Eric Hilton
Eric Hilton, foto per stampa (2024)

Dove porta la musica. Intervista a Eric Hilton

In veste di titolare al cinquanta per cento della ragione sociale conosciuta come Thievery Corporation, Eric Hilton è considerato uno dei padri fondatori del genere downtempo, quello subentrato per caratteristiche ritmiche e stilistiche al cosidetto trip hop, una volta che la spinta propulsiva di quest’ultimo era andata a scemare intorno alla metà degli anni ’90. Dal 2020 ad oggi, lo statunitense è stato estremamente prolifico anche in veste solistica, dando alle stampe quattro album, una serie di singoli ed EP e una bella collaborazione con la cantante Natalia Clavier nel riuscito Corazón Kintsugi, pubblicato lo scorso anno. In occasione della pubblicazione di questo suo nuovo Sound Vagabond, abbiamo colto l’occasione di raggiungerlo per farci raccontare qualcosa del suo passato in tandem con il collega Rob Garza, qualcosa del suo nuovo presente artistico e qualcosa del suo futuro.

Ho avuto il piacere di intervistarti una ventina di anni fa, in occasione dell’uscita dell’album dei Thievery Corporation The Cosmic Game – al quale avevano anche collaborato David Byrne, Perry Farrell e Wayne Coyne – e mi ricordo che in quell’occasione finimmo col parlare del tuo background nella scena punk di Washington, la città in cui tu e Rob Garza, il tuo partner nei Thievery, vi siete incontrati. Il che dimostra quanto lungo e composito sia stato il tuo viaggio musicale:

È stata una scena musicale dalla quale ho tratto grande ispirazione. Non tanto dal punto di vista musicale quanto da quello dello spirito. All’insegna della voglia di creare qualcosa nonostante la mancanza di risorse, di contatti giusti. Nonostante la mancanza di una vera e propria formazione musicale intesa in maniera tradizionale. Ma sempre spinti dalla pura e semplice volontà di fare musica.

In un certo senso questo si è notato nel percorso musicale che hai intrapreso a partire dalla fondazione dei Thievery Corporation. Molto specifico stilisticamente anche se dal punto di vista dell’attitudine avete sempre mostrato una coscienza sociale e politica molto forte:

Questo è vero. È un tipo di coscienza che è aumentata sempre di più nel corso della nostra carriera. Anche se abbiamo sempre preferito definirla in altri termini. Innanzitutto abbiamo sempre voluto prendere posizione contro la guerra. È un tipo di messaggio che si può ascoltare in canzoni come Marching The Hate Machines (Into The Sun), realizzata assieme ai Flaming Lips, ma anche in brani reggae precedenti. O come nell’album The Temple Of I & I, nel brano intitolato Drop Your Guns, una metafora che prende di mira i guerrafondai. Per il resto, abbiamo sempre cercato di affrontare la realtà mantenendo un legame con l’umanità più ampiamente intesa. Disinteressandoci invece del mondo della musica vista come un impresa economica, come una “corporation”. È questo quello che rende il nome Thievery Corporation ironico, ma è il nome giusto per noi. Proprio perche siamo una corporazione fondata contro il mondo delle corporazioni. Non mi piacciono affatto le cose aziendali. Un mondo con il quale ho dovuto avere a che fare per tutta la mia vita, qui negli Stati Uniti, come testimone del suo lento processo  di consolidamento.

Se non ricordo male durante l’intervista a cui mi riferivo prima, raccontasti che tu e Rob provenivate da un ambiente di quel tipo, non è vero?

In un certo senso è cosi. In realtà Rob lavorava per una ditta di proprietà della sua famiglia. Non molto grande ma pur sempre di un certo tipo. Io non provengo da quel tipo di ambiente. Dopo il college ho lavorato come corriere in bicicletta e come dj. Due tipi di attività molto punk quelle di consegnare pacchi in giro su una bici e fare il dj. (ride) Dopodichè divenni propietario di un club e la cosa prese sempre più un carattere professionale, ma nulla a che fare con il grande mondo aziendale.

Infatti mi ricordo che da li sono nati alcuni dei vostri progetti come la label Eighteenth Street Lounge, uno di studio di registrazione ed altro ancora:

Si era messa in moto una grande sinergia tra tutte quelle iniziative. Con dei miei vecchi amici aprimmo la Lounge e un mese dopo incontrai Rob e fondammo la label, cominciando a fare musica in uno studio situato nella stessa location. Il nome dell’etichetta Eighteenth Street Lounge veniva proprio da li, perche intorno a noi si era formata una sorta di scena, avevamo preso un certo slancio creativo, e volevamo dimostrare al mondo che a Washington D.C. c’erano delle persone che facevano musica di un certo tipo. Era in nostro modo di amplificare quello che succedeva a livello locale.

Da li la tua carriera ha preso un corso che ti ha portato ad iniziare un discorso artistico con la realizzazione di album solistici. La vedi come una maniera più personale di esprimerti artisticamente?

È un modo più personale ma solo per il fatto che mi trovo da solo a fare musica nel mio studio. Essendo abituato a fare musica assieme a Rob ed altri musicisti, quando ho deciso di lavorare da solo ho cercato di assicurarmi di essere in grado di essere completamente autonomo. Può succedere che di tanto in tanto altri siano invitati a suonare qualche parte, per esempio un bassista che può suonare una certa parte meglio di me, ma quello che volevo era poter fare musica per conto mio, in maniera molto solitaria. Ed ho scoperto che questo mi piace davvero tanto. Questo non significa che non farò mai più musica con Rob, perche questo succederà ancora, molto probabilmente. Comunque, ho scoperto che mi piace molto il modo meditativo con il quale posso realizzare la mia musica in solitudine. Mi fa sentire bene. È un po’ come essere un pittore. Immagina di essere un pittore e dover dipingere tutto il tempo con un altro artista. Può essere anche divertente, ma quando ti trovi a farlo solo con te stesso, ti poni con un altro tipo di mentalità di fronte a quello che crei.

Gli album solistici che hai prodotto fino a qui sembrano voler rivelare, uno dopo l’altro, aspetti leggermente diversi della tua visione musicale. Dall’album del 2020 Infinite Everywhere, ancora orientato verso il Thievery Corporation sound, alla tua collaborazione dello scorso anno con Natalia Clavier in Corazón Kintsugi, un album basato più sulla forma canzone con forti influenze latinoamericane e brasiliane, passando per un Lost Dialect, che voleva essere una sorta di omaggio al suono classico del trip hop. È un impressione corretta la mia?

Si. Mi piace realizzare dischi che abbiano una certa coesività ed un sound uniforme. Sono queste le qualità che secondo me un album deve avere. Con i Thievery Corporation era divertente realizzare dischi all’insegna della diversità musicale. Anzi, più ne realizzavamo e più diventavano stilisticamente diversificati. Ed era una cosa che mi piaceva. Quello che ho scoperto del nostro pubblico è che lo possiamo guidare nelle più disparate direzioni musicali, e loro continuano a seguirci. È una cosa che ho sempre apprezzato molto, perche è liberatoria. È quello che cerco ancora di fare per conto mio, componendo di volta in volta una canzone brasiliana, un brano dub trip hop, un pezzo drum & bass. Non voglio essere limitato ad una sola cosa. Non posso prevedere se i miei ascoltatori lo apprezzeranno o meno. Ma io devo andare dove mi porta la musica. E l’importante è che io possa continuare ad entusiasmarmi.

Ad ogni modo credo che nonostante la varietà stilistica nel tempo tu abbia potuto sviluppare uno stile molto personale e sicuramente riconoscibile. Ti ci rivedi in questo?

Spero che questo sia vero. Con le mie produzioni solistiche credo di essere comunque rimasto nel solco del Thievery Corporation sound. Sono molto orgoglioso di quello che io e Rob abbiamo creato. Ad ogni modo quello che produco ora è più personale. È quello che al momento mi procura più gioia. E poi c’è un altra cosa; quando lavori all’interno di un duo o di una band – e di una live band di grande successo come è nel nostro caso – si finisce col mettere il carro davanti ai buoi, per fare un esempio usando un proverbio italiano. E ad un certo punto ho notato che questa era la situazione che si era creata. Amo suonare dal vivo e viaggiare, e grazie a questo sono stato in Italia molte volte, ma per me l’aspetto più importante è la creazione artistica, e questa situazione era diventata frustrante. Passava troppo tempo tra la produzione di un album e l’altro. E quando ho cominciato a produrre musica da solo ho notato che la frustrazione era sparita, e potevo pubblicare nuova musica in continuazione.

Vorrei che tu ci raccontassi qualcosa del tuo nuovo album Sound Vagabond, descritto già nel titolo come una specie di diario di viaggio. Immagino che come musicista tu sia un grande viaggiatore.

Lo sono stato in passato, e per lungo tempo. Ora non più cosi tanto. Ma sono stato nella maggior parte di posti ai quali i titoli del disco fanno riferimento. In alcuni casi l’ispirazione è stata completamente inventata, come nel caso di Mumbai Hustle, che si riferisce ad una città nella quale non sono mai stato ma che mi piacerebbe visitare. Musicalmente, volevo realizzare un album completamente strumentale e dal suono vintage.

Per la realizzazione di questo Sound Vagabond ti sei avvalso di librerie di campioni di pubblico dominio. Da cosa è dipeso questo tipo di scelta?

Questo è un periodo molto interessante dal punto di vista della musica elettronica. Ci sono cosi tanti mezzi a disposizione. La tecnologia ci permette di lavorare molto più velocemente, e questo mi piace. A volte mi chiedo cosa avremmo potuto realizzare agli inizi della carriera dei Thievery Corporation se avessimo avuto a disposizione i mezzi che esistono oggi. Paradossalmente comunque, questo non significa che la musica sia migliore. L’orecchio ed il talento musicale giusto sono ancora fattori essenziali. Questo disco è come un collage sonoro, con il 60% di campioni e il 40% di strumenti dal vivo. Campionare da vecchi dischi in vinile è fantastico, ma ci sono ovvi problemi di licenze e autorizzazioni. Le librerie di campioni pubbliche sono una risorsa fantastica; si scava tra un sacco di spazzatura, ma sono anche sempre sorpreso dalle pepite che si possono trovare. Si possono trovare strumenti specifici in una determinata tonalità, e poi la sfida consiste nel tagliuzzarli, ricontestualizzarli e integrarli con il brano che si sta realizzando.

Non pensi che la tecnologia abbia rubato una certa spontaneità ed senso di eccitazione alla musica cosi detta elettronica, soprattutto a quella che si basava pesantemente sull’uso di samples?

È una cambiamento accostabile a quello dell’uso artistico dell’intelligenza artificiale. Una tecnologia che non è ancora entrata pesantemente nella realizzazione della musica ma che a quanto si dice potrà sostituire l’elemento umano. Ed è una cosa orribile da immaginare. Immaginare un mondo in cui la musica viene creata senza il cervello ed il tocco umano è terrificante. Se prendiamo ad esempio l’hip hop o la musica house degli anni ’90, ascoltandola oggi puoi sentire ancora l’anima ed il sentimento con cui erano create, non senti le macchine con le quali erano state prodotte.

So che i Thievery Corporation saranno in tour durante la prossima estate, arrivando fino in Europa. Ci puoi raccontare qualcosa a proposito?

La band sarà in giro accompagnata da Rob, anche se sfortunatamente io non parteciperò alla tournee. Per il momento mi considero “in ritiro” da quel lato della nostra attività. Preferisco concentrarmi sul mio lavoro da solista e ad altri progetti, e per problemi di tempo a disposizione dovevo rinunciare a questo tipo di impegno. Ma quello che è interessante dell’esperienza live che sono diventati i Thievery nel corso degli anni, è che la band al gran completo è diventata il vero e proprio show a se stante. Io e Rob non siamo i frontman, noi restiamo alle spalle dei musicisti. Nel corso degli anni abbiamo messo assieme una squadra di artisti talmente affiatata che ha preso vita propria. Alcuni hanno preso parte alle nostre produzioni in studio, altri no, ma insieme rendono viva la nostra musica.

Per chiudere vorrei chiederti quali sono i tuo progetti per il futuro?

Ho già un album in uscita in giugno per Virgin Records. Questa volta si tratterà di un disco di musica ambient, completamente privo di beats; di carattere più cinematico meditativo e terapeutico.

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