Recensioni
Avion Travel
Alessio Bonomo
Avion Travel - Privé
La musica non esiste
-
Giulio Pasquali
- 17 Dicembre 2018


È con colpevole ritardo che ci occupiamo dei due dischi che, insieme a La posa del Nada Trio, costituiscono l’ultimo lascito musicale di Fausto Mesolella, il raffinato e fantasioso chitarrista degli Avion Travel portato via da un infarto il 30 marzo 2017 – del resto, in vista delle classifiche di fine anno sarebbe stato un peccato lasciarli da parte.
Al momento della sua morte il musicista era come al solito in piena attività: il disco del Trio stava per uscire (col gruppo in procinto di partire in tour), ma nel frattempo aveva in corso anche i due dischi di cui ci occupiamo, ovvero il ritorno di Alessio Bonomo, già a buon punto, e il primo disco di inediti dal 2003 degli Avion Travel, le sessioni del quale erano iniziate proprio il giorno in cui il musicista ha avuto il malore che lo ha ucciso.
Anche il coinvolgimento è diverso dunque, oltre che lo lo stato dei lavori: di Bonomo, il chitarrista aveva già prodotto La Rosa dei venti (2001), il primo dei soli tre dischi (più un EP) in quasi 20 anni, quello dell’indimenticabile La croce di Sanremo 2000, e anche qui il suo compito è rivestire di raffinate spaziosità mediterranee, più coerenti e armonizzate rispetto al passato, le composizioni del cantautore, il quale continua a rivolgere al mondo uno sguardo innocente e stralunato come il suo stile, nel cercare di capirlo in profondità. «Assomiglia all’ingenuità la saggezza», cantava Ferretti, e Bonomo porta ancora quell’innocenza sul volto, benché il paffuto viso bambinesco del 2000 si sia trasformato nei lineamenti chisciotteschi già sfoggiati nel precedente Ai confini di un’era (2014), innocenza con la quale cercare una verità dietro gli inganni di un mondo in cui «viviamo in un reality» dove «chiediamo ciò che è nostro / con il cappello in mano» (una insolitamente quasi politica Reality), e in cui «non credo più a nessuno / perché nessuno ha più ha qualcosa da dire» (Lettera d’amore), mentre si sogna Un’altra Italia (anche questa insolitamente politica benché a modo suo, ma un po’ meno riuscita).
Così si dispiega la sua visione di una marginalità deliberata – e diremmo quasi militante – rispetto a un mondo che non piace, attraverso una galleria di personaggi che va dal misterioso L’uomo di spalle, i cui occhi «migliorano i tuoi» ma solo finché resta di spalle (con un vago eco de La prima cosa bella nella strofa) a Certe vecchiette che «chissà cosa pensano di aggiustare» nell’omonimo frammento, dall’altro frammento della donna che piange davanti a Un lago al doppio ritratto della bellissima Ci vorrebbe qualcuno nella quale, mentre si descrive l’uomo (anzi «il bambino, ma con la faccia di un uomo») adatto a una certa donna, si descrive in qualche modo anche lei (e sembrano entrambi ritratti dell’autore stesso); un mondo in cui il paradosso non abita solo nelle modalità espressive di Bonomo, che intitola un disco e la canzone finale La musica non esiste (perché per lui «esiste un’altra cosa, di cui la musica è una serva e come tale va trattata»), in un brano con le voci ospiti di Peppe Servillo, Alessandro Mannarino e Petra Magoni, ma anche nel mondo stesso dove si apre ‘O ‘mbrello «e jesce ‘o sole / ‘o chiudo e chiove / e fa accussì pure l’ammore» (nell’unica, a quanto ci risulta, incursione nel dialetto della sua opera).
Il Nostro cerca (e afferma di non suonare ma di fare) quell’ “altra cosa”, attraverso il viaggio nello spazio di Contatto immediato, o forse è il “ridondar d’amore” di Cosa succede quando si muore, ma la musica ovviamente la fa, con un’ispirazione matura che mette da parte tanto cantautorato nostrano appiattito sulla coppia Battiato/ultimo Battisti (spesso senza esserne neanche all’altezza) scegliendo invece una strada proficuamente più classica e mediterranea anch’essa, per un album da aggiungere a quelli che, secondo la nostra Beatrice Pagni, caratterizzano il 2018 come un anno di fragilità espressa in musica.
Per quanto riguarda invece il gruppo in cui Mesolella ha svolto la parte principale della sua pur frenetica attività (e che si è portato dietro in qualche ospitata sul disco di Bonomo), il discorso è diverso: la partecipazione forzatamente limitata è probabilmente il motivo per cui questo disco di Servillo e soci è stato messo insieme con materiali eterogenei, dai due brani con testi di Pacifico a tre canzoni già apparse in quanto scritte per altri (anche se nel caso di Come si canta una domanda si fa per dire: la musica è del bassista Ferruccio Spinetti, che la scrisse per il suo duo Musica Nuda e lasciare lì le altre due sarebbe stato davvero un peccato). Ma il gruppo riesce ad armonizzare il tutto – nonostante manchi l’inconfondibile chitarra (rimpiazzata solo in due brani da Emanuele Bultrni) del Nostro e nonostante Mario Tronco faccia il produttore e il compositore lasciando le tastiere al nuovo arrivo Duilio Galioto – realizzando un disco coerente, nel quale la varietà è quella consueta della band e i cambiamenti sono in parte efficace dinamica narrativa della scaletta, in parte riprendono il concept delle due anime del disco, quella solare assalita da occasionali incursioni di quella oscura.
Lo spiega subito la notevole A me gli occhi, già data a Patty Pravo per Radio Station (2002, dove la suonavano anche), serena e ariosa nell’articolata strofa ma in un attimo minacciosa nel ritornello, prima della coda strumentale tra dub e Floyd de L’incanto, e prosegue nell’alternanza tra il pathos di Inconsapevole (titolo da Brasile per un brano in tonalità minore) e il camminare leggero ma venato di blu della suddetta Come si canta una domanda, la dichiarazione di poetica autoriflessione di Caro maestro (qui di Mesolella c’è anche la voce) appartenente al loro filone più teatrale ma anche a quello delle canzoni lanciate di corsa (vedi la storica cover di Storia d’amore e, su questo disco, la metafora de Il cinghiale), e nella quale fa capolino uno di quei pochi tocchi di elettronica – diversa da quella dei tempi di Cirano – che qua e là arricchiscono il loro consueto mix stilistico. Dalla Mannoia riprendono la bella Se veramente Dio esisti (evidentissimamente scritta per lei), qui ridotta a una versione voce e piano vagamente Annarella, mentre nello swing tinto di vintage italiano, Alfabeto, il testo di Pacifico allarga il discorso della sua antica Le mie parole (quella che colpì Bersani al punto di farne una cover). L’amore arancione è una di quelle storie che ogni tanto raccontano i Nostri (anche se il testo è di Carla Di Riso, già con Servillo nel progetto sul tango argentino di Parientes), con la strofa che ricorda La ballata della moglie del soldato di Kurt Weill; poi l’incalzare de Il cinghiale prepara una lunga title-track nella quale l’elettronica è ancora più evidente e il riff sintetico si alterna ad aperture di fiati ed armoniche, mentre si parla di disincanto sereno da coppia di tarda età che si dedica ai club di scambisti e riflette sul passare del tempo, in una canzone che forse non riesce ad essere il climax definitivo e grandioso del disco ma è ardita come concezione e aggiunge qualcosa di nuovo e insolito al ventaglio espressivo del gruppo.
Infine Dolce e amaro, una bella riflessione su amore e arte interamente opera di Pacifico, chiude adeguatamente il primo disco di inediti da 15 anni a questa parte, che avrebbe potuto essere molto diverso ma alla fine testimonia la classe e l’eleganza dei suoi autori (tra le altre cose, è uno di quei dischi dai bellissimi dettagli), i quali escono alla grande dalle difficoltà (l’eterogeneità dei materiali suggerisce che, contrariamente a quanto ci disse Mesolella dopo un concerto, forse il motivo per cui non facevano più dischi di inediti non era solo «perché chi se li compra più?»), salutando il loro geniale amico con un’opera che mostra come il gruppo, anche senza due pezzi grossi, possa avere un futuro.
[Il voto è lo stesso per entrambi i dischi]
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