Dischi
Low, foto di Nathan Keay (2021)

Weekend discografico. Ascolta gli album di Amyl and The Sniffers, Vaccines, Sleigh Bells, Saint Etienne, Low e altri

Escapismi a diverse latitudini, marittime, temporali e interiori, ma anche del sano punk rock da ballare e pogare. Quello dei Low è il disco clou, ma non è il solo di questa ricca mandata di uscite discografiche

Le vacanze sono alle spalle, le scuole stanno per iniziare, le uscite discografiche tornano ai consueti volumi dopo un agosto che comunque ha regalato buoni dischi che potete recuperare scrollando verso il basso la sezione weekly, il contenitore settimanale di SA.

Ne citiamo giusto alcuni: Sinner Get Ready di Lingua Ignota, Deep States dei Tropical Fuck Storm, Infinite Granite dei Deafheaven, Headsoup dei Goat, Perfect Vision della Thalia Zedek Band, How Long Do You Think It’s Gonna Last? dei Big Red Machine, un trittico di produzioni elettroniche da non lasciarsi scappare come Honest Labour dei Space Afrika, Fire, ovvero l’album che segna il ritorno di Kevin Martin come The Bug e Still Slipping Vol. 1 , il debut di Joy Orbison. E come non aggiungere alla lista Sometimes I Might Be Introvert, il secondo lavoro di Little Simz pubblicato la settimana precedente, ovvero la prima di settembre, dove va segnalato almeno Debonair, l’eccentrico esordio dei londinesi Horsey?

Venendo a questo weekend, le cose si fanno subito interessanti con il disco dei Low. Del loro Hey What si è occupato su queste pagine Stefano Solventi, che lo descrive come un ibrido austero e vertiginoso tra palpiti slowcore, lirismo gospel e detriti electro-noise. La produzione è particolare, certe scelte sono puramente volute: non preoccupatevi se vi sembrerà di aver fuso gli speaker dell’impianto di casa, è tutto ok, si tratta di una precisa scelta estetica. Del resto parliamo di un percorso coerente con il recente passato: queste canzoni ricompongono in parte le macerie dopo la frattura di Double Negative, senza rinunciare a muoversi sullo stesso campo di battaglia, tra i rottami di un presente spietato.

Un disco non facile e non immediato, nondimeno l’ennesimo grande disco dei Low, band che non assomiglia a nessun altra come pure potremmo dire degli Stranglers, la band meno citata in assoluto dalle successive generazioni di rocker e a torto. Ma si sa, un conto è imitare i soliti post punker, un conto è riprodurre l’alchimia del combo originario di Guildford, Surrey, che nel corso dei decenni si è cimentato in diversi generi, tra art & goth rock, new wave e pure sophisti-pop. Dark Matters ha tutta l’aria di un gran bel ritorno. Ascoltate anche solo And If You Should See Dave…, brano che i tre membri superstiti dedicano al compianto tastierista della formazione, Dave Greenfield (morto l’anno scorso dopo aver contratto il Coronavirus), oppure If Something’s Gonna Kill Me (It Might As Well Be Love), con quel titolo che più british non si potrebbe, e quei tanti dettagli – il retrofuturo, l’eleganza di un crooning pittorico, il bridge chamber, ecc. – che avrebbe qualcosa da insegnare e suggerire, anche e soprattutto oggi, ad Alex Turner degli Arctic Monkeys.

Se gli Stranglers hanno fatto un disco vario e ispirato, altrettanto si potrebbe dire di Matthew E. White, che lungo la strada dell’eclettismo ingrana la marcia massimalista e, centrifugando spezie così come glam/rock/funk/soul, distilla la propria vita in 11 magnifiche quanto stordenti canzoni. Mettiamo le mani avanti: niente di cervellotico qui, o meglio sì, è un disco terribilmente cerebrale, eppure emotivo, colorato, creativo, in una parola, godibilissimo. Di quelli su cui spendi le parole genio e creatività.

C’è da dire che questo, all’interno della consueta varietà di generi, è un WE in cui le chitarre si fan sentire. Amy Taylor è la ragazza che qualcuno assocerà a Nudge, il brano e relativo videoclip degli Sleaford Mods pubblicato qualche mese fa. Lei è la frontwoman degli Amyl & The Sniffers, band che oggi si presenta con un secondo album al quale non si chiedeva altro che dell’immediata sfrontatezza, e questo secondo lavoro, Comfort To Me – recensito da Diego Ballani – conferma e rilancia: è il lavoro di una formazione che non si è adagiata sugli allori, che sta tuttora testando i limiti del proprio punk’n’roll. E ciò che più conta è che ne ha fatto proprio il verbo, divulgandolo con una naturalezza invidiabile.

Ancora punk ma nella sua veste più dance (tra synth pop, ebm ed electroclash) è quello proposto da Francesca Morello, in arte R.Y.F.Everything Burns, recensito da Massimo Onza, è un illuminante mix di impegno politico, ritmiche di impatto e armonizzazioni trascinanti. E da quelle parti, con un tiro più pop metal, troviamo pure Texis, il disco che segna il ritorno degli Sleigh Bells, una prova differente da quelle con le quali abbiamo conosciuto il duo agli inizi degli anni ’10, ma nondimeno fresca ed efficace. Anche Back in Love City, quinta prova per i londinesi Vaccines, si gioca la carta del pop. Recensito da Nino Ciglio, il disco è di quelli progettati per farti star bene, e del resto il suo tema di fondo è l’escapismo: i ragazzi hanno immaginato un mondo fluorescente chiamato “Love City”, dove però le emozioni sono in vendita, giusto per metterci un che di distopico che in questo mix di country-folk di inizio anni Sessanta, surf-pop e una bella manata di indie-rock anni Zero non è certo l’elemento dominante. Più che sufficiente il risultato.

A proposito di escapismo, i Saint Etienne in I’ve Been Trying To Tell You ci trasportano in un altrove fittizio in cui paiono riannodare i fili rispetto al loro debut uscito 30 anni fa, Foxbase Alpha. La prova, di cui si occuperà Mauro Bonomo, rappresenta un ritorno ai campionamenti, materia stratificata, ricca, nostalgica che vuol riportarci ad atmosfere pre-millennium bug. Più scuri e hauntologici rispetto al precedente disco, i tre mescolano trip-hop, folk e dream pop con fare impressionista, suggerendo la danza come pratica per valicare i confini della percezione.

I St. Etienne sono perfetti come premessa per la parte più elettronica delle uscite del WE. Con A Million Pieces of You, recensito da Lorenzo Montefinese, Lee Gamble torna su Hyperdub per portare a compimento la trilogia Flush Real Pharynx. Lo fa trovando una sintesi equilibrata di sonorità e mood dei due precedenti capitoli: un lavoro che alterna momenti di stasi a frammenti ritmici, entrambi circondati da un alone di quiete sinistra fra speranza e senso di perdita, figli del lockdown e dello stop forzato pandemico. Sul versante più elettroacustico, invece, si muove su coordinate più che interessanti Disrupted Songs, album collaborativo di Simon Balestrazzi e Paolo Sanna – recensione di Massimo Onza in arrivo – che non solo conferma la personalità dei due sperimentatori, ma mette il luce anche una distintiva capacità di lavorare con la composizione istantanea.

Altra uscita interessante è Epsilon di Fabrizio Martina, in arte Jolly Mare, che prosegue con freschezza e agilità il percorso di allontanamento del producer dal largo perimetro disco e funky su altezze eighties di Mechanics, a loro modo squisitamente pop, concentrandosi invece – e sono le parole di Daniele Rigoli – su una sempre più ampia visione che incrocia, ancora e ancora, la tradizione delle soundtrack del Bel Paese (Vivo), preservandone con rispetto per le fondamenta ma cercando anche nuovi pertugi, assemblando con curiosità e gran stile pennellate psych e cosmiche dei bei tempi della Riviera (Gaul Tanz), quadretti esotici disegnati su circuiteria vintage (Epsilon) e sgangherati testi battistiani (Sabbia Bianca).

Per il dettaglio sulle uscite del WE vi rimandiamo a Weekly, il nostro settimanale.

Tracklist

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