Recensioni

6.8

Sono passati più di vent’anni dall’articolo di Kelefa Sanneh The Rap Against Rockism (2004), un’invettiva contro lo snobismo in musica e la matrice rockista dietro alle tipiche accuse di inautenticità dirette alle pop star da Top 40 e i loro pubblici. Nel 2007 Carl Wilson rincarava la dose con un libro su Céline Dion, ampliato nel 2014, in cui sembrava chiedersi: chi sono io per giudicare gli ascolti altrui? La sensibilità ‘contraria’ associata a quest’approccio, noto ai più come poptimismo, anticipava una posizione che le nuove generazioni tendono a dare ampiamente per scontata: il buon gusto si cela dietro all’eclettismo di valide selezioni transgenere che includono il pop più inflazionato, non a pomposi ideali di autenticità.

In più di un modo, la giovane artista della Louisiana (sì, proprio come il suo idolo Britney) Addison Rae incarna il presente della causa poptimista e alcune delle sue tensioni irrisolte. Laddove il passaggio da aspirante ballerina a TikToker con 88 milioni di follower pronti a imitare le sue routine sembrava semplicemente aggiornare la parabola dell’American Dream all’era digitale, il salto da influencer a cantautrice, come lei stessa riconosce, non poteva che storcere qualche naso anche tra i più indulgenti. Devono certo aver giocato un ruolo le tipiche associazioni negative tra TikTok e i suoi contenuti – estemporaneità, vacuità… chi sono io per giudicare? – nella tiepida ricezione del suo primo EP AR (2023), nonostante il moderato successo del singolo Obsessed e la benedizione di Charli XCX (in duetto nel brano hyperpop 2 die 4), da sempre artista in prima linea nel polverizzare il confine tra mainstream e underground.

Ciononostante, il progetto di Rae è andato evolvendosi alla ricerca di una visione alt pop in grado di rendere giustizia ai suoi gusti musicali “enciclopedici”, come li ha definiti A.G. Cook parlando della loro collaborazione Lucifer, gusti in parte riflessi nelle sue affiliazioni con i circoli “cool” (il remix a cura di Arca del singolo Aquamarine) e nelle innumerevoli playlist su Spotify (in Good Taste Good Heart compaiono, tra gli altri, Yves Tumor, Mazzy Star e Cocteau Twins). «The most underrated thing about me is my ability to evolve and transform», ha detto Rae nel 2024 al cospetto di Mel Ottenberg con indosso una maglietta dei Portishead. Inevitabile, dunque, che il debutto Addison per Columbia creasse grandi aspettative, amplificate dall’uscita scaglionata di ben cinque singoli anticipatori, accompagnati da video dalle cinematografie avventurose che a molti hanno ricordato i pastiche di Madonna dei primi anni Novanta.

Il risultato è un album di poco più di mezz’ora in cui Rae, in collaborazione con le produttrici Luka Kloser e Elvira Anderfjärd, sembra applicare la logica combinatoria delle playlist ai suoi riferimenti musicali, offrendo un mosaico narrativo frammentario, ma non per questo privo di fascino, che racconta la sua studiata rinascita come icona pop. New York apre le danze con un vorticoso mix di ritmiche Jersey club e nitidi synth che non stonerebbe su how i’m feeling now di Charli e Cook, fatta eccezione per l’inaspettata cantilena corale in coda e la tipica interpretazione sussurrata di Rae. I riferimenti all’hyperpop si fermano qui e tornano in maniera obliqua nelle scintille elettroniche di sottofondo della sbilenca Money Is Everything, un brano che pesca esplicitamente dalle provocazioni della Lana del Rey iperrealista di National Anthem e in cui Rae sbraita «Money loves me, I’m the richest girl in the world!», quasi a volerci ricordare delle sue urla improvvisate nel remix di Von Dutch che la scaraventarono al centro della scorsa brat summer.

Lo spirito della Lana di Born To Die torna inalterato nel singolo Diet Pepsi, senza dubbio uno dei brani più contagiosi degli ultimi dieci anni, in cui oltre a catenine dorate e agli obbligatori «blue jeans», compaiono «cherries» che sembrano parafrasare il brano di del Rey Cola. Lana torna invece in ibridazione con la Britney del classico poptimista degli anni Duemila Blackout nell’ottimo singolo electro-pop Fame Is A Gun, scandito da tintinnii à la What You Waiting For? e cenni tematici al brano The Glamorous Life di Sheila E. La risposta alla domanda di Rae in Fame Is a Gun «Do I provoke you with my tone of innocence?» è un inequivocabile «Yes»: qui e negli altri brani trainati da grandi, contagiosi hook, il contrasto tra sonorità penetranti (gli arpeggi di Aquamarine; i bassi motorizzati in stile prima FKA twigs di High Fashion) e le timbrica luminosa, sottile di Rae conferisce un’aura di mistero al suo personaggio, quasi si stesse assistendo in tempo reale a una metamorfosi stilistica. 

Non si può dire altrettanto dei brani di Addison che aspirano alla gravitas dell’interludio riflessivo (i due pezzi sotto il minuto Lost & Found e Life’s No Fun Through Clear Waters) o della ballad accorata. Nonostante il loro afflato confessionale, Summer Forever, In The Rain e Times Like These dipingono un diario di viaggio a metà strada tra R&B e soft pop troppo sbiadito e monocromatico per dare risalto alla sua voce e ai suoi testi, indubitabilmente impegnati a rivelare il lato più nascosto e tormentato del suo American Dream («Am I too young to be this mad? Am I too old to blame my dad?», si chiede in Times Like These, dove compare un vago riflesso delle collaborazioni di William Orbit con Madonna e All Saints). 

In una svolta di geniale eclettismo, l’album chiude con il meglio dei due mondi, il singolo Headphones On, in cui introspezione e un pizzico di sperimentazione sonora raggiungono una fortunata sinergia. Con disarmante disinvoltura Rae alterna tra il definirsi una «It girl» a versi rivelatori come «Wish my mom and dad could’ve been in love / Guess some things aren’t meant to last forever», accompagnata da una traccia R&B degna della miglior Janet che al dramma (lo scrosciare di un temporale e le note di violoncello in sottofondo) unisce pesanti bassi e un graffiante beat trip-hop che rimane perlopiù inalterato per l’intera durata del brano. Nonostante i riempitivi e gli episodi più incospicui di Addison, dunque, sulle note di Headphones On Rae chiude il sipario ‘in gran stile’, dando prova di una metamorfosi pop non proprio arrivata a maturazione, ma già ricca di spunti per rimanere ottimisti.

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