora sta a loro decidere quanto lontano vogliono spingersi.
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