The Black Keys, foto promo da pagina Facebook della band

Black Keys: “La musica arricchisce pochi, non gli artisti”

La band dell’Ohio non ha peli sulla lingua quando si parla di business musicale

I Black Keys hanno concesso un’intervista a The Independent in cui hanno affrontato un tema piuttosto caldo per un’industria come quella della musica live: i conflitti di interesse che, a loro dire, condizionano pesantemente il lavoro degli artisti. Il contesto ideale del botta e risposta è quello di una Manchester in fermento per il ritorno degli Oasis, impegnati in città nella prima data della loro attesissima reunion.

«Eravamo lì proprio nei giorni prima del loro debutto» racconta il batterista Patrick Carney. «Sentire l’euforia di un intero Paese per una reunion rock… incredibile. Non avevamo mai visto niente del genere». Ma se l’ammirazione per l’evento è sincera, Carney nota anche l’effetto collaterale: «Tutti sanno che gli Oasis erano a Wembley, ma questo occupa tutto il feed. Per gli altri artisti diventa un’impresa farsi sentire».

Un problema particolarmente sentito dalla band dell’Ohio, che con il tredicesimo album No Rain, No Flowers cerca di ripartire dopo un anno turbolento: nel 2024 hanno cancellato l’intero tour nelle arene del Nord America, licenziato i manager storici Irving Azoff e Steve Moir e visto Carney accusare via social di essere stato “fregato”.

Nell’intervista, il batterista dipinge uno scenario duro, in cui le grandi realtà dell’industria musicale — promoter, management e piattaforme di ticketing — operano in un sistema verticalmente integrato che limita l’autonomia degli artisti. «Vedi, per esempio» spiega Carney, «Jay-Z ha fondato Roc Nation, una società di management, in joint venture con Live Nation. Ma pochi capiscono cosa significhi davvero». L’accordo non è solo commerciale: si tratta di una struttura verticale che controlla artista, venue e ticketing. In questo contesto, Jay-Z, attraverso Roc Nation, può dettare condizioni favorevoli ai propri artisti o gestire direttamente grandi operazioni, mentre la maggior parte degli artisti si trova in una posizione completamente diversa. Può succedere, come sottolinea Carney, che «le persone con cui dovresti trattare per negoziare con il tuo promoter — cioè i tuoi manager, che in teoria dovrebbero rappresentare i tuoi interessi — siano in realtà nelle mani del promoter».

Come sottolinea Alberto Guidetti de Lo Stato Sociale su Fb, l’alleanza tra Live Nation e un colosso del ticketing come Ticketmaster non rappresenta un semplice accordo, ma un ecosistema chiuso in cui ogni componente rafforza le altre, creando un monopolio difficile da spezzare. L’artista smette di essere un partner creativo per diventare un asset finanziario: contratti a 360 gradi consentono al conglomerato di estendere il controllo su merchandising, diritti di pubblicazione, sponsorizzazioni e talvolta ricavi discografici.

Carney evidenzia anche la disparità interna all’industria: «Quando sei un’artista enorme come Taylor Swift, puoi negoziare condizioni straordinarie. Ma la maggioranza degli artisti opera in un sistema completamente diverso, dove ogni rischio ricade su di loro e la maggior parte dei ricavi va altrove».

Lo streaming, secondo Carney, non va meglio: «Spotify è passata da 25 a oltre 160 miliardi di dollari di valore in tre anni, ma i pagamenti agli artisti restano ridicoli. Nella musica girano montagne di denaro, ma è un sistema ingiusto».

Su SA la recensione di No Rain, No Flowers è di Edoardo Bridda.

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