The Wire, ovvero l’autodefinitosi world’s greatest print (e online) music magazine, ha pubblicato sul numero 491/492 – già disponibile previo sottoscrizione in digitale – la classifica del meglio dell’anno appena trascorso. E c’è da dire – tocca ribadirlo – che quando parliamo del popolare magazine specializzato, le scelte editoriali non sono mai scontate. La pubblicazione britannica è nota soprattutto per la varietà dei generi trattati e per l’occhio di riguardo al sottobosco sperimentale ed elettronico made in UK ed extra occidentale. Un discorso che possiamo allargare anche a The Quietus, riferendoci a una sua alternativa online, sempre britannica.
Quest’anno non c’è un gruppo indie rock come gli Yo La Tengo al primo posto (come accadeva nel 2023) ma una realtà squisitamente free jazz: [Ahmed], con un disco, Giant Beauty, che conta su ben 4 ore di musica.
Confronto tra critiche
Tra i dischi della classifica troviamo Spectral Evolution di Rafael Toral, album che è piaciuto molto anche da queste parti: un’opera che torna a esplorare gli strumenti elettronici autocostruiti del suo periodo Space Program e l’elettrica degli anni ’90, creando paesaggi sonori che mescolano texture jazzistiche e melodie futuristiche. È un lavoro che Bill Meyer ha descritto come una fusione di “canti aviari naturalistici e versi sintetici da pistola laser hollywoodiana”, e che il nostro Antonello Comunale definisce una “quadra perfetta in un formato fluidamente autoriale”.
Un’altra perla è Solo Throat di Elaine Mitchener, artista che, assieme a Hamid Drake, William Parker, Orphy Robinson e Pat Thomas, si era già piazzata molto bene nella classifica del 2021. Questo è il suo primo album solista, un lavoro in cui la vocalista sperimenta timbri ed estensioni tecniche per dare nuova vita a poesie afro-caraibiche e afro-americane. Daniel Glassman sottolinea come Mitchener trasformi i testi in spazi sonori vividi, pieni di rischio e potenziale di reinvenzione semantica.
Nel campo delle sonorità più toste, Absolute Elsewhere dei Blood Incantation conferma la loro crescita oltre i confini del death metal. Zagaglia ne descriveva la proposta come “un mix di grande tecnica e di gusto progressive quanto dalla heavyness aggressiva e cavernosa più vicina al death puro”. Phil Freeman trova che la sua forza risieda nella fusione di elementi ambientali e kosmische (con un cameo di Thorsten Quaesching dei Tangerine Dream) a ritmiche estreme.
Ai piani alti della classifica di The Wire c’è ancheThe Great Bailout di Moor Mother, in cui troviamo un’analisi feroce della complicità britannica nel commercio atlantico degli schiavi. La testata evidenzia come il lavoro di Camae Ayewa rimanga coeso grazie alla sua “rabbia fredda”, che funge da cuore pulsante dell’opera; su SA ne abbiamo a nostra volta magnificato i presupposti, ma non altrettanto i risultati.
Le prime venti posizioni della Top50 di WIRE
- [Ahmed] – Giant Beauty (Fönstret)
- Rafael Toral – Spectral Evolution (Moikai)
- Elaine Mitchener – Solo Throat (Otoroku)
- Moor Mother – The Great Bailout (Anti-)
- Still House Plants – If I don’t make it, I love u (Bison)
- Cindy Lee – Diamond Jubilee (Realistik)
- Moin – You Never End (AD93)
- Kim Gordon – The Collective (Matador)
- Caxtrinho – Queda Livre (QTV)
- Beings – There Is A Garden (No Quarter)
- Dhangsha – Broadcast Signal Intrusion (Brachliegen Tapes)
- The Body & Dis Fig – Orchards Of A Futile Heaven (Thrill Jockey)
- Toshiya Tsunoda & Taku Unami – Wovenland 3 (Erstwhile)
- Ka – The Thief Next To Jesus (Iron Works)
- Water Damage – In E (12XU)
- Blood Incantation – Absolute Elsewhere (Century Media)
- Shellac – To All Trains (Touch & Go)
- Dialect – Atlas Of Green (RVNG Intl)
- Pat Thomas – The Solar Model Of Ibn Al-Shatir (Otoroku)
- Cappo – STARVE (Plague)