Tupac Shakur, foto per la stampa
Tupac Shakur, foto per la stampa

Tupac, il processo per l’omicidio: cosa è successo finora

Dall’agguato del 1996 all’arresto di Duane “Keffe D” Davis: le prove, le versioni contrastanti e i nodi del processo

Quasi trent’anni dopo l’omicidio di Tupac Shakur, il caso che per decenni ha alimentato ipotesi, accuse e teorie complottiste è finalmente arrivato davanti a una giuria. Il processo contro Duane “Keffe D” Davis è iniziato il 17 agosto a Las Vegas, dopo la selezione della giuria cominciata nei giorni precedenti, e dovrebbe protrarsi per circa sei settimane. Davis, 63 anni, è l’unica persona mai incriminata per la morte di Shakur e deve rispondere di omicidio con arma letale con l’intento di promuovere, favorire o assistere un’organizzazione criminale. Si è dichiarato non colpevole e, in caso di condanna, rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.

La notte dell’omicidio

Per capire perché il processo sia arrivato soltanto oggi bisogna tornare alla notte del 7 settembre 1996. Tupac e Marion “Suge” Knight erano a Las Vegas per assistere all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Poco dopo il match, all’interno dell’MGM Grand, Shakur e alcuni uomini della sua entourage aggredirono Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis e membro dei South Side Compton Crips. L’episodio si inseriva nelle tensioni tra i Crips e i Mob Piru legati alla Death Row Records e, secondo la ricostruzione dell’accusa, rappresentò il movente della successiva vendetta.

Poche ore più tardi, mentre Shakur e Knight viaggiavano su una BMW nera lungo Las Vegas Boulevard, una Cadillac bianca con quattro uomini a bordo si affiancò alla loro auto. Dalla Cadillac partirono diversi colpi: Shakur venne raggiunto quattro volte e morì sei giorni più tardi in ospedale, a 25 anni. Knight, che era alla guida, riportò una ferita alla testa ma sopravvisse. I tre uomini che, secondo gli investigatori, si trovavano nella Cadillac insieme a Davis sono morti negli anni successivi e nessuno di loro è mai stato processato per l’omicidio.

La lunga strada fino a Davis

Per quasi tre decenni l’inchiesta è rimasta senza un imputato. Davis, tuttavia, non era una figura sconosciuta agli investigatori. Nel 1998 e nel 1999 aveva parlato con le autorità federali nell’ambito di indagini sulla criminalità organizzata e sull’omicidio di The Notorious B.I.G., negando allora qualsiasi coinvolgimento nell’uccisione di Tupac. Nel 2008, durante un nuovo contatto con gli investigatori che lavoravano sul caso Wallace, Davis fornì invece una ricostruzione dettagliata dell’agguato a Shakur.

Quella registrazione è oggi uno degli elementi centrali del processo. Nel 2008 Davis raccontò di essere stato sul sedile anteriore della Cadillac, di aver procurato una pistola calibro .40 e di averla passata verso il sedile posteriore. Secondo la sua versione, Orlando Anderson prese l’arma e sparò contro la BMW di Shakur e Knight.

La svolta pubblica arrivò però anni dopo. A partire dal 2018 Davis iniziò a parlare apertamente della vicenda e nel 2019 pubblicò Compton Street Legend, nel quale raccontò di essere stato nella Cadillac e di aver fornito l’arma utilizzata nell’agguato. Quelle dichiarazioni contribuirono a riaccendere l’attenzione investigativa sul caso.

La svolta del 2023

Nel luglio 2023 la polizia di Las Vegas perquisì l’abitazione di Davis, sequestrando dispositivi elettronici, fotografie, munizioni e una copia di Compton Street Legend. Il 29 settembre dello stesso anno Davis venne arrestato e successivamente incriminato per l’omicidio di Shakur.

L’accusa non sostiene necessariamente che Davis abbia premuto il grilletto. La tesi dei procuratori è che abbia organizzato l’agguato come ritorsione per l’aggressione ad Anderson, procurato l’arma e partecipato alla sua esecuzione. In base alla legge del Nevada, la responsabilità per omicidio può riguardare anche chi partecipa al crimine senza essere colui che materialmente spara.

Le prove che la difesa voleva fermare

Una parte importante del materiale portato dall’accusa proviene dalle stesse parole di Davis. La difesa ha cercato di impedire l’utilizzo in aula sia del memoir del 2019 sia delle dichiarazioni rese alla polizia nel 2008 e nel 2009, sostenendo tra l’altro che il libro fosse stato romanzato e che Davis ritenesse coperte da garanzia di non perseguibilità alcune delle sue conversazioni con gli investigatori.

A giugno il giudice Carli Kierny ha stabilito che Compton Street Legend poteva essere utilizzato come prova, ritenendo che Davis avesse adottato come proprie le dichiarazioni contenute nel libro. A luglio ha inoltre autorizzato l’utilizzo della registrazione dell’intervista del 2008.

La strategia della difesa è quindi particolarmente netta: Davis oggi si dichiara non colpevole e il suo avvocato Michael Sanft sostiene che le precedenti dichiarazioni siano inattendibili, frutto dell’esagerazione con cui il suo assistito avrebbe cercato notorietà, attenzione e vendite. L’accusa, al contrario, sta cercando di utilizzare quelle stesse dichiarazioni come una sorta di filo rosso che collega le diverse fasi della vicenda.

Chi sparò a Tupac?

Il 20 agosto è arrivato uno dei passaggi più importanti della prima settimana: i giurati hanno ascoltato la registrazione del 2008 nella quale Davis descriveva la dinamica dell’agguato. Nel suo racconto, dopo aver passato la pistola a DeAndre “Big Dre” Smith, che non avrebbe voluto prenderla, l’arma sarebbe finita nelle mani di Anderson, che avrebbe quindi aperto il fuoco.

La versione del 2008 non coincide perfettamente con un’altra ricostruzione emersa nel procedimento: un testimone aveva riferito al grand jury che Anderson non avrebbe avuto una visuale sufficiente per sparare e che sarebbe stato DeAndre Smith a prendere l’arma e a fare fuoco. Anderson, dal canto suo, non è mai stato incriminato per l’omicidio e ha negato il proprio coinvolgimento prima di morire nel 2008 in una sparatoria avvenuta in California.

La prima settimana in aula

Le prime udienze hanno mostrato anche quanto sia difficile ricostruire un delitto di trent’anni fa. Sono stati ascoltati investigatori, ex membri dell’ambiente Death Row e persone che conoscevano le dinamiche tra le gang coinvolte. Alcuni testimoni hanno mostrato una forte riluttanza a parlare, mentre diversi protagonisti della vicenda sono morti negli anni successivi.

Tra i testimoni è comparso anche James “Mob James” McDonald, ex collaboratore di Suge Knight, che ha dichiarato di non voler contribuire a mandare un altro uomo in carcere rispendendo al mittente le diverse domande sugli eventuali responsabili dell’omicidio, arrivando a chiedere di essere trattato come un testimone ostile.

In aula sono state inoltre mostrate le immagini dell’aggressione ad Anderson all’MGM Grand e quelle dell’autopsia di Shakur. La patologa forense Lisa Gavin ha confermato che la morte fu provocata dalle ferite d’arma da fuoco e classificata come omicidio.

La domanda al centro del processo

L’accusa deve dimostrare che Davis ebbe un ruolo nella pianificazione e nell’esecuzione dell’agguato e che le sue dichiarazioni, insieme agli altri elementi raccolti dagli investigatori, siano sufficienti a provare la sua responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. La difesa punta invece sull’assenza di una prova diretta e sulle contraddizioni delle versioni fornite da Davis nel corso degli anni.

Davis sta finalmente raccontando ciò che accadde quella notte oppure ha costruito negli anni una storia sulla propria partecipazione all’omicidio? Sarà la giuria, sulla base delle prove emerse in aula, a stabilire quale delle due versioni sia credibile.

Le storie che restano fuori dal processo

Mentre il procedimento entra nella sua seconda settimana, continuano intanto a riemergere alcune delle storie più eccentriche legate alla morte di Tupac. In una recente intervista dal carcere, Suge Knight ha riproposto il racconto secondo cui alcuni amici e familiari avrebbero fumato parte delle ceneri del rapper dopo la cremazione. Knight aveva già raccontato una versione simile in passato, mentre alcuni membri degli Outlawz avevano fatto dichiarazioni analoghe anni fa. La famiglia di Afeni Shakur aveva però negato il coinvolgimento della madre di Tupac. Si tratta, in ogni caso, di un elemento estraneo al procedimento giudiziario.

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