Recensioni

Come può la sofferenza amorosa prendere forma in una musica votata al rilassamento? Complice una gestazione di quasi sei anni, il secondo album della musicista californiana Ana Roxanne Poem 1 assume i contorni di una ponderato tentativo di rispondere al quesito. Il minimalismo a base di tastiere e voce, insieme all’incedere calmo e rarefatto delle sue composizioni, tratti distintivi del debutto su Kranky Because Of A Flower (2020), resta al centro del suo approccio. Ciononostante, il rilassamento tipico della musica ambient, anziché configurarsi come un punto di snodo verso un idealizzato stato meditativo (l’album del 2020 si apriva nientemeno che con una discettazione sulla relazione tra ying e yang e armonia musicale), sembra qui imporsi con un senso d’urgenza.
Fin da subito Roxanne sembra motivata ad affermare, anziché dissimulare, la sua presenza: «I wanted to travel/Home into somewhere», canta nel brano d’apertura The Age of Innocence. La sua voce prende il lancio da un tappeto di archi sintetici che echeggia una delle sue tante dichiarate fonti d’ispirazione, la musica devozionale di Alice Coltrane, già evocata in Because of a Flower. Tuttavia, i riverberi e le fosche texture di reminiscenza grouperiana del primo album lasciano spazio a una voce limpida nella sua tonalità, incapace di nascondere il vuoto emotivo che ne anima l’ispirazione: «want something it never was», declama sospesa tra accenti di violino.
Ascoltando la sua nuda voce districarsi tra ingombranti silenzi, tenui note di pianoforte e impercettibili accenti di basso in brani come Berceuse in A‑flat Minor, Op. 45, si è tentati di registrare uno sconfinamento in un ambito musicale nuovo per Roxanne. Eppure, più che segnare un passaggio vero e proprio dall’ambient al cantautorato in senso stretto, Poem 1 sembra voler di continuo dissolvere i confini tra le due modalità espressive.
I calmanti stralci strumentali che da Roxanne ormai ci si aspetta accompagnano l’ascoltatore tra una monumentale riflessione su dolore e alienazione e l’altra, senza notevoli scossoni stilistici. Il bucolico interludio X, per esempio, tratteggia un’impressionistica levata del sole alla maniera di un Roedelius di fine anni Settanta, fungendo abilmente da perno tra l’amaro brano piano/voce Keepsake («It can never grow/If it’s never born») e la vaporosa nenia slow‑jazz Untitled II («losing all I had»), entrambe composizioni sufficientemente dilatate da comunicare un malinconico senso di perdita e, al tempo stesso, assurgere a pura atmosfera.
Un’obliqua ispirazione jazz affiora anche in Wishful (draft), brano strumentale che ricorre a un sintetizzatore di qualità marcatamente vocale e a percussioni rallentate, fungendo da ponte lynchiano tra One Shall Sleep – un’interpretazione più ascetica che romantica dello Stille Tränen di Robert Schumann («Often on silent nights/Many a man weeps his grief away») – e la commuovente Cover Me, un corposo brano corale in cui viene dato pieno spazio tanto alle armonie di Roxanne e del suo coro maschile quanto ai loro respiri, lasciati in primo piano come significanti di un tanto agognato pacificazione interiore.
Nel brano di chiusura a seguire, non a caso intitolato Atonement (espiazione), Roxanne carbura i primi, frammentari versi («Running alone/Running forward and looking ahead») non prima che una travolgente intro di ben due minuti mezzo a base di soli archi sia giunta al decollo. A fronte di una buona mezzora di flebili oscillazioni tra confessione e abbandono, si tratta un ulteriore rinvio delle aspettative, quasi a voler dissolvere, ancora una volta, i confini tra i generi di riferimento e arrotondare le tempistiche di un tanto agognato lenimento emotivo.
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