Tredici Pietro. “Uomo che cade” …nella trappola dell’Ariston
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Diego Muleri
- 25 Febbraio 2026
Uomo Che Cade parte con il piede giusto: flow serrato, ritmica composta, una melodia di strofa che sa essere languida senza cedere al melenso. Poi, come se qualcuno avesse acceso le luci in sala, Tredici Pietro, al secolo Pietro Morandi, si ricorda che siamo a Sanremo e che bisogna piacere a tutti: mamme, nonni, adolescenti, algoritmi, fauna domestica e galassie lontane. E allora ecco un ritornello largo, accomodante, studiato per attecchire. Viene il dubbio: non sarà proprio lui, in un’ironia involontaria, l’uomo che cade nelle trappole del Festival?
Nel videoclip, Morandi si muove da rapper magnetico e figlio d’arte in spazi liminali: appuntamenti romantici sospesi nel vuoto, crateri spalancati nel pavimento, skyline palesemente artificiali. Un gioco di finzioni che rilancia la questione della rappresentazione e del falso già affrontata, in modi diversi, da Nayt e Sayf nei loro recenti passaggi sanremesi. Il pezzo accosta un indie pop zuccherino a un jazz rap elegante: croce e delizia di un’artisticità che ama le commistioni – spesso con ottimi risultati – ma che talvolta si smarrisce nell’ansia di classifica, nella smania del like.
Uomo che cade segue Non Guardare Giù, che s’interrogava sulla vertigine della discesa dopo l’ascesa. Qui la caduta è sentimentale:alienazione di coppia, lei come lugubre femme fatale, lui come sasso inerte consegnato alla gravità.
Pietro si descrive inutile, buio, sporco; lei, annoiata, indaffarata, destinata a crollare con lui. Il testo procede per immagini riuscite (Tu ti sporchi a restare con me / Io per te potrei anche perdermi in un gioco di niente / A volte siamo bravi a sparire per non rischiare di farci male”) e sentenze da indie-boy con il cuore ammaccato (Tu sei la fine del film / La grande esplosione / La notte che conquista il giorno / un nuovo colore / Sei la lama / Trafitta /E io il tuo polmone), pennellando uno spleen metropolitano che all’Ariston suona familiare.
Eppure, dopo un disco che sembrava averlo collocato con decisione in una dimensione più autoriale, questo brano rappresenta il classico compromesso: in parte esplorazione stilistica godibile, in parte passo indietro. Non tradisce il talento, ma ne offre la versione più accomodante.
