“Imitation of Life”. I R.E.M. catturano il senso della vita in appena 20 secondi
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Davide Cantire
- 28 Giugno 2021
Tre anni dopo Up, il loro album più elettronico e sperimentale, e immediatamente dopo aver composto lo score originale per il film Man on the Moon di Miloš Forman, i R.E.M. si misero al lavoro sul loro dodicesimo disco in studio: Reveal. Titolo chiarissimo ma allo stesso tempo soggetto a svariate interpretazioni: può significare svelare, come se Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills custodissero questo segreto e non vedessero l’ora di confidarlo al proprio pubblico; ma può anche voler dire manifestare, come quell’intenzione di tornare per così dire alle origini dopo che buona parte della critica aveva accolto malvolentieri la svolta dei due lavori precedenti. E come tornare alla propria dimensione se non attraverso una canzone realizzata nello stile ormai consolidato e cristallizzato nel DNA del gruppo statunitense? Stiamo parlando ovviamente di Imitation of Life, brano apripista dell’album pubblicato come singolo il 30 aprile 2001, all’indomani dell’entrata dell’umanità nel nuovo millennio e pochi mesi prima del terribile attentato alle Torri Gemelle che caratterizzerà le sorti del decennio successivo e riconfigurerà una realtà del tutto nuova, scollegandola in maniera definitiva da quello che erano stati gli anni ’80 e i più recenti ’90s.
I R.E.M. danno il benvenuto però al nuovo millennio richiamando – anche se in un contesto tutt’altro che allegro e a dir poco velenoso nel suo messaggio testuale e visivo – la bellezza. Il titolo è un ovvio riferimento all’omonimo film di Douglas Sirk, considerato il padre del melodramma americano, i cui film erano dotati di un impressionante gusto estetico e una sensibilità che raramente si trovava nei lavori dei suoi contemporanei (e che verrà imitato e omaggiato nei decenni successivi, chiedere a Todd Haynes). Il videoclip che ne scaturirà – e che ricordiamo tra i più trasmessi in loop da MTV – è di quelli che rimangono impressi sia nella mente dello spettatore sia nella storia dei video musicali, anche fosse soltanto per la genialità dell’escamotage visivo utilizzato per la sua creazione. Sì, perché l’intero lavoro diretto da Garth Jennings dura solamente 20 secondi. Per l’utilizzo originale del montaggio, l’occhio dello spettatore viene indirizzato di volta in volta sui vari personaggi di quello che è un vero e proprio quadro impressionista, dove l’azione viene via via riazzerata e il naturale scorrere degli eventi resettato. Fu lo stesso Stipe, nel corso di un’intervista concessa proprio a MTV, a spiegare il meccanismo alla base del videoclip di Imitation of Life:
L’intero video ha una durata totale di 20 secondi. Quello che si vede è un ciclo che va avanti per 20 secondi, indietro per 20 secondi, per 20 secondi in avanti, all’indietro per 20 secondi, con una sola telecamera, statica, e quindi utilizzando una tecnica chiamata pan and scan, che è una tecnica che viene utilizzata quando da un formato widescreen si va a riformattare per misura il vostro televisore o DVD, muovendosi su alcune parti dell’intera immagine. E così si vede quel che facciamo inquadrando le diverse persone all’interno della struttura
Michael Stipe
Stipe stesso nel corso del videoclip non canta tutta la canzone, ma solo un estratto della durata reale del video, appunto solo 20 secondi, con gli altri personaggi che ne mimano la parte mancante a turno, ognuno con una parte differente di testo. Prendendo in prestito, poi, le parole del Nostro nella monografia dei R.E.M., «Imitation of Life è l’ultima rampolla del filone cui appartiene Losing My Religion e la ricorda anche, un filone che era stato abbandonato e al quale i musicisti ritornano quando ne vale la pena, cioè quando c’è l’ispirazione per una grande canzone come questa».
