Recensioni

Quando un’artista ha alle spalle circa dieci anni di esperienza tra diverse band e collaborazioni, e ha macinato tanti chilometri quanti gli accordi suonati, ci si aspetterebbe quantomeno un disco d’esordio che spacchi, letteralmente. Allison Crutchfield porta avanti progetti musicali sia da sola che insieme alla sorella gemella Katie (meglio conosciuta con lo pseudonimo del solo-project attuale, Waxahatchee) fin dal liceo, anni (per le Crutchfield) caratterizzati dal plot stereotipato della vita da loser in una scuola dalla mentalità chiusa, omofobica e castrante dell’America del Sud.
Proprio gli anni della giovinezza sono al centro di questo Tourist In This Town, risultato dell’incontro tra la tradizione punk-rock/garage DIY perseguita da Allison e il suo lato più intimo, autobiografico e lirico. Il disco pesca dal post-punk inglese à la Joy Division e The Cure (I Don’t Ever Wanna Leave California, Chopsticks on Pots and Pans) ma anche da un songwriting anni Zero che accenna a una Kate Nash meno spassosa e meno intonata, spogliata dall’elegante pronuncia inglese (nonostante la Crutchfield sembri avere una parlata più chiara rispetto a quella americana a cui siamo abituati). Non mancano familiari synth anni ’80 (Broad Daylight) che decorano alcuni brani con atmosfere siderali (Sightseeing), così come non mancano ballate più intime (Charlie, Secret Lives and Deaths) che accentuano la vena lirica del disco.
Vi sono però aspetti meno attraenti in questo album, a partire dalla voce della Crutchfield, talvolta stridente e incolore. L’effetto sull’ascoltatore è simile a quello del cantato di Grimes, di Julie Ruin o dell’italiana Maria Antonietta: c’è l’ascoltatore che rimane folgorato dalle voci aspre, e chi non riesce ad ascoltarle neanche da lontano. In più è riscontrabile qualche mancata aderenza tra la metrica dei testi e la musica: in alcuni casi la cantante è costretta ad allungare le sillabe e in altri a velocizzarne l’esecuzione per riuscire a stare dentro alla frase musicale, perdendo di ritmo e creando un effetto di incongruenza. Non sembra, però, una voluta operazione di de-strutturazione della forma canzone, ma soltanto qualcosa che abbia a che fare con passaggi sonori irrisolti.
Questo non fa di Tourist in This Town un disco da buttare: il mix di generi risulta efficace e alcuni ritornelli sono immediati, catchy, apprezzabili anche da ascoltatori dai gusti trasversali, come accade per le tracce migliori dell’album, Mile Away, Chopsticks on Pots and Pans e Dean’s Room (di cui è stato realizzato il video e che ha rapida presa sulla memoria). Il pop-punk lo-fi e DIY della Crutchfield è spontaneo e valido, sebbene, prendendo in considerazione l’interezza dell’album, non lasci un profumo ben riconoscibile al suo passaggio.
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