Shackleton
Shackleton, foto per la stampa (2021)

Weekend discografico. Caleidoscopi, elettronica pittorica e scritture febbrili

Torna Shackleton con un altro dei suoi viaggi d'intossicante psichedelia, sul songwriting c'è Carmen Consoli e Andy Shauf ma c'è molto altro in gioco in questo weekend discografico

C’è dell’elettronica dal fascino pittorico a caratterizzare due dei lavori più interessanti di questo fine settimana, ma c’è chi partendo dalle stesse basi ha declinato tanto viaggi d’intossicante psichedelia quanto ambienti assolutamente acustici, capaci di lenire nervi e spirito.

Appartenenti al primo dittico troviamo Delta della musicista americana di stanza a Berlino Lyra Pramuk, lavoro che si propone di offrire qualcosa di più di un remix album: quattordici tracce in cui troviamo tanto Hudson Mohawke quanto Ben Frost, per un risultato assolutamente caleidoscopico. La stessa definizione ben si sposa a Siren Spine Sysex, secondo album del bravo Joe Power, aka Proc Fiskal, producer che da queste parti sembra porsi a metà tra Murlo e Call Super, unendo cioè, leggerezza e rotondità pop, sino e post-grime, a un’elettronica stratificata fatta di colorati tratteggi dalle molteplici suggestioni che vanno dal folk all’hip hop e oltre. Se intendete l’elettronica come un viaggio, invece, Shackleton è il nome che per primo va pescato dal mazzo delle uscite. In Departing Like Rivers, primo album solista a distanza di nove anni, il poliedrico producer e compositore si conferma maestro nell’arte di una musica elettronica sciolta da costrizioni formali e vincoli di genere. Ancora una volta l’atmosfera è psichedelica e intossicante, seppur meno free delle pubblicazioni recenti e a tratti più ritmicamente vicina alla prima fase della sua carriera. E sono le parole di Lorenzo Montefinese, in arrivo con la recensione.

Tra gli elettronici da tener d’occhio, questo WE c’è anche un decano come Amon Tobin. In How Do You Live il brasiliano ha immaginato la terra vista dall’occhio di un astronauta. Nello specifico, parliamo di musica eterodossa ma frontale e in presa diretta (c’è del drumming che par suonato dal vivo, certi affondi sono decisamente rock), ma anche di un ambiente sonoro dai tratti distopico-cinematografici affidati a synth e molteplici effetti. Un altro bel viaggio che, appunto, per varietà delle soluzioni ritmico armoniche e dettaglio sonico si fa apprezzare tutto d’un fiato. Anche Bright Magic dei Public Service Broadcasting ha le dichiarate fattezze di un viaggio meta-storico e meta-musicale in questo caso, e con Berlino come oggetto di studio, oltre che de facto, come capitale dell’Europa unita. L’alt concettuale del duo di Londra si sublima in collage di musica, parlato, natura e urbano, creando un’evocazione sonica della città, una narrazione frammentaria che l’ascoltatore deve ricostruire con i propri mezzi intellettivi. Rimane però la tentazione di continuare ad etichettare la band con marchi riciclati – scrive Nino Ciglio in sede di recensione – senza che venga mai fuori uno stile riconoscibile.

Dimenticavamo di dirvi della musica lenitiva a cui accennavamo in attacco. Si tratta di A Beginner’s Mind, l’album collaborativo tra Sufjan Stevens e Angelo De Augustine, musicista californiano che ha aperto spesso le date dell’autore di Illinois. Quattordici brani di raccolto folk – latatamente ispirati da altrettanti (non dichiarati) film – composti e cantati dalla coppia, spesso all’unisono, con l’obiettivo dichiarato di osservare il mondo con gli occhi di un bambino. Niente che possa competere con la discografia maestra di Stevens, ma neppure scartini da relegare agli hardcore fan. Sicuramente materia per cultori del lato più intimo e dreamy del folk.

Tornando a viaggiare, Del tutto illusorio è la suite post-rock che segna il ritorno dei Giardini di Mirò. E riannodando i fili con il songwriting, doverosa segnalazione per il ritorno di Andy Shauf, uno degli storydeller più ispirati in circolazione. Il suo Wilds è stato composto all’interno delle stesse session di The Neon Skyline, anzi più precisamente è servito in un momento di disincanto verso il concept lì approntato come valvola di sfogo, un modo per superare il blocco dello scrittore.

Dalla parte del rock, da segnalare c’è un boxset dei Sex Pistols, ma soprattutto I’ll Be Your Mirror, un nuovo album tributo dedicato all’indimenticato debut dei Velvet Underground, band peraltro oggetto di un documentario curato da Todd Haynes. Tanti gli ospiti, che vanno da Michael Stipe che rifà Sunday Morning a Thurston Moore in tandem con Bobby Gillespie che si cimenta con Heroin. Non un disco di cover ma di interpretazioni, come lo ha descritto lo stesso Stipe. Così come un lavoro vaudeville e glam lo ha fatto uscire Caleb Landry Jones, attore e in Gadzooks Vol. 1 musicista funambolico, eccentrico e rocambolesco (recensione di Massimo Onza). Di culto è senz’altro la pubblicazione a cura di Third Man – Up – che propone le registrazioni “perdute” dei Magic Roundabout, oscura band di Manchester attiva negli anni ’80. Un recupero esaltante che viaggia su un mix di bassi post-punk, chitarre à la Jesus and Mary Chain, melodie c-86 e ossessioni à la Velvet Underground (recensione di Massimo Onza).

Recuperi, ma in modo molto diverso, sono anche quelli assemblati in Join the Ritual, compilation pubblicata da Jagjaguwar per festeggiare 25° anniversario d’attività. Al suo interno, artisti che hanno fatto e fanno parte dell’etichetta interpretano brani che «originariamente hanno ispirato il fondatore della label Darius Van Arman e il suo partner Chris Swanson a entrare nel selvaggio e oscuro rituale della musica». Operazione degna di nota che vede, tra gli altri, i Besnard Lakes alle prese con gli Slint, Angel Olsen che coverizza SmogS. Carey che interpreta i Low e Okay Kaya che si occupa niente di meno che Nightswimming dei R.E.M. Tra questi spicca anche la particolare versione pianistica di I Feel The Pain dei Dinosaur Jr. eseguita da Bruce Hornsby, in perfetto equilibro tra melodie e dissonanze inquietanti.

Dall’Italia doverosa menzione per i sempre spassosi Sex Pizzul (SuperSocrates) che riportano alla mente i Pop Will Eat Itself, ma il disco più importante è quello che segna il ritorno di Carmen Consoli. Volevo fare la rockstar non rivoluziona il vocabolario della cantantessa ma la vede tornare su arrangiamenti e soluzioni già esplorate lungo una carriera ormai venticinquennale. Al centro, come al solito, la consueta, generosa scrittura, stavolta con minori concessioni al pop, e forse sta qui la differenza rispetto al precedente L’abitudine di tornare.

A proposito di pop, sul lato del mainstream, ma senza che questo significhi una qualche implicita squalifica: Firebird è il disco con il quale Natalie Imbruglia tenta un rilancio di carriera e questo grazie a un folto team di co-autori e produttori tra cui c’è pure Albert Hammond jr. Sempre da queste parti c’è Alessia Cara. Il suo In The Meantime sembra un poco inseguire la formula che ha portato al successo Billie Eilish.

Tracklist

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