Recensioni
Alessandro Lanzoni
Alessandro Lanzoni / Thomas Morgan / Eric McPherson - Unplanned Ways
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Nazim Comunale
- 20 Giugno 2019

«In genere, il jazz è sempre stato simile al tipo di uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia»: così Duke Ellington, a sottolineare il carattere poco rassicurante ed imprendibile di questa musica, anche se questo disco invece suona accogliente, elegante, anche rassicurante. Quattro composizioni autografe e sei standards per questo Unplanned Ways, registrato a New York nell’inverno del 2018 ed uscito per Cam Jazz il 19 aprile. Un piano trio classico che vede insieme Thomas Morgan (contrabbassista che a soli 36 anni è già assiduo collaboratore di musicisti quali Bill Frisell, Steve Coleman e Craig Taborn), Eric McPherson alla batteria ed Alessandro Lanzoni, pianista fiorentino venticinquenne, una delle più importanti rivelazioni del jazz italiano, già da una decina di anni all’attenzione di critica e pubblico per la profondità con cui esprime la sua poetica.
Un pianismo sciolto e nitido, che piuttosto che scovare spigoli o inasprirsi cercando mareggiate o terremoti si affida al vasto oceano melodico della grande tradizione del songbook americano, che viene qui rivisitato con devozione e personalità al tempo stesso, mettendo in mostra una voce matura e consapevole. Non più etichettabile come enfant prodige, in quanto oramai protagonista di una carriera strutturata (collabora stabilmente, tra gli altri, con Roberto Gatto, Aldo Romano e Nico Gori, con cui suona il violoncello, a testimonianza di una grande versatilità), Lanzoni mette in mostra le sue migliori qualità nelle composizioni autografe, dove dimostra di muoversi a proprio agio nel solco della tradizione tracciata da monumenti viventi come Herbie Hancock (viene in mente un disco fondamentale come quello del 1977 con Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria); le composizioni personali non raggiungono mai i tre minuti, in alcuni casi superano di poco i sessanta secondi (Amaraq), quasi volessero essere segnalibri in un discorso che avrà modo di svilupparsi ulteriormente in futuro. Meditazione (Near Collapse), azione, groove aerei, lievi ed inesorabili, grande libertà di manovra all’interno di un preciso perimetro tematico, devozione (Thelonious, di Monk) e riflessione.
Un disco capace di stimolare le sinapsi anche del pubblico medio che si avvicina a suoni non precotti o prevedibili a volte con un certo timore. Con l’augurio e la speranza che nel prossimo futuro il Nostro declini lo sterminato discorso del jazz in forme sempre più unplanned, non pianificate. D’altra parte, come sottolineava il grande Armando Trovajoli,«il jazz, ci si nasce o no. Non si impara e non si insegna, è un linguaggio a parte. Tenendo presente, che poi dietro la porta c’è sempre Johann Sebastian Bach. Il jazz è soprattutto libertà».
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