Recensioni

Prima ancora di Primo Appuntamento, cercare l’amore in TV negli anni Settanta voleva dire solo una cosa: partecipare a Il gioco delle coppie. Il programma (in originale The Dating Game) era un must per gli spettatori statunitensi, un ricettacolo di cuori in attesa e di serial-killer. Già, perché ad aumentare la fama del programma nel 1978 ci pensò la partecipazione di Rodney Alcala, uno dei più noti serial killer americani: capelli lunghi e neri, sguardo perturbante, l’uomo rispose con tagliente ironia alle domande postegli dalla concorrente Cheryl Bradhsaw così da conquistarla e probabilmente annoverarla nella lunga lista di giovani vittime.
È l’ignara celebrazione del mostro; l’esaltazione di quel meccanismo sociale che permette agli assassini di muoversi indisturbati, lasciandosi illuminare dalle luci dei riflettori. In un momento storico come quello contemporaneo, dove le voci di donne che non possono più parlare, perché taciute dalla mano di uomini violenti, si uniscono in coro a reclamare giustizia, Anna Kendrick sfrutta un episodio così paradossale come quello di Alcala per dar vita al proprio debutto alla regia con Woman of the Hour.
Un film, questo, in cui tutto vive di una patina vintage, di un giallo seppia che sa di anni Settanta, ma anche di fegato marcio, di malattia. Non arrivando a quella tonalità itterica che riveste l’opera di Denis Villeneuve (Sicario, Blade Runner 2049) il mondo che investe Cheryl e Rodney si fa asfissiante, umido, appiccicaticcio, pervaso da un senso di sudore per una corsa a perdifiato, o un respiro pronto a mancare tra le mani di un uomo come Alcala.

Come due treni che corrono su binari distinti, ma destinati a incrociarsi, e quasi schiantarsi, Cheryl e Rodney diventano i perni centrali su cui prende vita l’intera opera. La scelta del montaggio parallelo è dunque lo strumento dirompente chiamato a esaltare la legge del destino e del caso. Perché è dal caso che la donna incontra l’uomo, e il killer perde la prossima vittima.
La regia della Kendrick si muove in punta di piedi, procedendo su un sentiero del tutto opposto a quello del suo stile recitativo. La naturalezza e spontaneità della sua mimica facciale è distante da una regia che ha paura di osare, di forzare su uno sguardo che necessita di essere più intenso e coraggioso nei confronti di un racconto come quello degli omicidi perpetrati da Alcala. Tutto rimane così distante, sfiorato ma mai afferrato, sussurrato ma mai pienamente interiorizzato.
La creazione della tensione è anch’essa un processo riuscito a metà; l’ansia del pericolo imminente, il timore del mostro che si avvicina, di chi incute paura e ti insegue a poca distanza, sono solo sensazioni suggerite, ma mai condivise. Le percepiamo, ma non le viviamo fino in fondo. in questo modo viene meno il fulcro centrale dell’opera, l’obiettivo preposto da una macchina narrativa che viaggia con il freno a mano tirato.
Vorrebbe sviluppare un discorso femminista,Woman of the hour; denunciare un sistema maschilista, violento, scegliendo come massimo portavoce un uomo che di quella violenza contro le donne si è fatto bandiera. Decide di farlo saltando a livello temporale ed esistenziale, tra flashback, salti in avanti, donne inascoltate e altre pronte a scappare dal pericolo. Eppure, a forza di saltellare, il film della Kendrick scivola, cade e si spezza. Focalizzarsi principalmente sulla donna del momento, quella Woman of the hour promessa nel titolo, alternando la sua vicenda a quella delle altre vittime, poteva evidenziare la componente di denuncia e di indagine sul male che nasce e si insinua anche nelle viscere di acque calme e rassicuranti.

Il film targato Netflix, invece, pone troppa carne sulla brace con il rischio di non saperla cucinare a puntino. Così facendo la Kendrick si limita a raccontare, a suggerire i dettami di una cultura che permette ai predatori di colpire indisturbati fino a giustificarli (un pensiero non solo del tempo, ma ancora, purtroppo. attuale) senza però indagarlo a fondo. Un problema, questo, sicuramente imputabile a una sceneggiatura che gioca in accumulo, piuttosto che in riduzione, e che la regia della Kendrick non riesce appieno a migliorare, smussandone gli angoli, e palliando gli elementi superflui.
Dove Woman of the hour trova, però, il suo punto di forza, l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi è sicuramente nella componente attoriale a sua disposizione. Se dietro la macchina da presa la Kendrick non riesce sempre a restituire la portata angosciante degli eventi, una volta postasi dinnanzi a essa, ecco rivelare tutta la sua espressività, accompagnando lo spettatore in questo viaggio dantesco della mostruosità umana illuminata dalla luce dei riflettori. Daniel Zovatto risulta altrettanto perfetto nei panni di Rodney Alcala, riuscendo a restituire la calma apparente, l’indole rassicurante e confortante di un uomo che nasconde il volto della morte dentro la propria maschera. Se vi è qualcuno capace di colmare le lacune, e ridurre le eccedenze, è proprio Zovatto; portatore di angoscia, timore, l’attore si pone davanti alla cinepresa per lasciarsi indagare, immortalare, per poi innestare nella mente degli spettatori sprazzi di indicibile paura. Proprio come le vittime cadute per mano del suo personaggio, così il pubblico si lascia immortalare nello scatto di una fotografia, per poi scappare via. Una lotta interiore suggerita dall’attore con la forza di un solo sguardo: uno sguardo penetrante, ammiccante e dolorosamente violento.
Poteva conquistarci, Woman of the Hour, proprio come un concorrente tenta di conquistare la donna del momento nel corso di un programma televisivo. Ma tutto si è rivelato come un appuntamento al buio scemato nella sconfortante attesa di qualcuno che non si presenterà. Attendi, speri, ma ciò che conquisti è solo disillusione.
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