Recensioni

Sono passati 5 anni dal precedente Security nel quale il collettivo di Brooklyn aveva spinto i propri limiti stilistici fin quasi oltre l'afrobeat nel cui ritorno in auge aveva giocato un ruolo non secondario e al quale qui torna, ispirato in parte dall'aver lavorato al musical Fela!, in parte dal ritorno al banco della produzione dell'ex-membro Gabe Roth (anche produttore dei primi 3 dischi).
Il gruppo infatti ricompatta le linee tornando ad una più stretta osservanza del manuale, dalla quale però riparte cercando la novità altrove, quasi più dall'interno che non nella contaminazione.
I riff di chitarra e di organo acquistano infatti maggiore centralità rispetto a prima, guidando il flusso musicale ampiamente dispiegato nella durata lunga dei brani e sostenuto dalla forza poliritmica dell'ensemble, questa affidata anche a fiati in contrappunto e ricamo ritmico: vedi l'apertura subito in ballo di Dirty Money, che rallenta solo leggermente in The Ratcatcher ma arriva vicino al reggae in Him Belly No Go Sweet, viaggia dispari sulle stratificazioni ritmiche di Ari Degbe e Ibéji prima di ripartire nella frenetica apoteosi finale di Sáré Kon Kon col sax che si riprende il centro della scena tirando il tutto senza nessuna voglia di smettere.
Per qualcuno è un paradosso che un gruppo occidentale sia così calato dentro una musica che nella terra e negli anni d'origine veniva suonata con un orecchio agli strumenti e l'altro alla porta da cui potevano irrompere militari, e vede in ciò la causa dell'assenza della tensione che animava i dischi di Fela Kuti; ma i testi, che esprimono talvolta sotto metafora talvolta direttamente temi cari al movimento Occupy (per il quale hanno anche suonato, e si guardi anche il video della suddetta Dirty Money), mostrano che si può guardare comunque il mondo sfruttando la prospettiva, certo più sicura ma diversa, offerta dal vivere al centro dell'Impero. Magari senza senso di pericolo, ma con "tiro" e ispirazione.
Amazon
