Recensioni

Il boato più fragoroso arriva sulla foto di Mattarella che esce nel flusso di visual verso metà del set. È uno dei momenti più divertenti della serata, mentre i ritmi che arrivano dalle casse sono meno martellanti e c’è più di qualche brandello di melodia. Il Presidente della Repubblica appare dopo una sequenza in crescendo che comprende anche Malesani e Berlusconi, Pier Paolo Pasolini e Franco Battiato. E Licia Colò. In maniera gigiona, forse, ma è uno degli attimi migliori dell’unica data italiana di Aphex Twin. Ma la mia giornata era cominciata molte ore prima…
Sono le sei di mattina e le cicale stanno già frinendo. Ho paura che sarà un’altra giornata caldissima. Mentre mi rigiro nel letto, la prima lama di luce che passa le imposte e mi colpisce proprio in faccia, mi viene in mente la chiacchierata con Edo (il direttore di SA), quando ha scoperto che andavo all’unica data italiana di Aphex Twin. “Ma potevi dirlo, no? Chiedevamo l’accredito stampa: dei nostri non c’è nessuno che va!” Eh, ma io non volevo il peso di doverne scrivere. Non sono un esperto di Richard D. James. Nonostante io non sia più di primo pelo, e scriva di musica da più di vent’anni, con Aphex Twin non siamo mai stati granché sincronizzati. Prima troppo perso dietro a rock, mode 90s, cantautorati intimisti dei lidi nostri o, via!, a inseguire il sogno americano di qualche country/folk band che mi faceva andare sull’Atlante (no, non Google Maps, non ancora) a cercare gli Appalachi. “Boh, vediamo… A parte qualcuno, non credo che riuscirei nemmeno a riconoscere i brani…” Mi aveva risposto di non preoccuparmi, ma non sono mica sicuro. (Che se invece interessa, basta andare su setlist.fm e dopo poche ore c’è già la scaletta del live set…)
La mattina di lavoro passa tra un caffè e l’altro, una riunione, una call, rispondere alle email – poche – di questa estate in cui tutti sembrano già in vacanza. Per fortuna la temperatura non sale troppo: forse il viaggio da Bologna a Villafranca sarà climaticamente accettabile. Ho prenotato in un albergo lì vicino, in campagna, con la piscina, giusto per un tuffo prima di andare al concerto. Conoscevo dei ragazzi che andavano ai rave. Mi ricordo di uno di loro. Lui sì ci andava e aveva sempre qualche CD masterizzato da passarmi: Squarepusher, Loop, ma anche qualche cassetta di dj-set in qualche locale, oppure di quelle carovane di raver che andavano in India in camper e poi organizzavano le feste sul greto di un fiume. Mi ricordo che lui andò anche a un rave dove ci scappò pure il morto. Era in un capannone abbandonato e ne scrissero tutti i giornali locali. I miei non volevano che uscissi più con il mio amico. Così io in quel giro, in quella tribù lì non ci sono neanche mai entrato. Poi c’era L., che andava sullo snowboard e ascoltava Selected Ambient Works 85-92. Almeno quel disco, quello sì, l’ho consumato perché ero innamorato di L. Ma non funzionò mai, e nel giro di poco anzi, Aphex era diventato troppo legato a una delusione mia personale. Meglio i Nirvana e i Soundgarden.

Ma queste cose, mica le posso dire a Edo, ché non è che siano tanto serie, come motivazioni. Allora, visto che la curiosità di vederlo e sentirlo c’era, i biglietti li ho presi in prevendita, per i fatti miei. E non avevo intenzione di scrivere una riga: non sono un reduce degli anni Novanta che è rimasto fedele al genio dalla prima ora, non l’ho seguito più che tanto negli anni successivi, se non per un interesse musicale diciamo “professionale”, apprezzando la perfida ironia, il gioco postmoderno della frantumazione del reale, la coerenza espressiva. Però, mi son detto, non è che devo per forza essere un pizzaiolo per capire se una pizza è buona. Magari non capirò tutte le sfumature dell’impasto, tutti i segreti dell’alveolatura e della perfetta cottura. Ma, vivaddio, la saprò distinguere da una surgelata, no? Un po’ mi consola, questo pensiero, mentre scendo in piscina all’albergo. In fondo, se vado a sentire Bob Dylan, non è che mi sento fuori luogo perché negli anni Sessanta quando lui esordiva nel Greenwich Village io non c’ero! Ecco, al concerto di Aphex Twin ci vado un po’ con lo stesso spirito: vedere per una volta dal vivo qualcuno che ha un posto nella scena musicale e artistica che fa la sua cosa. Voglio un po’ capire com’è, come sono anche quelli che lo seguono. E per una volta anche andare a un concerto che è un evento, perché dopo diversi anni, Aphex Twin fa questa data italiana e poi, adios, alla prossima. Chissà quando, chissà dove.
Tra i lettini sparsi sull’erba attorno al bar della piscina riconosco un paio di coppie che capisco verranno al concerto. Sono più giovani di me, forse trentenni, anche meno. Una delle coppie ha la camera di fronte alla mia. Li incrocio nel corridoio quando risalgo per la doccia: ho l’impressione che passeranno per la prima volta una notte fuori da soli. Faranno l’amore? Io spero di sì.
La fila per entrare al Castello è lunga: metal detector, “no, le bottiglie di vetro no xe pol miga: la lassi qua e poi la riprendi quando esci”, “oh, ma hai visto che c’è la navetta per Verona Porta Nuova subito dopo il concerto? Però dieci euro, cazzo…”, “no, neanche l’autan, me despiase”, controllo biglietti “buona serata”, cani antidroga… Il palco è già bello assediato da fan che evidentemente non vogliono perdere il posto, anche se mancano più di tre ore a quando è prevista l’uscita di Aphex Twin. Io ordino una birra, pago con il bancomat (una cosa che fa strano in questa atmosfera un po’ retrò in cui mi pare di essere immerso) e mi siedo in fondo su una delle panchine. Guardo in giro. Mi sembra che ci siano più giovani di quanti mi aspettassi: ventenni o poco più che si mescolano con quarantenni e cinquantenni, e anche qualcheduno già negli -anta. Nessuno di noi meno giovani si alza per il set dei D’Arcangelo. Non li conoscevo, ma scappa un sorriso quando nei primi minuti mi pare di riconoscere un giro di synth dei Kraftwerk, forse mi sbaglio o è solo un wishful thinking, non lo so. Però me li rende subito simpatici. Vorrei quasi alzarmi e ballare un po’ di questa dark techno, ma penso che devo preservare la schiena per chi viene dopo, perché mi voglio avvicinare. Sullo sfondo, gli aerei continuano a scendere verso l’aeroporto di Verona, il cielo si è tinto di rosa e azzurro-griogio, si accendono anche le luminarie della torre del castello e mi pare che tutto abbia un senso.

Alle nove e mezzo i D’Arcangelo salutano, il sole tramonta e i tecnici cominciano a preparare la scena per Aphex Twin. Il quale esce dalle quinte alle 22 spaccate, dando inizio al suo set. Inizialmente è un assalto sonoro bello e buono: nessuna concessione melodica, né ritmi davvero ballabili. Che a pensarci, per uno che ha contribuito più di ogni altro a sdoganare la vituperata etichetta dell’Intelligent Dance Music, impedire di ballare al proprio pubblico sembra una perfidia pensata ad arte. Un po’ come quando i cantanti anticipano o ritardano le entrate per far andare fuori tempo il pubblico ai concerti. Oppure perché è braindance, e allora non devi ballare con il corpo, ma con la mente. I visual di Weirdcore sono sparati sul cubo in proiezione isometrica che sta sopra la console e su due grandi schermi in verticale, accompagnati da uno stroboscopico lavoro di luci e laser. A un certo punto il pubblico si rende conto che disegnano delle forme sul muro opposto al palco: onde sonore, forme astratte, linee e cerchi che si muovono a ritmo dei detriti musicali che Aphex scaglia sul pubblico, in un clash con la medievalità del luogo. Non so più dove guardare. E mi pare un’altra delle beffe di Richard D. James: io sono qui che ti sparo la musica, ma ti spingo a guardare da un’altra parte.
Subisco, me ne rendo conto, un po’ il fascino della “festivalizzazione” di uno come Aphex Twin, come se un concerto come quello di Villafranca lo facciano entrare in quella dimensione che hanno (o avevano) alcuni concerti rock. E penso che per Richard James, probabilmente indipendentemente dalla sua volontà, ci sia anche un parziale ricollocamento della sua arte in un contesto altro rispetto a quello in cui è nato, dal mondo dell’elettronica d’avanguardia, della rave culture, dalla controcultura da centro sociale occupato a una specie di mainstream borghese, festivaliero e vacanziero (chissà quanti di quelli che si sentono parlare tedesco a Villafranca sono in villeggiatura al Gardasee). È già successo, per dire, ai Chemical Brothers: che hanno convertito a dj-set un remix della propria carriera presentandolo all’interno di uno spettacolo multimediale. Mi vengono in mente i live-evento dei Pink Floyd, ma magari è fuori luogo. Chissà.
Il set è compatto, una novantina di minuti che passano per momenti più dichiaratamente industriali, altri vagamente più sereni e al confine con l’ambient (sempre alla maniera di Aphex, si intende), ma più di tutto mi pare di stare dentro a uno di quei frullatori sonori messi in piedi dagli Autechre o qualcosa di simile. La densità sonora ha pochi cedimenti e sembra quasi dire che è tutto già stato macinato dal contemporaneo e l’unica possibilità che abbiamo è un gesto genuinamente punk e distruggere il tessuto della realtà. Potendo, se è possibile, immaginare altri mondi, che però non sembrano tanto rassicuranti. Mi vengono in mente le critiche al sistema capitalista di uno come Peter Frase, per esempio. Oppure Bifo Berardi che incita a disertare. Da tutto.
Sotto il palco è la bolgia sudata, ma compita che si confà all’evento e al sabba tecnodigitale che Aphex sta celebrando dal palco. Altrove è tutto un grande trip, non necessariamente nel senso lisergico, ma più farsi prendere bene dalla materia che ci martella i timpani: chi comunque prova a muoversi a ritmo, chi chiude gli occhi e si guarda dentro, chi è perso chissà dove. E vedo il ghigno di Aphex in una di quelle sue foto inquietanti proprio lì sui lati di quel cubo gigante. Ridi? Con noi o di noi? Credo che non lo saprò davvero mai. Non perché abbia il dubbio se Richard James ci è o ci fa. Piuttosto perché ho sempre l’impressione che sia già altrove, che mentre noi siamo qui a provare a ballare sul posto, lui sia già andato più avanti nella sua riflessione.
Sembra un po’ una di quelle battute di puro genio che lì per lì capisci solo per un verso, mentre il vero senso ti arriva magari all’improvviso, quando meno te l’aspetti. Magari mentre domani mattina farò colazione e guarderò le facce di chi c’era, oppure quando leggerò qualche intelligente live report che mi svelerà il segreto. Oppure mai, e anche se una mattina mi girerò all’improvviso non vedrò, come capitò a Eugenio Montale, il vuoto dietro di me. Tornerà tutto come prima, il sole sorgerà di nuovo e tutti saremo felici a modo nostro nel capitalocene.
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