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C’è poco da scrivere che non sia già stato scritto su mister Greg Dulli. Lo sappiamo. Ma il bello è che anche lui lo sa. E quindi, da vero gentleman, oltre che da artista in gamba, ci viene in soccorso. Vi chiederete come: be’, intanto gira al largo dal fare accademia – lungi da lui l’idea della scaletta del concerto come di un greatest hits storico –, e quindi lo show è coerente con quello che gli Afghan Whigs sono oggi e, direi, vogliono essere. Una band che si porta sì consapevolmente sulle spalle la propria eredità, però non vivacchia sul repertorio del tempo che fu – un gruppo vivo e creativo, che si tiene costantemente e genuinamente sulla corda.

Prendiamo ad esempio l’ultimo album How Do You Burn?: se il livello generale non può valere certi capolavori passati, non mancano le zampate d’autore che del pathos graffiante unito all’eleganza di stile fanno una firma inconfondibile. La line-up intorno a Greg è molto cambiata – e il trait d’union con l’epoca d’oro dei ’90, a parte il leader, è rimasto l’inossidabile bassista John Curley; del repertorio diremo a breve; a non cambiare invece sono la qualità e l’intensità del concerto, almeno rispetto alla nostra memoria di show passati (1996, 2012 e 2014). Il tutto concentrato in un’unica tirata senza bis, con il diversivo di qualche cover usata ad hoc come introduzione per alcuni pezzi. Anche questo a suo modo significativo.

Per non farci abusare di formule di cui si è già abusato – come dicevamo sopra – la tracklist scelta resetta un bel pezzo di passato e si concentra sul nuovo e sul nuovissimo. Il nuovissimo è rappresentato da How Do You Burn?, uscito da poco più di un mese, e i cui brani migliori e più incisivi si confermano anche alla prova del palcoscenico. Mi riferisco a I’ll Make You See God, secondo pezzo della tracklist di stasera, con quel suo bel tiro punkeggiante e filo-stoner, e Line of Shots, piazzata molto più in là nello show ma che emerge come uno dei pezzi forti del post-reunion, languida ed epica al tempo stesso.

Afghan Whigs
Afghan Whigs al Santeria Toscana 31 di Milano (2022)

Il nuovo sono i due dischi precedenti, ovvero In Spades, con le sue – tra le altre – Demon in profile, e soprattutto Toy Automatic o Light as a Feather, dove i riff riconoscibilmente afghani vanno a immergersi ancora di più nel cuore r&b e soul della musica dei Nostri, e Do to the Beast: quindi spazio anche alla chitarra groovy di Matamoros, ai tempi e controtempi di I Am Fire e non solo. La scaletta di Milano, che poi è quella grosso modo di tutto questo tour, supera alla fine i venti pezzi e non lascia spazio alla nostalgia, se non a quella dei vecchi aficionados pronti a scatenarsi come ragazzini – se soltanto non ci fosse la cervicale a ricordare loro che non hanno più l’età (neppure più per l’headbanging, dopo che il pogo lo abbiamo dismesso da un po’…). C’è solo un momento Gentlemen dedicato al disco del 1993 – ovviamente con Gentlemen accolta dal tripudio generale e di cui è sempre irresistibile il duetto tra il graffio di chitarra-voce e la flessuosità della ritmica, What Jail Is Like e Fountain of Fairfax; due brani di 1965, la sempre sbarazzina Somethin’ Hot e John the Baptist, uno solo da Black Love, anche se è una meravigliosa Summer’s Kiss, zero da Congregation e vabbe’… Abbiamo capito la scelta di fondo – a suo modo ammirevole, e certo con una sua genuina ragione d’essere.

Dicevamo delle cover, perlopiù accennate a mo’ di intro per i brani a seguire: Angie, a testimonianza di una passione duratura per gli Stones (solo io a Milano nel 1996 al Sonoria mi ricordo una Gimme Shelter da urlo suonata come se fosse carne della stessa carne di Black Love?), uno standard come Who do you love?, Heaven on their Minds da Jesus Christ Superstar e la vera sorpresa, gli Smiths di There Is a Light That Never Goes Out, con le sole strofe in una lettura jazzy che serve da presentazione finale per i musicisti (ricordiamo chi non abbiamo ancora citato: Patrick Keeler alla batteria, Cristopher Thorn alla chitarra e il tuttofare Rick G. Nelson). Niente bis, niente stop, grinta onnipresente, show mai sottotono, mai sguaiato e mai meno che conturbante: solo il call and response con il pubblico per Angie non riesce a dire il vero tanto bene. Per il resto, se qualche divinità superiore ci ascolta, faccia in modo di preservarci una band come gli Afghan Whigs per quanto più gli è possibile.

Due parole le merita anche Ed Harcourt, fedelissimo delle tournée degli afghan: bravo come sempre, voce profonda e duttile, si alterna tra tastiera e chitarra ed è un po’ penalizzato soltanto dal fatto di essere da solo (specie quando si arrangia con una base simil-orchestrale su cui canta senza altri strumenti, è il momento debole della sua esibizione ed è un peccato).

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