Recensioni

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Eravamo rimasti ad EP 1, tra cappucci calati e pose molto hard e molto core, infatuazioni (grazie al cielo passeggere) per l’EDM d’oltreoceano e un’estetica notturna, urbana e vagamente post apocalittica. Non ci avevano convinto troppo quegli allora nuovi Aucan, temporaneamente ridotti a duo e travestiti da producer puri, ad ideale compimento di un percorso che partendo dal math rock degli esordi e passando per le contaminazioni UK dell’ottimo Black Rainbow sembrava infine arenarsi così, elettronico e modaiolo, perennemente in bilico sul sottile ciglio che separa il buongusto dalla cafonata tamarra. Bello quindi constatare che con questo nuovo Stelle Fisse, arrivato dopo 4 anni dall’ultimo già citato LP, la band bresciana tornata trio si sia rimessa al meglio in carreggiata, proseguendo con eleganza e una (a conti fatti forse non troppo) rinnovata freschezza il proprio cammino da dove lo aveva lasciato con l’oscuro arcobaleno sonoro di cui un po’ tutti sentivamo la mancanza.

Dimenticate quindi il macchinone Ultra Records, le arroganti riottosità ciccione e le sbrodolate acid house in tandem con Otto Von Schirach: Stelle Fisse è minimale e profondamente analogico, sobrio ed elegante, fluido e scorrevole (10 pezzi per 38 minuti complessivi), evocativo e dal forte impatto cinematico. Ariosità sci-fi e sintetici acquerelli alieni, per siderali fluttuazioni intrise di una psichedelia più immaginifica che lisergica, in un costante dialogo con tante tendenze made in UK ma non solo, condotto con consapevolezza e raffinatezza in una virata poppy dalle vaghe tinte ambientali: discese su future LA popolate da replicanti (Disgelo), 2-step emozionale e ortodossa che fa l’occhiolino al trio Burial-Four Tet-Thom Yorke declinandolo nella già accennata chiave più poppeggiante (Friends), bassi electro a sostenere qualche lontano rimasuglio EDM (Errors), fantasmi hip hop post-tutto con synth mut(u)anti a là Arca (Disto) e cavalcate tribali verso qualche pianeta lontano (Above Your Head, Cosmic Dub) occasionalmente macchiate di techno (Grime 3), intramezzate da vertiginose spirali di synth (Light Sequence) e oscurità droniche (Outer Space).

Niente di troppo nuovo sotto il sole (o meglio, lontano dal sole). Gli Aucan tornano bene e convincono, asciugando e girando in chiave elegantemente cinematica e facilmente fruibile tante cose che già c’erano e rimangono (per ora) ancora attuali, ma d’altronde il talento del trio bresciano non è mai stato in discussione. Proprio per questo sarà lecito aspettarsi in futuro ancora di più.

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