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Sono giovani che amano, si tradiscono, danzano per incantare, urlano per dimenticare, quelli di Luca Guadagnino. Sono giovani che cercano un posto nel mondo, o che da quel posto tentano di scappare. In After the Hunt – Dopo la caccia i dialoghi tra adulti e giovani, professori e studenti, presente e futuro vengono incastrati tra le mura di case alto-borghesi, incastonate tra pareti di college di prestigio, bloccate tra denti di chi risponde senza ascoltare.

Guadagnino tratta adesso il cancro della società di ieri, che è rimasto quello dell’oggi; le metastasi del passato hanno continuato a replicarsi, perdurando in un’epoca che ancora batte, combatte e a tratti fa finta di ignorare, il tema del consenso mai dato, dell’abuso perpetrato, dell’accusa falsata (o forse no).

Il regista lo fa con uno stile che ricorda quello di Roman Polanski e Woody Allen (si prendano solo i titoli di testa, così chiaramente simili a quelli del regista di Io e Annie) due autori che proprio di quella colpa si sono macchiati.

L’essere stata vittima di un abuso fisico è una confessione che la giovane studentessa Maggie (Ayo Edebiri vista recentemente in The Bear) affida alla propria professoressa, Alma (Julia Roberts). La donna esula quindi dal semplice e solo ruolo di insegnante, per farsi portatrice di un fardello doloroso, un’accusa che va a colpire la sua pupilla, e di cui si macchia Hank, l’assistente da cui legata da un filo invisibile di chimica e attrazione fatale. Le fragilità universali vengono, pertanto, metonimicamente incarnate da un solo personaggio, portatrice (mal)sana di incomprensioni generazionali, di non detti e confessioni mal comprese o non accettate.

È predestinata a raccogliere pensieri e confessioni altrui, Alma, e da quelli partire per ricavare la verità assoluta; lo dimostrano i vestiti che la abbigliano, tendenti al bianco, o al panna (e solo nel finale al nero funesto), e per questo richiamanti al peplo tipico dei filosofi greci; ma lo suggerisce anche quella fotografia luminosa, accesa, che la avvolge, destinando alle lingue di un’ombra preponderante Hank, o Maggie.

Eppure, qualcosa nasconde Alma: è una sofferenza altrettanto annientante, da tenere lontana dallo sguardo, così da dimenticarla, come una fotografia celata sul fondo di un mobiletto. È un mostro che torna a far sentire la propria presenza, un rigurgito del passato pronto a bruciare come un’ulcera perforata. Il controllo si perde, i dubbi ti assalgono e quella vita costruita con fare pragmatico, inizia a scricchiolare. Basta notare le unghie laccate di uno smalto nero pece per comprendere che non tutto nella vita di Alma è luce e ottimismo; lo stesso smalto che colora le unghie di Maggie.

E così, la decisione di scegliere da che parte stare propende per la dottoranda ritenuta brillante, magnifica, ma soprattutto donna in un covo di serpenti velenosi. È la ricerca del dettaglio, il significato nascosto nelle piccole cose, tipico di un regista come Luca Guadagnino, pronto a infondere di vita ogni minimo particolare sul set. La sua regia si fa tanto ansiogena (forte di un uso del grandangolo che dilata lo spazio e sfigura le forme) quanto distesa.

Non c’è nessuna palla da tennis pronta a colpire le due metà campo in After the Hunt – Dopo la caccia, eppure quella messa in campo da Guadagnino è nuovamente una partita della parola, un testa a testa tra verità e bugia. Una sfida di cui Alma è chiamata a fare da giudice, e il pubblico da secondo arbitro.

Ecco allora che gli sguardi in camera, sottolineati da primissimi piani che enfatizzano la capacità e il controllo attoriale dei propri interpreti (Andrew Garfield in questo è da ammirare, soprattutto per la padronanza delle espressioni e la capacità di non scadere nel banale overacting) si tramutano in confessioni da destinare al proprio pubblico in sala, giudice involontario di testimonianze private spiattellate sul banco dell’esistenza.

In un’epoca in cui l’atto di denunciare si fa atto di coraggio, il racconto di Maggie tra superiorità razziali e di genere, si tramuta in discorso sociale nello spazio di una sceneggiatura cinematografica. È l’esterno della sala che si mescola alla luce di proiezione.

Guadagnino ancora una volta affida ai propri protagonisti sentimenti e ansie inter-generazionali, svestendole di metafore e simbolismi, per ricercare lo sporco della nostra reltà con riprese eleganti e raccordi delicati (le sovrimpressioni rasentano addirittura il lirismo).

Eppure, per quanto tutto ben calibrato e costruito, quello di After the Hunt – Dopo la caccia è un meccanismo che non sempre acquisisce quella velocità necessaria per colpirci e destabilizzarci. La potenza c’è; le marce sono ingranate, ma l’opera incappa in una verbosità che – per quanto coerente al contesto accademico circostante – appesantisce un costrutto che trova nell’immagine pura, il veicolo principale di pensieri, sentimenti e dolorosi non detti.

Nonostante tutto, il dubbio che la parola si abbigli di menzogna riesce spesso a oltrepassare il muro della parola non necessaria, mentre il tempo scorre inesorabile, al ritmo di un metronomo che non dà adito a incertezza. Un ticchettio enfatizzato da una colonna sonora che frena quella musicale per incutere ansia, tensione, nell’attesa che la caccia trovi il suo epilogo.

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