Recensioni

7.5

Uno spettro si sta aggirando per l’Europa. O, meglio, in Italia, però senza dimenticare il suo luogo di nascita, quella Berlino che nel febbraio 2024 ha ospitato assai emblematicamente il primo concerto dei redivivi CCCP. Ho scritto “redivivi”, ma solo per pigrizia. In realtà i CCCP non sono mai morti, perché non muore un fenomeno ben annidato nell’immaginario, casomai si zombifica (nel migliore dei sensi possibili). Resta da capire se sia un bene o un male: un giorno, chissà, forse ne riparleremo. Comunque, nel caso specifico, è lecito parlare di reunion nel senso che gli interpreti attuali sono coloro che meglio potrebbero celebrare oggi la persistenza mnemonica dei CCCP, ovvero e ovviamente la coppia Ferretti-Zamboni (per lunghi anni aspramente scoppiata), ai quali si sono giustamente (ri)uniti la “benemerita soubrette” Annarella e l’“artista del popolo” Fatur. Tutti presenti e vivi, certo e graziaddio, ma anche simulacri di loro stessi nell’officiare un tributo inevitabilmente decontestualizzato, perché tutta la cornice paranoica degli 80s in cui i CCCP si prodigarono (hackerando con spirito geniale e scellerato il processo di turbo-normalità catodicamente orientato), è oggi frantumata, polverizzata, dissolta in una nuvola vasta e pervasiva di bit. Da cui il presente scenario culturale e politico senza fronti riconoscibili né linee a cui prestare fedeltà. I CCCP sono, in una parola, irrecuperabili. La loro essenza, ahimé, è attingibile solo nostalgicamente. Un’essenza spettrale, appunto. E quindi perfetta per l’amnesia instagrammabile in cui siamo così deliziosamente immersi. 

Non vale lo stesso, invece, per i C.S.I., che emersero dalle ceneri dell’esperienza precedente come frutto di una discontinuità più traumatica di ciò che potrebbe sembrare. Sostenere che i C.S.I. fossero un reboot dei CCCP o se preferite dei CCCP 2.0 non è peregrino, ma significa sottostimare la faglia stilistica, tematica e poetica che separava le due entità, riflesso del rispettivo contesto storico (e geografico anzi geopolitico) in cui avevano preso vita, di cui si proponevano più come estroflessione che come riflesso.  

In tal senso è prezioso il lavoro svolto da Alessio Barettini in questo volume breve ma intenso che, esauriti brevemente i compiti biografici relativi ai protagonisti, si concentra su musica e testi per tracciare un quadro dell’opera della band emiliana, svolgendo cioè una ricognizione esegetica profonda dei tre album in studio che hanno segnato i Novanta del rock italiano. La chiave con cui tenta di aprire lo scrigno espressivo è ben riassunta in un passaggio del capitolo introduttivo: “Pochi si accorsero però che il destino di questi anni era segnato. I C.S.I. senz’altro videro oltre, e questo poté accadere perché più di altri seppero vedere la Storia, la fine della storia”. 

Barettini, di cui abbiamo già apprezzato il precedente Inventario letterario nel mondo di David Bowie, è lucido a tratteggiare quel frangente – la fine degli Ottanta, il crollo del Muro, l’estinguersi del duopolio della (mitologica) deterrenza nucleare, lo svanire della contrapposizione ideologica, politica, culturale – che coagulò in un presente stupefatto, raggelato, smarrito, per il quale in molti si sentirono autorizzati a fare propri i concetti (col senno di poi un po’ frettolosi) di secolo breve e, appunto, fine della Storia. Epica Etica Etnica Pathos non fu solo l’ultimo album dei CCCP, ma un ponte che gettava la campata nello stomaco di un futuro nebuloso e scoordinato. E fu in questo senso il frutto dell’esitazione che avrebbe generato i C.S.I., il cui organico non a caso riprendeva quello di chi a quello splendido canto del cigno aveva lavorato. Forse i C.S.I. sono stati proprio questo: una prolungata, sofferta esitazione della testa e del cuore di fronte alle cupe vampe di fine secolo/millennio (con i conflitti balcanici a costituirne il nefasto baricentro). Un ripiegamento poetico ed emotivo alla ricerca di senso e radici, occupando lo spazio diventato inagibile per la provocazione (post)punk.   

Perciò Ko de mondo va a cercare se stesso – letteralmente: in pratica le canzoni non esistono ad inizio dei lavori – in un luogo di confine geografico e simbolico, Finistere. Lo scopo è chiaro: riflettere sulla fine. Dell’Unione Sovietica, dell’Europa, della Storia, della terra. Quello della fine è “un filo che attraversa diagonalmente tutto l’album”, un album – prosegue Barettini, che “sembrava collocarsi un passo prima della catastrofe, sul ciglio di un burrone”. Proprio come il successivo Linea Gotica invece “sembra trovarsi dentro la catastrofe, in pieno salto, Una differenza non da poco se si considera, e va considerata, la questione storica generale che continuava a cambiare senza offrire un vero e proprio punto di approdo”.

Proprio questo muoversi sulla pelle della Storia nel suo formarsi tragico e caotico, stritolando i riferimenti e le prospettive dei decenni precedenti, opponendo a questo accadere bruciante un intimismo palpitante, la saldezza di chi conserva abbastanza lucidità per fare un passo di lato rispetto al turbo-schiacciasassi della neo-realpolitik, connota il codice espressivo dei C.S.I., i quali in questo senso furono il proseguimento del connubio artistico Ferretti-Zamboni con altri mezzi, ovvero in forma di band. Ed è per questo che la band non poteva che collassare con l’interrompersi della connessione simbiotica tra i due.

Il famoso viaggio in Mongolia costituì un compimento, il finisterrae estremo, ultimo, “ricerca di epos, di eternità, di felicità compiuta e assoluta. È luogo che condensa e riassume un passato sovietico e comunista con un futuro nomadico e ancestrale”. L’album che ne scaturirà, Tabula Rasa Elettrificata, differirà dai due precedenti musicalmente, ovvero per l’approccio più immediato e veemente in senso rock di metà dei pezzi in scaletta (che gli guadagnerà un clamoroso primo posto nelle classifiche di vendita, seppure di brevissima durata), ma anche e soprattutto per una vibrazione di “non sequitur” che rincula nel  suggella idealmente il percorso e forse, ahinoi, un’epoca.

Come ben scrive Barettini, “Qualcosa di grande sembra essere accaduto, a sentire questa elegia, questo impetrare vita all’eternità, questo volersi collocare dentro un sistema più grande, che non ci appartiene mai veramente”. E ancora: “sembra che i C.S.I., sapendo di non poter essere dei meri megafoni, abbiano dovuto trovare uno spazio nuovo, dove i suoni ei sensi suscitano quel senso di ineluttabilità attraverso, questa volta, l’emozione e lo stupore. C’è qualcosa persino di biblico, di apocalittico, in questo, qualcosa che rappresenta una capacità di usare parole e suoni in modo da ottenere allo stesso tempo attenzione per la fine e contemplazione delle profondità, un patto di empatia con gli ascoltatori che diventano quasi dei testimoni, degli accompagnatori”

Il resto sono storie e Storia oltre la fine apparente (illusoria) della Storia. Un mondo di terrori, tremori e stupori sempre più rapidi e rapaci, di bolle d’immaginario ed escalation ipnotiche a favore di telecamera, di una strisciante sensazione di peggioramento e vanificazione dei limiti (orribilmente calpestati ieri a Srebrenica e Kigali come oggi a Gaza). I C.S.I. hanno avuto il merito di intravedere la demolizione interna del nostro tempo da quegli anni Novanta, e di farne canzoni. Grandi canzoni. 

Nella sostanza, è tutto qui. Come chiosa Barettini, “Siamo stati una generazione come tante, ma almeno siamo stati accompagnati da buona musica”.

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