Recensioni

Quando nel 1996 il corpo elastico e morbidissimo di Jason Kay riempiva lo schermo della TV nei pomeriggi dopo scuola, l’idea di un mondo fatto di intelligenza artificiale, metaverso e social network opprimenti era lontanissima dalla realtà di una provincia toscana trasfigurata dalla quiete contadina e dalla malinconia esistenziale. Che quel cantante inglese ci stesse predicendo un futuro fatto di “virtual insanity”, non poteva interessarmi: volevo solo ballare davanti la TV e imparare nuove parole in inglese.
Quando nel 2023 tutto è divenuto reale, concreto, quotidiano, e preoccupante, molti di noi si erano dimenticati di Jason Kay, di quella musica e quei versi futuristici – negli anni è parso spesso essersene dimenticato pure lui – e hanno deciso di fare ammenda, accorrendo in massa all’unica data italiana dei Jamiroquai, uno dei “grandi rimossi” dall’olimpo musicale, nella cornice de La Prima Estate Festival a Lido di Camaiore.
Il profumo del mare, il vento caldo, le risate morbide e rilassate, il riposo del lavoratore. Sono i ritmi umanissimi e dilatati a rendere La Prima Estate non solo un festival musicale quanto piuttosto un concept innovativo nella fruizione della musica dal vivo. E che questa possa legarsi a una sensazione di riposo, distensione totale, un po’ come sentirsi davvero “in vacanza” anche se si è usciti dall’ufficio solo mezz’ora prima. Durante, prima e dopo il live. Tre atti ben distinti che alle volte gli organizzatori dei concerti considerano con superficialità: ciò non può dirsi de La Prima Estate, il festival ideato e lanciato lo scorso anno da Mimmo D’Alessandro, patron dello storico Lucca Summer Festival, nella location versiliese del parco di Bussoladomani a Lido di Camaiore.
Quando arrivo è ancora molto caldo, mi accoglie la voce catartica di Wayne Coyne che riecheggia nell’aria (la playlist che intrattiene nei momenti di pausa è ottima e unisce Paolo Conte, Yellow Days, LCD Soundsystem, Flaming Lips, Unknown Mortal Orchestra e tantissimi altri). Mi riposo sotto un pino marittimo vicina alla statua del celebre paroliere Giancarlo Bigazzi che osserva il palco ancora in fase di preparazione. Il suo sguardo ci seguirà per molte ore.
Il festival – sebbene alla seconda edizione e con alcuni punti deboli da migliorare (o ripensiamo i token o li aboliamo/tutte le band si meritano un ottimo fonico) – appare subito una macchina ben oliata la cui struttura si percepisce senza diventare opprimente: dai controlli ai cancelli ai punti informazioni tutto viene svolto col sorriso sulla bocca, ulteriore dettaglio per alcuni forse banale, per chi scrive no.
La vacanza sembra riguardare un po’ tutti in questa calda caldissima giornata di giugno. Nota di merito soprattutto all’ottima offerta, originale e molto organica, con un scaletta non solo in linea con gusti e generi affini ma anche ribaltata in ottica quasi pedagogica, almeno per la giornata di sabato 24 giugno, che lega il concetto sempre più ampio e misterioso di cosa intendiamo per jam: vorticose per gli Studio Murena, oceaniche e free per i Nu Genea fino a quelle maestose e inattaccabili della band madrina del funk britannico, i Jamiroquai. Chi è venuto solo per ritrovare Jason Kay (e sono in molti) torneranno a casa con un bagaglio preziose di scoperte che si collocano in un solco sonoro ben preciso: dateci il groove.

Alle transenne c’è fermento già dalle 17.30: le magliette dei Jamiroquai, feticci e memorie di una passione che nasce negli anni ’90, probabilmente superano i tatuaggi che sbucano dalle canotte, il cowboy venuto dalla spazio è ovunque, sulla pelle, dentro i cuori di numerosi fan accorsi da lontano. Anche nelle bandiere della Ferrari che alcune simpatiche fan mostrano con orgoglio. Il Parco verdissimo di Bussola Domani, raccoglie un piacevole meltin pot di età, storie, e distanze, un crocevia che attraversa confini
Patrizia e Michela, madre e figlia, arrivano dal Molise e questa è la quarta volta che assistono al live di Mr. Kay: mentre Michela mi mostra orgogliosa lo space cowboy tatuato sulla caviglia, parliamo del talento dei Nu Genea, dei prezzi folli del live di Kendrick Lamar e di come Tony Hadley sia finito a suonare a Campitello Matese.
Alle 18.31 Bruno Belissimo preme il pulsante di accensione per la dancefloor versiliese: coloratissimo e vibrante, il polistrumentista italo-canadese diverte e compatta una buona fetta di pubblico con un set morbido e spaziale nel segno della miglior italo-dance. Più tardi, sotto un cono d’ombra, incontro Massimo, maglietta blu dei Jamiroquai e un passato da informatico; ora si gode la pensione nella campagna brianzola, e i concerti. Mi dice che ha già comprato la nuova maglietta ufficiale allo stand del merchandise ma entrambi concordiamo che la grafica non sia riuscita granché.
Il sole è ancora altissimo quando l’allucinazione uditiva degli Studio Murena inizia a catturare l’attenzione del pubblico, ancora sparpagliato e in fase di riscaldamento. L’impatto del jazz-rap è devastante, i volumi non sempre perfetti ma gradiamo la sorpresa di due guest sul palco (presenti anche nel mirabile WadiruM, uscito lo scorso maggio): l’ottimo mcing di Danno dei Colle Der Fomento – in un passaggio di testimone che colpisce – e le venature soul di Arya.
Fra un cambio palco e l’altro ho modo di avvistare almeno cinque giovani che azzardano un copricapo piumato chiaro omaggio a Jason Kay, negli ultimi anni abbandonato in favore di un obbrobrio elettronico a LED che fortunatamente stasera ci perderemo.
Sono le 19 quando si aprono le porte del Bar Mediterraneo, pronto ad accoglierci tutti, senza distinzioni: lo avevamo già capito qualche anno fa che per i Nu Genea la dimensione live è quella d’elezione. Il Lido si illumina, rivelando un desiderio danzereccio messo da parte per seguire il vortice strumentale di quei mostri talentuosissimi degli Studio Murena. Un live dirompente che, tra canovaccio e improvvisazione, rimarca l’ingrediente fondamentale di cui è composta la musica, ovvero il continuo scambio – l’arte dell’incontro – e l’empatia che si crea tra gli artisti, ambasciatori radiosi di una tradizione millenaria. Perché sul palco vediamo soprattutto musicisti felici che vogliono farci ballare, e sì, balliamo tutti tantissimo. È una festa per il pubblico, per la band, e io dico anche per questa terra calpestata da qualche migliaio di piedi impazziti.
Paola, scatenatissima nelle danza, è arrivata da Verona soprattutto per i Jamiroquai ma stasera, mentre si gode il concerto accanto ai figli, forse realizza il suo essere devota al sound dei Nu Genea: “Me li ha fatti conoscere mio figlio portandomi i loro vinili, sono bravissimi!”. È proprio la fluidità del passaggio dalle sonorità dei partenopei – un sapiente incontro di afrobeat, brazialian sound, funky, disco ’80, jazz e canzone tradizionale – al sound massiccio dei Jamiroquai il punto di forza di questa serata in cui l’equilibrio delle parti in un dialogo costante tra passato e futuro.
La danza dei Jamiroquai inizia alle 22.03 con un tripudio di applausi: Main Vein è il funky upbeat migliore per realizzare cosa sta accadendo, siamo dentro la festa più divertente dell’estate. È la febbre del sabato sera con Jay Kay che balla come John Travolta, e il trio di vocalist sembra la reincarnazione delle Supremes. La ricetta magica della band britannica – tutti musicisti abilissimi e intelligenti – sta nella fiducia accordata a quel folletto ballerino che continua a cantare divinamente giocando con le note alte.
Sono passati trent’anni dal primo disco eppure le qualità sonore che per prime hanno reso popolare la band sembrano esser tornate di moda. Giovani artisti americani orientati al futuro hanno citato Jamiroquai come un’influenza fortissima: penso a Syd tha Kyd, Tyler the Creator, Chance the Rapper o Anderson Paak.
Ciò che colpisce particolarmente divertente nel loro ritorno italiano – al di là delle splendide trame vocali jazzy di Space Cowboy, il groove propulsivo e dance di Cosmic Girl, l’intensità di quella fantasticheria di Alright – è quanto sia sincero Kay riguardo la consapevolezza della mezza età. “I’m not fucking 23 anymore!”, confessa al termine di When you gonna learn. Ma la piccola pausa acqua tra un pezzo e l’altro non fa che confermare che lo space cowboy è tornato per essere umano, con un po’ di pancetta, un po’ più simile a noi, sudati e assetati. Assieme a Kay, sul palco la solidissima chitarra di Rob Harris, il basso visionario di Paul Turner, e ancora le tastiere di Matt Johnson, Sola Akingbola alle percussioni, Derrick McKenzie alla batteria e tre coriste meravigliose capaci di creare armonie celestiali. Hazel Fernande, Valerie Etienne (già collaboratrice dei Galliano, giusto per ribadire le radici di tutto questo!) e Lorraine Cato.
Il Parco del Lido è una gigantesca pista da ballo, la sfida sarebbe stare fermi. Il funk invade il corpo degli spettatori, che non possono fare a meno di scatenarsi grazie a una scaletta di successi divini. La flessibilità vocale di Kay è dirompente, ora arricchita da venature sporche.
È dinamite pure quella che esce dai passi ancora brillanti di Jason Kay, che è tornato a indossare il classico copricapo (divenuto spesso problematico e al centro di uno scontro sulla cultural appropriation) dopo una parentesi col casco led, scomodissimo e di dubbio gusto. Un’energia in grado di riavvolgere il nastro della vita: per noi, generazione cresciuta negli anni ‘90, figlia di MTV, dei primi lettori CD e di una rotazione musicale pressoché costante, sparata non solo dalle cuffiette ma anche nella memoria visiva di intere famiglie, rivivere Jason Kay significa anche rileggerlo attraverso il filtro dei suoi video, dei suoi passi di danza in stanza delle illusioni (ottiche) che ci faceva restare immobili di fronte alla TV. In quel momento storico, i video musicali non erano semplici orpelli ma veri e proprio mezzi per una fruizione profonda della musica.
Di fronte a quel mare ballerino fatto di 16.000 partecipanti (o 20.0000), i Jamiroquai hanno mostrato una capacità performativa strepitosa, con un repertorio brillante e carico di empatia. “I hate curfews!”, sbotta poco prima della chiusura ed è lì che emerge la grandezza dell’artista: che commozione, che tenerezza Jason Kay che vorrebbe restare con noi ancora un po’ ma si vede costretto a rispettare gli orari svizzeri del festival. Il trittico che chiude lo show vede Canned Heat – che dal vivo regala una delle migliori linee di basso nella storia della musica -, Love Foolosophy e Virtual Insanity, col suo eterno groove midtempo, che lamenta la proliferazione della tecnologia a scapito della connessione umana. Il mélange caleidoscopico e impossibile da incasellare di funk, acid-jazz e soul, e una discografia straordinariamente coerente offrono la testimonianza di un’integrità artistica che a distanza di trent’anni dal primo disco, suona fresca e dinamica come la prima volta.
La qualità dell’esecuzione, la potenza della band, l’energia sacra e libidinosa di quest’uomo rendono il concentratissimo live toscano qualcosa che vorrei sintetizzare come perfetto anche se la perfezione mi appare un concetto assai distante dal funk senza compromessi dei Jamiroquai. Il ballerino dissacratore, l’uomo delle contraddizioni, il pilota con le Gazzelle, è sempre lui, Jason Kay che si mangia il palco prima di regalarsi al pubblico.
Non so cosa ci regalerà il futuro – oltre a una massiccia dose di follia virtuale – ma questa sera ci facciamo bastare il conforto, la speranza, l’abbraccio di una jam disco-funk uptempo sincera e impeccabile. Allo scattare della mezzanotte Jason Kay obbliga se stesso e i suoi compari a spegnere le luci della dancefloor versiliese; fisso il palco vuoto cercando di smettere di ballare mentre qualche migliaio di astanti svuota velocemente la pista per andare a fare festa sul lungomare.
Ci incamminiamo verso l’uscita, ancora stonati dalla bellezza sonora appena finita, e incappo nuovamente in Giancarlo Bigazzi che continua a guardarci, seduto al pianoforte. E mi piace immaginarmi che, mentre eravamo presi dall’estasi funk, si è alzato e ha ballato pure lui. È splendido realizzare come i nostri corpi, sotto un palco, sono tornati a essere nostri.
A mezzanotte, tutto è finito, eppure tutto resta. Fino alla prossima prima estate.
You know this boogie is (still) for real.
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