Nuova puntata dell’editoriale dedicato alle uscite discografiche che trovate anche all’interno del nostro magazine settimanale, Weekly e nuovi aggiornamenti per quanto riguarda la playlist album 2021 al cui interno ci troverete alcune novità a partire dall’ingresso direttamente ai piani alti dell’ottimo album degli Squid.
Quello della band post punk britannica è un signor debutto. Warp anche in quest’occasione ci ha visto giusto, e crediamo che pure Fernando Rennis abbia fatto un buon lavoro nell’inquadrare il disco all’interno di un contesto britannico che vede il revival post punk da una parte e il grime/rap UK dall’altra come le più genuine espressioni musicali di una generazione schiacciata tra crisi economica, disuguaglianze sociali, violenza e depressione. Brexit e pandemia hanno senz’altro aggiunto strati di pesantezza al fosco quadro, senza tuttavia togliere nerbo ed energie a proposte come Bright Green Field, la cui vitalità e urgenza è testimoniata da queste 11 canzoni.
Sempre a proposito di post-punk, o meglio punk rock, Seek Shelter, quinto album degli Iceage, è un signor disco, l’ennesimo in cui dietro al bancone troviamo il produttore sui generis Peter Kember (Sonic Boom, Spacemen 3), punto di riferimento per tutti quei gruppi che cercano di espandere il suono “oltre le conoscenze pregresse”, ad esempio andando a rispolverare il baggy sound turbo-blues di Happy Mondays e Black Grape (Vendetta), oppure ripescando quei Jesus & Mary Chain innamorati del West di Stoned & Dethroned, magari incrociando per strada Bobby Gillespie. Tutta roba del Nord d’Inghilterra per un gruppo di Copenaghen che non ha mai nascosto neppure la passione per Cave e Gun Club e che qui accarezza anche Springsteen (Gold City) e Bacharach (Drink Rain). Un bello spettro sonoro.
Rimanendo su un rock bello pieno e contaminato, ma spostandoci in Italia, Reset dei Bachi da pietra, su Garrincha Dischi, partendo da buone premesse – l’ode rock Comincia Adesso e il manifesto rovesciato di Meriterete – si conferma un buon disco, settimo lavoro di una band che “riparte azzerata” e fa il punto della situazione a sei anni da Necroide con una serie di novità a partire dall’ingresso di Marcello Batelli (Non Voglio Che Clara) al basso e synth ma anche in cabina di regia. A fianco del sound disossato e heavy al quale Dorella e Succi ci hanno abituato in passato, se ne affaccia uno sempre sardonico eppure mai così accessibile nella sua porta d’ingresso rock ma pure in quella delle sue contaminazioni, dove troviamo l’elettroblues e lo sfrigolare delle drum machine, le casse dritte e l’hip hop. È un album che vive di molti momenti interessanti – scrive Onza in sede di recensione – ma anche di una rotondità che in parte lo rende più prevedibile e meno viscerale rispetto ad altre occasioni.
Sempre dalle nostre parti altri due dischi importanti sono stati firmati da Nicola Manzan e Vasco Brondi. Il primo alle prese con – La città del disordine. Storie di vita dal Manicomio San Lazzaro – un’opera in otto parti, di cui ci parla Beatrice Pagni, che mette al centro la fragilità come elemento costitutivo del valore dell’essere umano trasponendo in musica altrettante cartelle cliniche di degenti di un ex Ospedale Psichiatrico. E il secondo con Paesaggio dopo la battaglia, ad approntare, come dice lui, un disco di racconti per voce e cori, per orchestra e sintetizzatori. Non tutto l’album viaggia su ambient e classica contemporanea, come abbiamo potuto ascoltare in uno dei brani che lo hanno anticipato (Chitarra nera), e in tracklist trovano posto slanci pop house con la cassa in 4 (Ci abbraciamo), folk macchiato d’elettronica (Città aperta), fiati tex-mex persino (la title track). Insomma, un disco multiforme e multi sfaccettato, con il songwriter ferrarese a mostrarsi estroso e urgente, con tante cose da dire, il solito fare affabulatorio di converso a una generale pacatezza di fondo – chiamala se vuoi maturità, in contrapposizione ai più sanguigni e urgenti esordi – una vena anche meditativa che trova la sua via nel recitato puro (Mezza nuda). Un disco riuscito come lo è pure quello elettroacustico pubblicato da John Duncan e Stefano Pilia. Il loro Try Again è molto più di un incontro tra due ricerche, un’ipnotica disamina efficace e organica sulla contemporaneità.
Chiudendo con le uscite italiane l’altro nome atteso del weekend rientra in un ambito che da sempre predilige i confini tra rock, metal e rap. Parliamo del 47enne Caparezza che mette in musica la fuga dopo la prigionia del disco precedente. Se Prisoner 709 rappresentava una detenzione anzitutto mentale (la prigione senza sbarre profetizzata da Morpheus in Matrix), così Exuvia parla di notturne corse nel bosco e di esoscheletri abbandonati dopo la muta. Sono le parole di Luca Roncoroni che introducono la positiva recensione di un disco in cui troviamo Salvemini fare a patti con il suo passato, pure quello remoto, quando si faceva chiamare Mikimix e tentava la fortuna a Sanremo.
Di rap parliamo pure nel progetto pubblicato postumo di quel grandissimo batterista che è stato Tony Allen, scomparso lo scorso anno, uno dei migliori di sempre, c’è poco da girarci attorno. There is No End già dal titolo dà le coordinate a un progetto collaborativo che ha coinvolto in studio alcuni musicisti mentre il Nostro era ancora in vita e ne ha coinvolti degli altri a completamento dei lavori, quando lui non c’era già più. Beatrice Pagni lo magnifica come un disco libero, pieno, vivissimo, senza confini, senza limiti di stili o suoni. Uno dei migliori di questa tornata di pubblicazioni discografiche.
Passando all’elettronica, il primo disco da segnalare è quello della produttrice di stanza a Berlino Ziúr, che torna su PAN con un disco “ispirato dall’escapismo medioevale del paese della Cuccagna”. Rispetto al precedente ATØ, con il quale è comunque in continuità, Antifate lavora ancor di più su un’elettronica serotoninica, da pura estasi digitale, affidata a una transumanza pop e a esterne tanto bladerunneriane (Alive, Unless?) quanto neuromantesche. Del resto sappiamo quanto Gibson riscrisse parte di quel libro dopo aver visto i primi 20 minuti del film di Ridley Scott. C’è anche un aspetto sincreticamente world nel disco (seppur alla maniera HD) che richiama quello della coppia formata da Lisa Gerrard dei Dead Can Dance e il collaboratore di lunga data della formazione Jules Maxwell. In pratica Burn – questo il titolo – è un disco della nota sigla con un piglio più diretto, maggiormente orientato all’improvvisazione e al suonare assieme.
Meritevole è anche Eating Darkness, nuova uscita del francofortese Roman Flügel che aggiunge un ulteriore tassello alla parabola solidissima di una carriera sempre a fuoco. C’è l’algida rarefazione tedesca tra electro e IDM, ci sono divagazioni cinematiche su panorami ambient, c’è – soprattutto – una maestria quasi artigiana delle cose fatte con sapienza (recensione di Mauro Bonomo in arrivo). Sempre preziosa è anche India Jordan che rifacendosi ai primissimi 90s alla maniera di Octo Octa, tira fuori Watch Out!, un altro buon EP di breakbeat, (ragga) jungle, house drittissima e Kiss FM nostalgia con tanti bei campioni disco diva a agitarsi su amfetaminici synth con lo smile sticker ben impresso sul lato.
Ci sarebbe ancora tanto di cui parlare, ma ci stiamo dilungando veramente troppo. Per l’insieme complessivo delle uscite del weekend – circa 25, in aumento – c’è il sopracitato Weekly.