Pierpaolo Capovilla. Il valore del cinema e il senso de “Le città di pianura” oggi. La nostra intervista
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Jacopo Fioretti
- 10 Dicembre 2025
Uno dei film italiani più discussi della stagione, Le città di pianura di Francesco Sossai, segna praticamente il debutto cinematografico di Pierpaolo Capovilla — dopo una fugace apparizione in I primi della lista. Frontman dei Cattivi Maestri, One Dimensional Man e Il Teatro degli Orrori, poeta, figura militante del nostro immaginario culturale, Capovilla arriva al cinema con la stessa postura critica che attraversa la sua produzione musicale: un’idea dell’arte come strumento di coscienza, un netto rifiuto dell’intrattenimento fine a sé stesso – emblematico, lo leggerete, il suo rigetto ormai definitivo del cinema di Tarantino – e una sensibilità spiccata per le contraddizioni del presente.
Nel ruolo di Doriano, un alcolista sconfitto ma capace di un’umanissima dolcezza, Capovilla si muove dentro un film che intreccia commedia all’italiana, sguardo civile e racconto generazionale. Presentato a Un Certain Regard a Cannes 2025 e attraversato da evidenti rimandi al cinema di Kaurismäki, Le città di pianura è – nelle sue parole – un’opera che non accusa nessuno se non “noi tutti”, e che invita a riconsiderare il rapporto tra sviluppo economico e progresso umano.
Nell’intervista che segue, la conversazione sul cinema slitta naturalmente verso un confronto più ampio: sul Paese, sul Capitale, sulla comunità, sulla violenza che abita le istituzioni e sulla possibilità – fragile ma reale – di un’educazione emotiva e politica dello sguardo. Temi che da sempre alimentano il dibattito e la musica di Capovilla.
Qual è il tuo rapporto con il cinema e con la sala?
Con il cinema ho sempre intrattenuto una relazione di vicinanza intellettuale cruciale per la mia crescita culturale. La sala, la sua magia, devo ammettere, la sto riscoprendo ora.
C’è un film che ami particolarmente?
Ben più di uno! Potrei citarti decine e decine di film, registi, attrici e attori che amo e che conservo gelosamente nel cuore. Tarkovskij, Cassavetes, Peckinpah, Losey, Truffaut, in tempi più recenti Zviagincev, sono fra i miei registi preferiti. Il suo Loveless mi ha spezzato in due. Credo sia l’ultimo film che ho visto al cinema. Ne uscii con Elisa, mia compagna di vita; andammo al bar, a bere un paio di bicchieri, e non riuscimmo a dire una singola parola… Ci guardavamo negli occhi, entrambi increduli. Quando un film è meraviglioso, ti disarma, ti mette di fronte a te stesso, non lascia scampo. Un bambino è scomparso, i genitori non se ne sono accorti, erano troppo impegnati nei loro capricci quotidiani. Ecco: il Cinema, con la ‘C’ maiuscola, il cinema che si fa Romanzo, Poesia, Teatro, e soprattutto critica dell’esistente. Col tempo ho imparato a detestare Tarantino, finalmente.

Non posso non chiedertelo… in che senso “finalmente”?
Il cinema di Tarantino è semplice intrattenimento, agiografia – quando non celebrazione – dell’esistente, appunto. Il suo messaggio è che uccidere è divertente, è (come direbbe Slavoj Žižek) fabbrica di desideri, ‘educazione alla violenza’, pedagogia dell’omicidio: quando Travolta, in Pulp Fiction, in automobile, spara accidentalmente in faccia a un giovane nero, tutti ridono di gusto… Ma che cosa cazzo c’è da ridere quando un ragazzo muore? Quando un ragazzo muore, non c’è forse una madre in lacrime, un padre affranto, una comunità in lutto? Il cinema di Tarantino è falso, anzi peggio, è volgare ideologia. Ne ho abbastanza.
Qual è secondo te la funzione che il cinema deve esercitare oggi in Italia?
Per come la vedo io, la stessa che dovrebbe avere la canzone popolare: il risveglio della coscienza civile nella nostra società. Non vedo cos’altro. Abbiamo un bisogno infinito di ritornare a essere un popolo senziente, e ripudiare il gregge, intorno a poche biade, nel quale ci costringe il Capitale. Non mi riferisco alla ‘militanza’ politica, ma alla crescita antropologica e culturale di una comunità che si è persa nel consumo – l’unica libertà che realmente abbiamo –, nella falsa coscienza del sistema capitalistico e nell’indifferenza per il nostro stesso destino. E se dico ‘destino’, intendo quello delle generazioni future, dei giovani, dei nostri ragazzi. Che Dio li benedica.
Com’è nato il tuo rapporto con Francesco Sossai?
Mi ha cercato lui! Lo invitai a pranzo da me. Mi porse una sceneggiatura, chiedendomi di leggerla con calma. La lessi in un paio di giorni, lo chiamai e gli dissi: devo fare Doriano, l’impenitente alcolista? Ce la posso fare!
Come presenteresti Doriano a chi non lo conosce e quanto c’hai messo di tuo nel metterlo in scena?
Doriano è un perditempo, un balordo, uno sconfitto dalla vita e dalle circostanze storiche, un alcolista, ma possiede in cuor suo una grande dolcezza, la dolcezza del desiderio: esattamente quel che penso di me stesso, checché ne dicano i miei detrattori.
Ci puoi parlare della tua esperienza sul set e con la recitazione nel tuo primo ruolo importante?
È stata una magnifica avventura. Abbiamo lavorato per quasi due mesi, tutti insieme, in comunione d’intenti. Zero competizione. Che meraviglia! Il mio caro maestro Carlo Marx m’insegna che il Capitale ci vuole tutti contro tutti, così non riusciamo a darci una direzione collettiva e, ça va sans dire, costiamo meno; nel caso de Le città di pianura abbiamo tutte e tutti dato il meglio di noi, nella gioia della cooperazione, e credo di poter dire che questa cosa si vede nel film, si manifesta: è stata, come dire, una rimpatriata di antichi amici che ancora non si conoscevano. Li ho amati tutte e tutti, e li amerò per sempre. 
Le città di pianura è un film che non solo vede il ritorno della commedia all’italiana per parlare del presente, ma è anche firmato da un regista di 36 anni. Quanto è importante un film così?
Era ora che si facesse un film così. Le città di pianura non punta un dito accusatorio nei confronti di alcuno, se non di noi tutti, nel suo sottotesto. Francesco è giovane, certo, ma è una testa pensante: volitivo, guardingo, intellettualmente puntuale, capace, competente, colto e… gentile, amicale, affettuoso, sempre e con tutti. Una gran bella persona, insomma.
Al centro del film c’è un incontro generazionale, in cui un ragazzo riesce a maturare grazie alle dritte di due “falliti”. Magari è il segno che si può andare oltre lo scontro tra vecchi e giovani?
Sono d’accordo. Ma io, per i giovani, non provo alcun sentimento di scontro, anzi. I nostri ragazzi e ragazze sono il mio futuro, e quel che faccio nella vita e nel mio percorso professionale lo faccio per loro. Per chi sennò?
Cosa dice Le città di pianura del nostro Paese?
Ci racconta un Paese che – come direbbe Pasolini – ha confuso lo sviluppo economico con il progresso umano, come se l’incremento del PIL significasse ipso facto il miglioramento delle condizioni esistenziali della gente. È vero l’esatto contrario. Ma io sono un ferro vecchio, un comunista arrugginito, osservo il mondo che mi circonda attraverso la lente di una ‘weltanschauung’ operaista. Ne vado fiero e ne meno vanto, ma vorrei tanto che libri come “Realismo Capitalista” fossero letti e conosciuti dalle masse, non soltanto dagli intellettuali.
Pensi che ti piacerebbe continuare a lavorare nel cinema? Hai già qualche progetto?
Certamente. Carmelo Bene usava dire, da polemista rompiscatole qual era, che il cinema è la ‘discarica’ dell’arte. Aveva torto marcio. L’aspetto che più mi affascina del cinema è che è un mestiere che non puoi fare da solo, c’è bisogno di tutti, anche del pubblico. Io penso che l’aspetto più affascinante de Le città di pianura sia che si avvale di un testo minuscolo e di un sotto-testo molto ampio. In quel sotto-testo c’è la continuazione del processo creativo in coloro che il film lo vanno a vedere. Proprio come accade con una bella canzone: niente si conclude in studio o su un palcoscenico, ma continua nella vita di chi quella canzone vuol far propria, conferendole significati nuovi, nuove riflessioni, e con esse emozioni e sentimenti che fioriscono all’improvviso, magari quando meno te l’aspetti.
Mi piacerebbe – e quanto! – scriverlo io stesso, un film. Ne ho accennato anche allo stesso Sossai. Scriverei un poliziesco, e lo farei con un amico, un compagno, un fratello: Emidio Paolucci, poeta detenuto nel carcere di Pescara. Un rapinatore a mano armata, un ‘espropriatore’. Qualcosa mi dice che la sua esperienza di vita potrebbe contribuire all’ideazione di un film di genere, sì, ma esistenzialista. In fondo Emidio… poeta è: lo vorrei povero di violenzа – ne ho abbastanza della violenza – e ricco di inquietudine. In fondo la violenza, quella vera, quella di ogni giorno, sta nelle carceri, nei CPR, nei servizi psichiatrici, nelle fabbriche, negli uffici, nella privacy degli appartamenti sbarrati, nella noia della disperazione, nella paura del migrante, nel razzismo, in tutti – ma proprio tutti –, direbbe Umberto Eco, gli ur-fascismi.
