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6.9

Partendo dai ritmi spezzati, dai groove figli della grande stagione IDM-tronica degli anni Novanta e dalle orchestrazioni di bollicine in trance in cui Berlino dialogava con Ibiza e Düsseldorf, Apparat ha costruito una carriera autoriale dalla quale anche Thom Yorke ha tratto ispirazione. Ironia della sorte, è al frontman dei Radiohead che oggi finisce per essere paragonato, grazie a una prosa che unisce evanescenza, intimismo ed elettronica sotto le lenti di un soul bianchissimo (Glimmerine).

Con gli anni la sua mano si è fatta esperta e perfezionista: ispirazione ed eleganza hanno corso di pari passo con maniera e design, trattando le melodie come canvas di una tela immaginifica, gassosa e sognante, a volte vertiginosa e graffiante, assemblando un suono che conserva freschezza e slancio futuristico.

A Hum Of Maybe, pubblicato da Mute a sette anni di distanza da LP5, arriva dopo un nuovo giro negli splendidi club della mente abitati dai Moderat. Undici tracce nate da un esercizio quotidiano di creazione scandiscono il disco, attraversato dal limbo emotivo evocato dal titolo: un maybe che originariamente rispondeva a un blocco creativo e che oggi si traduce nel lavoro di un autore che si pone come classico contemporaneo a modo suo, anche a costo di sfiorare atmosfere disneyiane, come nelle tracce finali Lunes e Recalibration, o nel folk lunare di Tilth con KÁRYYN.

Il disco alterna momenti tra classica e ambient, memori delle esperienze teatrali di Ring (Gravity Test), a passaggi pop sempre sospesi e marmorei (An Echo Skips A Name), anche declinati in r’n’b (title track). Altrove, brani come Glimmerine, con ottimi inserti jazzati di fiati e ottoni, mettono in evidenza l’impatto live che la band potrà avere sul palco.

Più che nelle melodie, la forza dell’album risiede nella produzione: timbri, dinamiche, spazi e la grana di ogni strumento e synth sono cesellati alla perfezione, conferendo a A Hum Of Maybe un suono che, se non sorprendente, resta uno spettacolo da ammirare.

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