Sayf. “Tu Mi Piaci Tanto” e le (dis)illusioni dello Stivale
-
Diego Muleri
- 25 Febbraio 2026
Quando si spegne la luce, tu con chi rimani?
Completino nero, mocassini, sorrisino da prime time. Sayf (Adam Viacava) si sogna star della tv nel videoclip di Tu Mi Piaci Tanto, il brano con cui il ventiseienne italo-tunisino debutta a Sanremo 2026. Modello Ghali? In parte sì, ma con i dovuti distinguo: “Non voglio fare il Ghali 2.0 solo perché ho i rasta e sono italo-tunisino”, ha chiarito. E il punto è proprio questo.
Perché se il pezzo – nel suo piacione ma stratificato pop rap cantautorale – intercetta l’ironia malinconica e certe curvature melodiche di Casa Mia, la canzone che nel 2024 ha portato Ghali al quarto posto, l’intenzione non è mera imitazione. Sayf lo aveva già fatto intravedere in brani come Una Can, Egoista, o nel più trascurabile feat in Sto Bene al Mare di Marco Mengoni: un rap capace di stemperarsi nel pop senza annacquarsi, mantenendo attrito e personalità.
Prodotto dai fidati Jiz e Dibla, Tu Mi Piaci Tanto è un oggetto ambiguo: non sloganistico, ma tentato dallo slogan; non confessionale, ma capace di affondare; non pacifista, eppure in grado di dire molto con un’immagine come “un fiore su una camionetta”. Il ventiseienne nato a Genova – madre tunisina, padre italiano – brilla proprio in questa tensione compressa: accosta insicurezze e prese in giro, pressioni e frecciate, memoria e disillusione nazionale nello spazio di tre minuti.
C’è la chitarra acustica in levare, i fiati a bordare, una crescita ritmica controllata e un ritornello pop ciclico, quasi snervante per quanto insiste. Nel testo si sfotte Berlusconi e il suo “L’Italia è il paese che amo”, si denuncia come “le tue tasse vanno spese in un hotel a ore”, si allude a uno Stivale noto “per qualche fatto, ma minimizziamo”. Ma c’è anche Luigi Tenco e il vuoto che la sua morte al Festival continua a evocare; ci sono le pressioni del tirocinio, il denaro che corre più veloce di noi, il fiato corto di una generazione schiacciata dal tempo. E, sotto tutto, quella verità elementare che livella: “siamo tutti uguali / figli di nostra madre / vogliamo solo amare”.
Il videoclip spinge ancora più in là la riflessione, sfanculando la televisione e i suoi artifici, trasferendone l’influenza tossica nel perimetro domestico. Sayf si immagina prima conduttore di un talk show/gioco a premi – veline, truccatori, coreografie –, poi protagonista di un film malinconico in bianco e nero, quindi star assediata da giornalisti e paparazzi, fino a farsi telecronista accanto a Fabio Caressa. Il piccolo schermo diventa regista occulto di emozioni e pensieri collettivi. Senza forzare i paragoni, l’accenno satirico al “genocidio culturale” di pasoliniana memoria è evidente: la televisione come macchina di omologazione.
Reduce dall’ottimo EP Se Dio Vuole, e già riconoscibile per una dimensione live fuori asse (quanti rapper si mettono a strombettare sul palco?), Sayf ha le carte per intercettare il grande pubblico e ritagliarsi il ruolo di sorpresa del Festival. Il brano non è rivoluzionario né travolgente, ma tiene la barra: direzione chiara, messaggio nitido, suggestioni timbriche coerenti, anche sotto le luci – e le grinfie – dell’Ariston. E non è poco.
