Oasis, still dallo spot Adidas
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Temporali

Esplorazioni e ipertributi: il senso dei concerti rock nel post-Oasis

Lo scambio di sguardi è fragile, elettrico. Ti sembra quasi di vedere l’apprensione scorrere lungo la trama invisibile che unisce i sei musicisti, rigidi sui nervi, protesi sulla loro determinazione, in bilico sull’urgenza di dare vita a qualcosa – una canzone – e vaporizzare la colla del silenzio. Dopo pochi istanti (ma lunghi), la tastierista stabilisce che ci siamo: si aggrappa al momento tra due respiri e fa un gesto assertivo, come se girasse la chiave che avvia il meccanismo. 

Ed ecco che la canzone inizia a muoversi, all’inizio incerta, quasi balbettante, poi sempre più solida e stranamente misteriosa. Più avanti s’impennerà lirica, procederà sorniona, si concederà vampe e armonizzazioni angelicate. Tutto sommato andrà in porto, regalando col suo svilupparsi un peculiare, palpitante ventaglio di emozioni (un paio di giorni dopo in rete scoprirò che dovrebbe trattarsi di un inedito intitolato Our Faces). Una bella canzone, certo, forse un po’ sfocata, come se andasse in cerca di se stessa: in fondo è un po’ la stessa cosa che penso dei Black Country, New Road

Black Country, New Road, foto per la stampa 2021

La band di Cambridge debuttò nel (fatidico) 2020 con un album significativamente intitolato For The First Time, strappando valutazioni alte e lusinghe ad ampio spettro grazie a una proposta musicalmente strutturata, con evidenti rimandi alla stagione del post-rock dalle curvature slowcore (vedi alla voce Slint). Niente male per un settetto di poco più che ventenni col diploma ancora fresco, la cui competenza tecnica sugli strumenti sembrava collidere con la vibrazione cupa e stridente che si avvertiva nei pezzi, quasi che non avessero ancora deciso da quale parte oscillare sulla linea di confine tra nerd e outsider rock. E quindi, sì, c’era in loro qualcosa di formalmente e sostanzialmente derivativo, ma proprio quel loro modo di derivare (anche di: andare alla deriva) appariva emblematico, li rendeva figli (im)perfetti di un presente ossessionato dal recuperare, rimettere in circolo, attualizzare immaginari del passato per alimentare il meccanismo che di immaginari ha sempre più fame. 

C’erano insomma tutte le condizioni per considerarla una “next big thing”, come si diceva ai bei tempi dell’indie-rock. Tuttavia, appena completato il secondo album ecco che accade l’impensabile: il frontman (nonché a detta di molti leader) Isaac Wood abbandona la nave. In molti si aspettavano che la storia fosse finita, ma i sei superstiti non si scoraggiano, anzi: per un frontman che se ne va, si fanno avanti tre frontwomen. La proposta si fa meno definita, allo stesso tempo più colta e anarchica, cervellotica eppure in qualche modo ventrale, di ricerca ma tumultuosa. Al di là di ciò che se ne può pensare, l’approccio dei Black Country, New Road è contemporaneo, nel senso che la loro musica chiede conto al presente, lo indaga a partire da un’assunzione di complessità, di spaesamento, di ansia da prestazione e spasmo liberatorio. Come band fanno pensare a una nebulosa che cerca di darsi una forma, ed è in questo cercarsi più che nel trovare una forma stabile che risiede, credo, il senso di ciò che ascoltiamo quando li ascoltiamo. Che poi è il motivo per cui assistere a un loro concerto mi è sembrato interessante. E coinvolgente. Malgrado non sia stato un grande concerto in senso assoluto.

Il giorno precedente – il 4 di luglio – al Cardiff Principality Stadium si era consumato un vero e proprio evento per il rock internazionale: mi riferisco ovviamente alla data inaugurale del tour di reunion degli Oasis. Oltre settantamila spettatori sono stati investiti dal muro di suono allestito dalla band mancuniana scioltasi ufficialmente nel 2009, dopo sette album e circa diciotto anni di carriera. Inutile aggiungere cosa abbiano significato gli Oasis nel bel mezzo degli anni Novanta, soprattutto per chi allora poteva goderseli dalla migliore angolazione possibile quando di mezzo c’è il rock, ovvero quella zona che va dalla pubertà alla tarda adolescenza (non ci sarebbe bisogno di precisare che quest’ultima può protrarsi ben oltre la cosiddetta maturità). All’epoca ero venticinquenne e forse per questo non mi rivelai troppo sensibile alla sensazione della loro grandezza, che a dire il vero non mi è mai sembrata così grande. Ma non ho difficoltà a capire quanto gli Oasis siano stati importanti per la generazione successiva alla mia (la X, alla quale non sono poi così fiero di appartenere).

Detto questo, mentirei se sostenessi che non mi sarebbe piaciuto essere lì in mezzo, tra i settantamila di Cardiff, oppure tra quanti affolleranno le altre 40 date previste per l’Oasis Live ’25: avrei voluto esserci eccome, spellarmi a forza di brividi, perdere la voce e forse pure sprecare qualche lacrima. Ho guardato un bel po’ di testimonianze su Youtube e, sì, anche in quei video dalla qualità più o meno accettabile emerge piuttosto chiaro un aspetto: c’è qualcosa di assertivamente epico nella connessione esplosiva tra le canzoni (quelle canzoni) e il pubblico.

Eppure, trovo che ci sia anche qualcosa di respingente, un processo che accade nel momento stesso in cui lo show si consuma travolgendo tutto, come una enorme palla di fuoco che rotola fidando sulla potenza nuda della propria stessa manifestazione. Dove trae, mi chiedo, tutta quella energia? E perché mi sembra che venga in gran parte dispersa, vaporizzandosi nel momento stesso in cui esplode?

Liam e Noel Gallagher Bonehead, Oasis live a Cardiff
Liam e Noel Gallagher Bonehead, Oasis live a Cardiff (2025)

Il discorso si fa scivoloso. Per mantenere la presa, partirei da una domanda: cosa sono le reunion? Dipende, è chiaro, da molti fattori. Nel caso degli Oasis, che è piuttosto tipico malgrado l’eccezionalità della band, non c’è in ballo nuova musica (almeno per il momento). Il tour si prospetta come un mega happening, con la scaletta organizzata al modo di un ipersonico “best of”. Che poi è esattamente ciò che il pubblico si aspetta e, aggiungerei, pretende. Si tratta di un tributo che la band dedica al proprio repertorio, alla sua impronta nella memoria (nell’immaginario) dei fan, quindi a sé stessa, alla propria storia.

Il pubblico con la sua presenza, la devozione e l’entusiasmo a sua volta costituisce un tributo, conseguente a (e riflesso di) quello messo in scena dalla band. Questa relazione speculare a sua volta è una replica della relazione che sussisteva tra i 90s e gli anni Zero tra gli Oasis e il suo vasto seguito, che raggiunse l’apoteosi col doppio concerto record di Knebworth (250.000 spettatori nelle due sere del 10 e 11 agosto del 1996). Parliamo, insomma, di una specie di ipertributo, nel quale canzoni, musicisti e pubblico costituiscono i tre lati di un triangolo energetico potente, un rituale di conferma, il rinnovamento di un patto nel qui e ora, oltre il logorio provocato dall’avere attraversato l’aria solida del tempo. 

Come tutti i rituali tuttavia la sua natura è esperienziale e al tempo stesso simbolica. Nell’evento che si consuma – quello nel quale, ribadisco, avrei voluto trovarmi – ne accade un altro, sovrapposto e parallelo: pubblico, canzoni e musicisti cercano una dimensione a cui appartenere. C’è una specie di scollamento tra fenomeno esteriore e interiore, tra immagine attuale e mnemonica. Quanto deve l’emozione suscitata da una Supersonic o da una Live Forever al loro manifestarsi hic et nunc, oppure al fatto di rievocare il groviglio di emozioni provate e sedimentate negli anni, anni fa?

È chiaramente una miscela di queste cose, a cui si aggiunge la consapevolezza – ok, forse è meglio dire: la percezione – del mescolarsi e sublimarsi di memoria e presente. Nel concerto di reunion modello Oasis Live ‘25 ciò che conferisce all’esperienza quel particolare sapore in bilico tra ebbrezza e malinconia è un interrogativo che aleggia onnipresente seppure in background: è il presente che pone la domanda, i destinatari sono le singole canzoni, le canzoni nel loro insieme, la band, e la percezione di tutto questo da parte del pubblico. La domanda è: cosa siete, voi, per me? Anzi, meglio: cosa siete ancora voi per me?            

Qui tornerei alla canzone dei Black Country, New Road, a quel live più raccolto (si svolgeva sul palco del Lars Rock Fest) e molto meno, diciamo così, epocale. Siamo, ne converrete, agli antipodi: una canzone inedita suonata da una band tutto sommato nella fase ascendente della carriera, che già può vantare un certo seguito e una certa fama però, insomma, gli Oasis sembrano giocare in un’altra categoria (forse perfino in un altro sport). Ma ok, ho scelto di proposito una contrapposizione tanto estrema, sperando che possa guadagnarne in chiarezza il discorso. Perché la sensazione, netta, è che quella canzone di cui neppure conoscevo il titolo, col suo svilupparsi esitante, esplorativo, faceva l’esatto contrario di ciò che una Supersonic aveva fatto la sera precedente a Cardiff: interrogava il presente. Si dipanava, cercava di allinearsi, prendere forma e farsi spazio tra (dentro di) noi ascoltatori, così da mettere in discussione ciò che trovava. Noi, il nostro mosaico di sensazioni, emozioni e sentimenti, la nostra cosiddetta intelligenza: e il senso di tutto questo nel presente. Non è detto che una canzone ci riesca, ma è già nel suo provarci, spesso, ciò che conta. Che la rende viva adesso. 

Ovviamente rispetto al discorso appena fatto i concerti prevedono molte gradazioni intermedie, tipicamente dall’alternarsi di canzoni note e meno note. Non esiste una forma di concerto ideale, ma se esistesse credo che sarebbe appunto un mix di conferme e sorprese, di tributo all’amore per vecchie canzoni e canzoni che hanno appena iniziato a farsi posto nell’ascoltatore. I casi di cui ho parlato costituiscono come ho già detto due (quasi) estremi: nel primo una scaletta infarcita di canzoni pubblicate da poco e persino una inedita, l’altro costituito da un travolgente “best of”. In realtà nella mia vita ho assistito a molti concerti di reunion, anche quando tecnicamente non lo erano: tipo concerti di musicisti ancora in attività ma le cui opere più significative risalivano a molti anni addietro. A dire il vero la maggior parte dei concerti che ho visto erano di questo tipo. I due motivi che mi hanno spinto a scrivere le righe precedenti vanno ricercati proprio in questo aspetto della questione.

Primo motivo: il rock, lo sappiamo, vive sempre più della celebrazione del suo passato, di quella sorta di ribollire freddo delle sue forme e delle sue storie. Forse perché è esattamente ciò di cui il suo pubblico ha bisogno, nel tentativo di compensare nostalgicamente l’estemporaneità fisiologica delle nuove proposte al tempo dello streaming, rivolgendosi cioè alla persistenza delle storie sedimentate, alla ricorsività del mito. Ma forse, più prosaicamente, ciò è dovuto anche a come l’industria dell’intrattenimento sa produrre meccanismi spettacolari ad alta efficienza fidando su impianti mitologici profondi, così ricchi di materiale iconografico e narrativo da permettergli di allestire circhi in cui, per farla breve, tutti ottengono ciò che vogliono.

Si tratta di un processo in corso da molto tempo, rispetto al quale in passato ho nutrito non poche preoccupazioni: temevo che questo modo di concepire il rock – come una parata di simulacri, una specie di funerale esuberante reiterato fino a consunzione dei protagonisti/zombie di se stessi – divenisse egemone, obliterando forme e prassi del rock nuovo, il quale a sua volta sarebbe divenuto un catalogo di simulacri variamente – e ingegneristicamente –  ibridi.

A proposito di funerali, tocca aprire una doverosa parentesi a proposito del Back To The Beginning, il concerto di addio alle scene di Ozzy Osbourne tenutosi il 5 luglio, la stessa sera dei BCNR a Chiusi: di fronte a 40.000 persone si è consumata una maratona che ha visto sfilare nello stadio Villa Park di Birmingham leggende metal e hard rock come Anthrax, Slayer, Pantera, Tool, Metallica, Guns ‘N Roses e via discorrendo, oltre ovviamente ai Black Sabbath. L’immagine del “Principe dell’Oscurità” assiso nel suo trono vampiresco che tenta – riuscendoci – di imbastire un’ultima performance vocale a dispetto del maledetto morbo di Parkinson, è di quelle che fanno accartocciare il cuore. Ma se proviamo a mantenerci abbastanza distaccati, possiamo accorgerci quanto su un piano puramente simbolico ribadisca potentemente quanto argomentato fin qui: queste esequie sensazionali del fenomeno Ozzy – con Mr. John Michael Osbourne ancora ben vivo, come ci auguriamo rimanga a lungo – capovolgono la formula del concerto “in memoriam” sancendo come lo spettacolo oggi si nutra di storie compiute, di moduli narrativi da aggiornare, da riproporre apportando differenze funzionali (un po’ come i reboot nel cinema, strategia che evidentemente paga, come dimostra il recente, clamoroso successo dell’ennesimo Superman). Dal punto di vista dell’immaginario Ozzy è vivissimo e sbrana pipistrelli assieme a noi. Chissà, mi chiedo, se questa fame di immaginario dissepolto, riportato alla vita e anzi a una vita di livello superiore perché adeguata agli standard più recenti (i quali, nella visione finalistica che ci viene così bene adottare, sono sempre un upgrade di quelli precedenti), non costituirà la base programmatica per l’impiego di AI generative nella produzione di musica e/o visual con protagoniste rockstar ringiovanite o addirittura risorte. Sapremo resistere al fascino sottile del simulacro?    

Comunque sia, questi timori oggi sembrano davvero eccessivi. O, se preferite, apocalittici. In particolare, le mie preoccupazioni circa le sorti del rock si sono rivelate fuori luogo: alla luce delle pubblicazioni discografiche, nel rock nuovo sembra infatti esserci abbastanza intraprendenza, senso di avventura, sete di esplorare e voglia di rovesciare il tavolo da sembrare vivo e genuinamente in rotta di collisione con molti aspetti del conforme. Manca magari quel pizzico di sacrosanta velleità che un tempo insaporiva il piatto, l’ambizione cioè di spuntare all’improvviso negli stereo e nelle programmazioni radiofoniche e in ragione di ciò cambiare le cose, forse perfino il mondo: no, questa specie di tracotanza implicita non si avverte quasi più, ma non mi pare giusto incolpare il rock per siffatta “mancanza”. Troppe cose sono cambiate. Credo comunque che si debba tenere il punto, coltivare la consapevolezza di ciò che stiamo ascoltando, di come la disposizione tra musicisti, canzoni e noi ascoltatori muti secondo le circostanze. In tutto ciò, la reunion degli Oasis – zenit dei molti tour che attraversano le arene e i palazzetti in modalità ipertributo – potrebbe costituire un caso limite, il fondo scala di un fenomeno a cui non dovremmo assuefarci. Spero che non costituisca un turning point, il raggiungimento della fatidica massa critica. L’inizio di un’epoca post-Oasis. Lo scopriremo, va da sé, solo vivendo.     

Secondo motivo: come dicevo qualche riga fa, i concerti sono dimensioni spurie, dove si intrecciano e stratificano situazioni complesse. Mi piace pensare che siano confini, luoghi di passaggio dove sempre qualcosa cambia, si consegna al passato o si re-inoltra al futuro, si fa interrogare dal o interroga il presente. Niente sta immobile, quando lo viviamo. Mi è piaciuto perciò ipotizzare questo: che sia possibile accorgersi del momento in cui una canzone – o una band, se si è particolarmente fortunati – smette di interrogare e passa dalla parte degli interrogati. Immagino che esista una fase ibrida, un’esitazione tra i due stati, uno stallo. Ecco, penso che se si prova a farci caso, quel momento potrebbe dire molto su dove siamo, su quando siamo, su chi siamo come ascoltatori e individui (quanta differenza corre tra i due concetti?) nel qui e ora, e quanto di noi appartiene a ciò che è stato o a quello che verrà. Sono convinto che sia una delle ragioni per cui ha senso e lo avrà sempre, malgrado tutto, andare in giro per concerti. A farsi travolgere, o sommergere, o attraversare. A galleggiare in quello che, cambiando, ci racconta il nostro cambiare.     

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