Live Forever e il sentimento oceanico degli Oasis
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Fabrizio De Palma
- 10 Settembre 2024
Dopo l’edonismo di Supersonic e la semi-parodia pubblicitaria di Shakermarker – Live Forever è il terzo singolo pubblicato dagli Oasis l’8 agosto 1994, come anticipazione del loro album d’esordio Definitely Maybe. Non si tratta del loro più grande successo commerciale (Wonderwall e Don’t Look Back In Anger sono inarrivabili), ma è molto probabilmente il brano più amato dai “veri” fan degli Oasis (ammesso che questo concetto esista veramente) – non a caso fu votato come il miglior brano della band da un sondaggio condotto sul sito ufficiale del gruppo.
Non si stenta a crederlo perché il pezzo è oggettivamente irresistibile fin dal primo ascolto, anzi fin dall’attacco, quel “Maybeeeeeeee” tirato all’estremo e allungato oltre la sua naturale pronuncia da Liam Gallagher nel tentativo quasi impossibile di trasformare un forse in una certezza. Un tentativo che, col senno di poi, possiamo dire essere pienamente riuscito. Ma quando all’inizio del ‘93 Noel Gallagher si presentò alle prove con una prima versione del brano, gli Oasis suonavano ancora in uno scantinato delle case popolari di Manchester ed erano ad anni luce di distanza dal successo mondiale che conosciamo.
La reazione iniziale da parte del resto della band fu di incredulità, quella canzone non poteva essere sua, era troppo bella. In effetti, c’era un fondo di verità. Noel non ha mai fatto mistero delle sue influenze e ci sono molti lati “controversi” a proposito della sua tecnica compositiva, costruita in buona misura sulla rielaborazione del canzoniere britannico: dal riff di Get It On di Marc Bolan & The T.Rex ripreso in Cigarettes & Alcohol all’assolo di Supersonic “rubato” a My Sweet Lord di George Harrison, la lista è lunga. Ma non staremo qui ora a menzionare tutti i suoi presunti “furti” o “omaggi” perché meriterebbero un approfondimento a parte.

Nel caso di Live Forever è stato lo stesso Noel a raccontare come il pezzo sia nato mentre stava strimpellando una chitarra acustica e ascoltando Exile on Main St. dei Rolling Stones. A un certo punto si accorse che la voce di Mick Jagger suonava benissimo sopra il pattern di chitarra che aveva suonato per tutta la sera: “Era il pezzo di ‘Shine a Light’ che fa ‘May the good lord shine a light on you’”, ha ricordato. A quel punto ha mantenuto la melodia e sostituito il verso con il suo famoso incipit: “Maybe, I don’t really wanna know”. Per un po’ di tempo, non aveva altro. Poi, grazie a un infortunio in cantiere, fu spostato a capo di un magazzino, dove ebbe modo di finire la canzone e di scriverne altre, immaginando i suoi sogni di gloria dal fondo della classe operaia. Dal punto di vista tematico l’ispirazione gli era venuta grazie a Kurt Cobain, il leader dei Nirvana con il quale N. Gallagher all’epoca si sentiva in forte opposizione, non tanto per una questione patriottica, alla quale tutto il Brit Pop era stato inizialmente legato dalla stampa britannica, ma per una questione di principio: al nichilismo oscuro del movimento grunge, infatti, gli Oasis degli esordi opponevano con estrema fierezza una sorta di positività radicale (“[Cobain] aveva tutto, ed era infelice per questo. Noi non avevamo un cazzo di niente, e io pensavo ancora che alzarsi la mattina fosse la cosa più bella del mondo, perché non sapevi dove saresti finito la sera”).
La scintilla scoccò quando N. Gallagher lesse un’intervista rilasciata da Kurt Cobain a proposito della canzone auto-parodica I Hate Myself and Want to Die: “Mi colpì il fatto che questo stronzo, un ragazzo estremamente talentuoso, avesse tutto ciò che volevo”, ha raccontato – “Era ricco, famoso, faceva parte della più grande rock & roll band del suo tempo – e scriveva canzoni in cui diceva di odiarsi e di voler morire! Il mio modo di pensare era: “Beh, io mi amo, cazzo, e vivrò per sempre, amico!”.
Ma Live Forever non era semplicemente un inno alla vita ego-riferito o la risposta luminosa alla negazione della stessa da parte della scena grunge di Seattle. Era (ed è ancora) qualcosa di più grande – innanzitutto, la migliore rappresentazione artistica dell’ottimismo estremizzato della band, che per uscire dal fango puntava direttamente al cielo senza ragionevolezza alcuna. La spinta verso l’alto è una caratteristica costante degli Oasis e l’uso frequente di immagini astrali nei loro brani, è dovuta principalmente a questo motivo, oltre ad essere un legame con lo stile lirico di John Lennon, mito personale di entrambi i fratelli Gallagher. Non a caso sulla copertina del singolo c’è una foto della vecchia casa in cui John Lennon ha passato l’infanzia – al 251 di Menlove Avenue a Liverpool – e alcune scene del primo video ufficiale del brano sono state girare allo Strawberry Fields memorial, – la zona del Central Park di New York dedicata al ricordo del cantante dei Beatles.

Di sicuro il contrasto tra la vita e la morte, la terra e il cielo (Maybe I just want to fly,Want to live, I don’t want to die) è ben visibile nei video ufficiali del brano. Sì, i video, al plurale, perché in realtà ne furono girati due: una versione destinata al mercato britannico, che è quella che possiamo considerare “originale”; e una per il mercato americano, dove in realtà, gli Oasis e in generale il Brit Pop non hanno mai avuto la stessa risonanza avuta in Europa.
Nel video americano, girato da Nick Egan, vediamo Liam Gallagher seduto alla scrivania di un ufficio che sembra essere quello di una qualche grossa casa discografica. Sulla parete dietro di lui ci sono appese diverse foto di rockstar morte prematuramente, tra cui l’immancabile Kurt Cobain e gli altri membri del famoso club: Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Sid Vicious e ovviamente John Lennon. Special guest: il calciatore Bobby Moore, capitano della nazionale inglese che vinse la coppa del mondo nel 1966.
Il video britannico, invece – ad opera di Carlos Grasso – è un po’ più “sperimentale” e contiene in nuce diversi elementi caratterizzanti l’intera videografia della band. Innanzitutto l’utilizzo del bianco e nero mischiato ad altre riprese a colori (vedi ad es. il video di Supersonic e Whatever) oppure a singoli elementi appositamente evidenziati con colori accesi, come i pesci rossi in Rumble Fish di F.F. Coppola, o – per restare sugli Oasis – le chitarre (verdi, gialle e blu) nel video di Wonderwall. Altro elemento tipico presente in maniera quasi costante nei video degli Oasis è quello della sedia, piena o vuota come testimonianza di presenza o assenza. Fateci caso e noterete quante sedie occupate e vuote appaiono, ad esempio, sempre in Wonderwall oppure all’inizio e alla fine di Don’t Look Back in Anger, giusto per citare i due video più famosi e ben presenti nell’immaginario collettivo.
Nel caso di Live Forever, però, si tratta di una sedia sollevata da terra e appesa in alto su un muro, sopra la quale siede Liam Gallagher. Questa nota di surrealismo che rimanda in maniera un po’ grossolana a pittori come Dalì e Magritte è un altro elemento che verrà ripreso sempre nel video di Wonderwall, dove a un certo appunto appaiono altre cose piuttosto strane come delle lunghe seghe ondeggianti, calanti dall’alto, oppure una slot machine a forma di cowboy. Altro stratagemma, su cui poi verrà costruito l’intero video di Stand By Me, è il “riavvolgimento del nastro”, per cui a un certo punto vediamo alcuni membri della band che camminano all’indietro. Ma al netto di questi trucchetti, il simbolismo più chiaro è quello apre e chiude il video.

L’inquadratura iniziale di Live Forever è un piccone che si abbatte su una distesa di terra rocciosa, dopodiché i vari membri della band scavano una buca in cui alla fine verrà seppellito il batterista Tony McCarroll. Ironico che sia stato scelto proprio lui, visto che Noel Gallagher odiava il suo modo di suonare – considerato troppo grezzo – e alla fine deciderà di metterlo alla porta, sostituendolo col più esperto Alan White per le registrazioni di (What’s the Story) Morning Glory?. Secondo alcuni il video sarebbe la rappresentazione simbolica del suo licenziamento, ma è difficile pensare che all’epoca fosse già tutto previsto. Anche perché, in realtà, alla fine del video McCarroll esce dalla buca come un Lazzaro risorto e riprende in mano le sue bacchette. Più verosimilmente è la rappresentazione dell’immortalità.
E qui tocca fare un volo pindarico verso l’interpretazione più convincente del brano data dal giornalista, critico ed ex cantante degli Everything Everything – Alex Niven – nel suo splendido saggio dedicato al disco, un vero e proprio testo sacro in “difesa” della band di Manchester (casomai ce ne fosse bisogno). Niven collega il fine ultimo degli Oasis al concetto freudiano di “sentimento oceanico”, che il padre fondatore della psicologia moderna descrive così nel suo Il disagio della civiltà: “una sensazione di qualcosa di illimitato, senza limiti… la sensazione di essere connessi con l’intero mondo al di fuori di sé”.
Sebbene in molte loro canzoni ci siano momenti di forte individualismo ed ego, gli Oasis sono sempre stati una band comunitaria, che voleva entrare in contatto con altre persone piuttosto che proclamare la propria eccentricità ed unicità. A differenza di altre band che facevano tutto il possibile per distinguersi dal resto del mondo, gli Oasis volevano fondersi con esso e renderlo proprio. Secondo Niven Live Forever è la quintessenza di questa idea, cioè la canzone che più di tutte incarna questo sentimento di illimitatezza in un modo musicalmente emozionante e filosoficamente commovente. Live Forever, spiega Niven, prende il sentimento oceanico di Freud e ne trae un messaggio profondamente significativo con parole semplici: la sua più grande virtù sta proprio nella capacità di trasformare una serie di frasi comuni, che dovrebbero suonare banali (come l’importanza del giardino di casa per mamma Peggy) in un potente messaggio di idealismo e di orizzonti infiniti – “forse non voglio sapere davvero come cresce il tuo giardino perché voglio soltanto volare”. Il cielo da una parte contro la pioggia che ti impregna le ossa dall’altra (Did you ever feel the pain / In the morning rain / As it soaks you to the bone?). La voce di Liam riesce a trasmettere un grande pathos nelle ripetute affermazioni di quelli che considera i bisogni umani primari: il diritto di vivere, il diritto di respirare, il diritto di sognare di volare. Ma quando arriva il gancio lirico centrale, questi desideri sono superati da qualcosa di ancora più straordinario: la promessa da amico ad amico, anzi da fratello a fratello, che la loro unione” visionaria” significa che non moriranno mai:
Maybe you’re the same as me
We see things they’ll never see
You and I are gonna live forever
È difficile sottovalutare l’audacia e l’intensità di questa dichiarazione di fede. Un po’ miracolosamente, il risultato finale di tutta questa passione non è una fuga dal mondo, ma una fuga in esso e nella sua gente. Un messaggio di fratellanza veicolato anche dal ritornello di una delle migliori B-side della band, pensata per il canto alternato dei due fratelli e ormai assurta allo stato di classico assoluto – Aquiescence:
Because we need each other / We believe in one another / And I know we’re going to uncover / What’s sleepin’ in our soul.
L’antagonismo ha lasciato il posto all’empatia. Smantellando il nostro senso di sé, rendendoci conto di appartenere gli uni agli altri, sembrano suggerire questi testi, le nostre vite sulla terra possono diventare davvero illimitate.
È questa l’essenza di Live Forever. La sua immortalità. Anche la sua struttura atipica senza vere strofe e senza ritornello significa che la canzone non si risolverà mai: in pratica, sembra davvero che Live Forever fosse predestinata a vivere per sempre.
