Pedro Pascal, Nico Parker. Still da "The Last of Us" (Craig Mazin, Neil Druckmann, 2023). HBO

Quando sei perso nell’oscurità. Inizio con il botto per “The Last of Us”

1968, Stati Uniti. Siamo in un set televisivo, nel contesto di un talk show serale con pubblico, e il conduttore sta intervistando una coppia di epidemiologi. Uno dei due (inaspettato cameo di John Hannah) è convinto che in futuro i funghi potrebbero rappresentare una minaccia per il genere umano; nello specifico la famiglia dei cordyceps, capaci di attaccarsi ad un ospite per controllarne la volontà, impedirne la decomposizione e cibarsi di esso. In un primo momento la reazione dei presenti è di scherno ma l’atmosfera cambia quando, con tono calmo e razionale, l’esperto si cimenta nella spiegazione della sua “bizzarra” ipotesi. A cose normali questi parassiti hanno come prede gli insetti perchè non resisterebbero all’interno di un corpo la cui temperatura supera i trentaquattro gradi. Ma cosa succederebbe se i cordyceps fossero costretti ad evolversi, magari a causa del surriscaldamento del pianeta?

John Hannah. Still da “The Last of Us” (Craig Mazin, Neil Druckmann, 2023). HBO

Questi sono i primissimi minuti dell’episodio pilota di The Last of Us, nuova serie originale HBO tratta dall’omonimo videogioco sviluppato da Naughty Dog per PlayStation 3 (2013). Gli ideatori sono due, Craig Mazin e l’autore del videogioco Neil Druckmann, e tante sono le considerazioni da fare in merito. Una delle più interessanti riguarda il grado di fedeltà alla fonte, nonostante la riproposizione pedissequa non sia prerogativa del cinema o della televisione; la trasposizione è una traduzione, pertanto si verificherà sempre una perdita o un’aggiunta. Ma la presenza in scrittura del co-presidente della Naughty Dog, famoso sia per i due capitoli survival-horror di The Last of Us che per la saga action-adventure di Uncharted (per il film non è stato coinvolto e si vede), porta necessariamente a notare convergenze e divergenze rispetto al punto di partenza e, di conseguenza, a ragionare sullo stretto rapporto che intercorre tra i due media. E ciò deriva anche dal fatto che il videogioco è famoso per il suo forte taglio cinematografico e per essere considerato uno dei più belli della storia videoludica.

Still da “The Last of Us” (Craig Mazin, Neil Druckmann, 2023). HBO

La sequenza d’apertura è un’aggiunta e, da una prospettiva seriale, scelta migliore non poteva essere fatta, perché è un ottimo esempio di come introdurre un argomento, impostare il tono del racconto e anticipare parte degli intenti finali. Consapevole che il pubblico di HBO (per noi Sky) sarà molto più ampio di quello dei gamer, Craig Mazin, che è regista dell’episodio, fa appello alla nostra recente esperienza pandemica e all’emergenza climatica per farci sentire scomodi, per immergerci all’interno di un’atmosfera densa di angoscia che conosciamo molto bene; d’altronde è il creatore di quel gioiello di inquietudine che è stato Chernobyl (2019, regia di Johan Renck), e infatti non si fatica a riconoscerne subito il tocco semi-documentaristico (ma altri possono essere i riferimenti, come la miniserie HBO Watchmen di Damon Lindelof).

Perciò, portando l’inizio della storia in uno studio televisivo, esattamente come ha portato il videogioco all’interno della serialità contemporanea (rimanendo comunque dentro lo schermo domestico), lo showrunner ci fa credere che sia davvero possibile uno scenario post-apocalittico di quel tipo (durante la quarantena tutti ci siamo informati attraverso la televisione), e questo ancor prima della sigla, la cui bellissima colonna sonora è ripresa dal videogioco ed è stata composta dal premio Oscar Gustavo Santaolalla.

Pedro Pascal. Still da “The Last of Us” (Craig Mazin, Neil Druckmann, 2023). HBO

Così ha inizio The Last of Us e in una veste rassicurante per il fan più incallito. 2003, Austin in Texas. L’operaio edile Joel Miller (un grande Pedro Pascal) vive con la figlia Sarah (Nico Parker) e il fratello Tommy (Gabriel Luna). Nel giorno del suo compleanno esplode in città un’ondata di violenza senza precedenti a cui nessuno può dare una spiegazione. 2023, Boston in Massachusetts. L’infezione da cordyceps ha devastato l’umanità e i pochi sopravvissuti si sono riuniti in micro-città fortificate e gestite dai militari dalla FEDRA (Federal Disaster Response Agency). Qui operano anche le LUCI, un gruppo di ribelli in guerra contro la dittatura militare della FEDRA. Joel si guadagna da vivere facendo qualsiasi lavoro, compreso il contrabbandiere, ed è aiutato dalla compagna Tess (Anna Torv). Per una serie di coincidenze entra in contatto con la leader delle LUCI, Marlene (Merle Dandrige), che gli affida un incarico di vitale importanza, ovvero fare da scorta alla quattordicenne Ellie (Bella Ramsey).

Il resto dell’episodio rappresenta una convergenza con il videogioco, riproponendo sequenze note (inquadrature, punti di vista, dialoghi) ma in live action. Però l’intero cast si muove in una struttura che solo in apparenza non permette alcuna libertà creativa a Mazin e Druckmann. Mentre in un videogioco survival-horror la tensione si genera perchè il successo dipende esclusivamente dalle nostre scelte, al cinema e in tv devono intervenire altri fattori. E questa è forse la più importante delle divergenze e permette di distinguere ancora le due esperienze mediali (potendole apprezzare entrambe allo stesso modo). Quindi dietro il conosciuto videoludico si cela l’invenzione cine-televisiva, elemento che rende affascinante la visione non solo ai giocatori (che per ovvie ragioni non possono “intervenire”) ma anche agli altri spettatori.

Nella parte centrale della puntata, quella più interessante ed emotiva, la brillante regia di Craig Mazin si sviluppa sullo sfondo, negli angoli dell’inquadratura, nel fuori-fuoco e poi nel fuori-campo: un servizio televisivo (per l’appunto), un aereo o una pattuglia della polizia di troppo, una luce improvvisa, un silenzio innaturale, un comportamento strano, una chiamata inaspettata, un’esplosione in lontananza. L’orrore fermenta pian piano sotto la superficie del racconto, dietro i primi piani dei protagonisti, come il cordyceps che si impossessa delle prede. E ciò non può accadere in un videogioco in cui, per forza di cose, ogni elemento si presenta in maniera chiara nello spazio dello schermo (le cutscene sono un discorso a parte).

È ovvio che The Last Of Us ha qualche debito nei confronti di opere cine-televisive precedenti, basti pensare all’apri-pista The Walking Dead di Frank Darabont (AMC, 2012-2022). Ma già la sua origine videoludica era pura narrazione post-postmoderna (evidenti le tracce di Io sono leggenda di Francis Lawrence, 2007) che, a sua volta, ha ispirato il cinema degli ultimi anni come i due splendidi capitoli di A Quiet Place di John Krasinski (2018, 2021). Comunque l’episodio pilota promette un grande spettacolo che si svilupperà nel corso delle prossime settimane (nove in tutto) e non è azzardato dire che questa prima ora e mezzo è già entrata a far parte della storia delle televisione contemporanea.

Anna Torv. Still da “The Last of Us” (Craig Mazin, Neil Druckmann, 2023). HBO

Note a margine: la serie ha registrato un boom di ascolti diventando il secondo debutto più grande di HBO dopo lo spin-off House of the Dragon (R. Condal, G. R. R. Martin, 2022). Anche i Depeche Mode possono godere di tale successo, visto che la loro Never Let Me Down Again, dall’album Music for the Masses del 1987 (è nei titoli di coda), ha avuto un picco di ascolti in streaming del 200%; la stessa cosa è successa a Kate Bush per Running Up That Hill dall’album Hounds of Love (1985), brano simbolo della quarta stagione di Stranger Things (fratelli Duffer, 2016 – in corso).

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