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Il suono di Tri Repetae rappresenta l’apice del metodo sviluppato su Amber. È l’album che più colpisce i neofiti del loro mondo sonoro fin dalla copertina monocromatica verde oliva: un oggetto visivo tanto austero quanto emblematico di un’estetica che si impone definitivamente all’attenzione della scena elettronica internazionale. The Wire, la rivista britannica di riferimento per la sperimentazione, li acclama migliori artisti elettronici dell’anno.

Pubblicato nel 1995 da Warp Records, Tri Repetae segna un punto di svolta nella parabola degli Autechre, spostando definitivamente la coppia verso una realtà compositiva in cui la macchina diventa al tempo stesso oggetto e soggetto d’indagine. Dall’etere di Amber si passa a una materia sonora più spoglia e razionale: un’estetica del metallo e della frizione, ma anche di forme ondulate e contemplative. Ogni loop sembra corrodere sé stesso in un processo infinito, la cui dissoluzione avviene fuori dal nostro tempo. Nelle rare interviste concesse, Sean Booth ha spiegato che il loro intento non era quello di produrre musica “umana”, ma di creare sistemi capaci di generare suoni che si combinassero autonomamente, lasciando al duo il compito di interagirvi. “Tendiamo a costruire patch che seguono una logica propria, poi le lasciamo andare, osserviamo cosa accade e modelliamo il risultato invece di controllarlo del tutto”, ha dichiarato Booth. “Non vogliamo fare musica che sembri suonata da persone, ma creare sistemi che producano suoni in modo autonomo, e dialogare con loro”.

Da un punto di vista tecnico, il metodo Autechre si arricchisce di nuove trovate e di ulteriori strati di profondità sonora. L’amalgama non indulge più verso atmosfere cupe – come in Amber – né verso il rumore, come accadrà nel successivo Chiastic Slide. Dael è un funk orbitale scandito da breakbeat e da un basso gommoso, accompagnato da una melodia spaesata in stile Incunabula; Clipper avvia un discorso sul rumore ma vira su un basso sicuro che prefigura l’estetica Raster-Noton a venire; Gnit percorre le geometrie di un progetto d’architettura, mentre Overand ritorna alla prosa onirico-ipnagogica di Selected Ambient Works Vol. 2, il capolavoro di Aphex Twin.

Rsdio è il gran finale di questa mostra di meccanicità applicata al suono: una cantilena reggae-electro che rompe le linee temporali unendo l’ancestrale al futuristico, il picco qualitativo del disco. La perfezione di Leterel e Stud dimostra che il puzzle è completo e che il giocattolo va smontato da capo. Nella versione statunitense, pubblicata come Tri Repetae++, l’album era accompagnato dagli EP Garbage e Anvil Vapre, fondamentali per comprendere la successiva deriva ritmica.

Per la sua sintesi tra rigore formale e precisione ritmica, Tri Repetae va oltre l’IDM di Aphex Twin, Black Dog e B12. È un punto di arrivo e, insieme, l’inizio di una nuova traiettoria che condurrà a Chiastic Slide e a Confield, altro snodo fondamentale della loro discografia. Simon Reynolds lo definì il manifesto di un’estetica “post-umana”, in cui “l’ascoltatore è immerso in un ambiente di suoni che sembrano autoprodursi e autoriprodursi”. In seguito, Mark Fisher avrebbe descritto gli Autechre come “gli ingegneri di un’autonomia sonora senza volto, dove la macchina diventa il soggetto e la sensibilità umana un rumore di fondo”. Valerio Mattioli, in Ex Machina, lo incorona come il primo vero capolavoro del duo, usando metafore architettoniche per descrivere come i “panorami psicourbani di Incunabula vengono traslati in un’intricata sequenza di assonometrie e proiezioni ortogonali”.

Tri Repetae è un naturale starting point per avvicinarsi al duo: il culmine di una fase e l’anticipazione di quella successiva, più audace e radicale. Il lavoro che, per la prima volta, ne cristallizza la visione e ne sancisce la piena maturità.

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