Qualcuno negli UK aveva definito i Måneskin dei Jane’s Addiction mediterranei, chissà se il temerario paragone nel frattempo è arrivato all’orecchio di Perry Farrell, che del Lollapalooza è stato il fondatore, e all’edizione chicagoana del festival itinerante era lì con i suoi Porno For Pyros.
Dell’idea dei Måneskin come rock band “contaminata” e “crossover” di cui proprio il festival agli inizi è stato catalizzatore, Manuel Agnelli è sempre stato un sostenitore. A onor del vero, era più ai Red Hot Chili Peppers di oggi semmai – se non ai sempiterni Aerosmith – che bisognava paragonarli, secondo il frontman degli Afterhours, non certo ai Sonic Youth; in altre parole, era nell’intorno del pop rock che era il caso di inquadrarli, direzione che i recenti sviluppi, con la produzione griffata Max Martin, hanno confermato senza sorpresa per nessuno.
Dunque, tra la band di Supermodel e la formazione alternative californiana i paragoni ricadono altrove, negli outfit di Damiano, ad esempio. Chiaro quanto il frontman dei Måneskin abbia preso dal più tardo Farrell in questo senso; altrettanto evidente quanto la band (o chi per lei, “in Gucci”) nel suo complesso abbia attinto da un certo amore per il kitsch e per il look glam rivisitato, per forgiare un immagine e un immaginario da vecchi fasti del genere, con trucchi e parrucchi del caso.
Se il rock è stato (anche) questo, i Måneskin ne indossano gli abiti e ne fanno propria l’idea di spettacolo. E come band che viene da un talent, non fa una piega: come un corso e ricorso di storie già viste e sentite, sembra il monito di chi come Linus ricorda che allo stato attuale la fama del gruppo precede di molte volte la qualità dei brani finora prodotti. Brani che si sono dimostrati sì radiofonici, a presa rapida pure, funzionali allo spettacolo di cui sopra, ma ancora abbastanza carenti dal punto di vista della “tenuta” senza tutto il contorno di cui sopra.
Che i pezzi siano ben compensati dal live, è un’altra verità. La band diverte e intrattiene il Circo Massimo così come il Lollapalooza, e lo fa con professionalità, passione e con quel poco di sbruffonaggine che piace a tutti, al netto degli hater italici fomentati anche dall’eccessiva attenzione mediatica riservata alla band. Lo fa con le cover di cui va fiera, e ci mancherebbe: senza Beggin’ non sarebbero usciti dall’Italia, nonostante l’Eurovision e la botta di fortuna promozionale sotto forma di meme sul tavolino del contest e un test ufficiale a provare che quella non era droga. Poi c’è una versione distopica di My Generation degli Who, già proposta nei precedenti show. E la solita I Wanna Be Your Dog degli Stooges in tandem con la loro I WANNA BE YOUR SLAVE che, come sappiamo, è stata oggetto di un tentativo di lancio internazionale con lo stesso Iggy Pop, ma di cui pochi o nessuno ricorda più.
Piaccia o no, i Måneskin sono qui per restare per un po’… come fenomeno di costume senza dubbio, perlomeno a giudicare dal numero di notizie e gossip che le testate generaliste riescono a spremerci su base quotidiana. Rimane da vedere se oltre al vetusto (eppur esotico, per le nuove generazioni s’intende) teatrino rock riescano a cavar fuori uno spettacolo che sia innanzitutto il loro. Con un bel set di canzoni scritte di proprio pugno, senza il continuo rimando a tutto il resto e senza il clamore che soprattutto in Italia ne accompagna ogni più piccola mossa.
Vedendola da un altro punto di vista ancora, il gruppo romano potrebbe tranquillamente assestarsi, come sottolineava Stereogum, su una versione riveduta e neanche troppo corretta di band che passavano in radio negli USA fine 90s come Loudmouth e Buckcherry: è davvero questo il rock che ci aspettiamo che torni?
Di seguito il full streaming dei Måneskin al Lollapalooza. La band ha suonato alle 16:15, nello slot precedente quello dei Porno For Pyros. Infine, quella sera come headliner c’erano i Green Day (20:15).