Elliott Smith
Elliott Smith in Miss Misery

Elliott Smith. Miss Misery, il ragazzo con il garofano rosa

Elliott Smith non è più tra noi da più di 20 anni.

Ma non staremo qui a fare il recap della sua tragica vicenda perché con gli artisti che si sono tolti la vita c’è sempre il rischio di impantanarsi lì, senza andare troppo oltre. Invece di ricordare come è morto, allora, è bene raccontare anche e soprattutto come sia ancora vivo, cioè quanto la sua musica sia importante oggi e la sua influenza ancora attuale. Per farlo non c’è storia migliore di quella del video di Miss Misery e del ragazzo con il garofano rosa.

Forse oggi non lo è più, ma in passato Miss Misery è stata sicuramente la canzone più famosa di Elliott Smith. Si tratta, infatti, di un brano spartiacque nella carriera del cantautore di Omaha; non un semplice brano di successo, quindi, ma IL brano che ha portato il nome di Elliott Smith all’attenzione del mondo. Nel suo universo musicale c’è sicuramente un pre Miss Misery, che comprende gli esordi “grungy” con gli Heatmiser e i primi tre album solisti, più intimisti e spogli – Roman Candle (1994), Elliott Smith (1995) e Either/Or (1997) – e un mondo “post” con i dischi della maturità: XO (1998) e Figure 8 (2000), più il postumo From A Basement On A Hill (2004), che arricchiscono il suono scarno della chitarra con architetture strumentali più complesse. Per chi volesse approfondire vita e opere rimandiamo alla nostra monografia.

Ma come è stato possibile che una canzone d’amore dedicata al proprio dolore e alla depressione – certamente più ricca dal punto di vista degli arrangiamenti rispetto al passato, ma comunque non troppo distante da quelle meraviglie fragili come le foglie calpestate in autunno- diventasse una hit alternativa?

La risposta è molto semplice. No, non c’entra una serie tv, ma quasi. C’entra un film. A dimostrazione del fatto che anche in passato, quando non esistevano Netflix e TikTok, certe dinamiche non erano poi così tanto diverse da quelle di oggi.

La popolarità di Miss Misery è dovuta al suo inserimento nella colonna sonora di Will Hunting – Genio Ribelle, film del ’98 con Matt Damon, Ben Affleck e Robin Williams, diretto da Gus Van Sant – un regista incline alla musica alternativa e alle sue personalità più fragili, tanto che finirà per dirigere anche il discusso Last Days (2005) ispirato agli ultimi giorni di Kurt Cobain. Fu proprio il regista, innamoratosi di Smith, a insistere per avere la sua musica nel film. Non si tratta del suo unico brano presente nella pellicola – c’è anche Say Yes, ad esempio – ma Miss Misery era il più importante perché rappresentava l’inedito “scritto appositamente per”. O almeno questo è quello che hanno raccontato, in modo da poter ricevere un’incredibile candidatura agli Oscar come miglior canzone. In realtà, esisteva già una prima versione “scheletrica” del brano – pubblicata nella raccolta del 2007 New Moon – ma con un testo diverso, che venne poi riadattato apposta per evocare in qualche modo il film (in particolare la scena chiave del parco).

La nomination agli Oscar arrivò proprio durante le riprese del video ufficiale e fu quella la scintilla che fece fare il salto quantico di notorietà alla canzone e al suo (cant)autore: uno che in realtà era sempre stato piuttosto schivo nei confronti del successo, che non amava le luci della ribalta e aveva difficoltà persino a esibirsi in pubblico. Lo ammette candidamente nel documentario sulla sua vita Heaven Adores You: “Sono il tipo di persona sbagliata per essere davvero grande e famoso”. E lo si vede anche nei video delle sue esibizioni dal vivo. Se si recupera, ad esempio, la famosa puntata pilota dello show televisivo di Jon Brion, ripresa da Paul Thomas Anderson, lo si vede entrare in difficoltà già al terzo brano: dopo 10 secondi si interrompe, dice che deve rifare tutto d’accapo e poi tira uno di quei sospironi che si fanno soltanto prima di fare qualcosa di cui si ha veramente molta paura.

Per questo il video ufficiale di Miss Misery l’aveva affidato a un amico che aveva conosciuto tramite Beck: l’artista poliedrico Ross Harris (regista, attore, fotografo ecc.) il cui stile semplice e pacato aveva già avuto modo di apprezzare in due precedenti occasioni: per il suo primo video solista di Coming Up Roses e per quello di un altro brano degli Heatmiser, Plainclothes Man. Entrambi i video si basavano su un concept molto semplice con le classiche scene suonate dal vivo, intervallate dal protagonista che cammina per la città (nel primo caso) o scende in strada e sogna ad occhi aperti (nel secondo). Il tutto girato in maniera abbastanza lo-fi, tanto da far storcere il naso alla casa discografica e a quella cinematografica, quando Smith comunicò loro che Harris si sarebbe occupato anche di Miss Misery. Ma Smith fu irremovibile e alla fine convinse tutti. Harris aveva capito che Smith non era il tipo di persona a cui piacciono gli scenari elaborati e pianificati e i due erano entrati subito in sintonia (tanto che Smith finirà per fare anche un piccolo cameo nel suo film del 2001 Southlander).

Per il video di Miss Misery, Harris propose ancora una volta un’idea semplice che sembrava quasi una crasi delle due precedenti, ma senza le scene “suonate”. Altra cosa che Harris voleva assolutamente evitare era l’inserimento di spezzoni del film – cosa che nell’industria dell’intrattenimento dell’epoca era quasi un’eresia. E infatti fu un nuovo motivo di scontro. In pratica, nell’idea iniziale c’era soltanto Smith che camminava per strada con un abito bianco e gli occhiali da sole; più un singolo momento in cui cantava da dietro una recinzione, in omaggio a un video di Serge Gainsbourg, in cui il cantautore francese faceva altrettanto, cantando una canzone d’amore in un’unica lunga ripresa.

Poco prima di iniziare a girare, però, arriva la notizia della candidatura agli Oscar e di colpo le cose si fanno più complicate, all’improvviso tutti sono più nervosi, la tensione aumenta e pure il budget raddoppia da 20 mila a 40 mila dollari. Harris però non cambia nulla. L’unica cosa che viene aggiunta è l’elemento del poliziotto che segue Smith per tutto il video. Ma fu una cosa del tutto casuale: si trattava di un vero poliziotto a cui chiesero di partecipare soltanto perché entrambi l’avevano notato e trovato particolarmente buffo. Il fatto che si sia prestato al pedinamento, ma abbia voluto tenere il casco per tutto il tempo ha aggiunto al video quel giusto mix di divertimento e paranoia, che ha contribuito a renderlo iconico, nonostante i suoi pochi elementi distintivi. Un altro di questi sarà il garofano rosa appeso all’occhiello del vestito di Smith, su cui torneremo più avanti.

A fare il resto ci penserà un brano letteralmente strepitoso nella sua “semplice complessità”, con la chitarra acustica sempre al centro e tutt’intorno un vortice di tastiere e voci eteree. Il testo, come molti altri di Smith, gioca sul filo dell’ambiguità: a un primo ascolto sembrerebbe suggerire la presenza di un ex amate, con cui si erano fatti dei progetti ormai svaniti – Avevo dei progetti per entrambi / Che prevedevano un viaggio fuori città – e da cui, però, non ci si riesce più a staccare -“Tu mi conosci/ torno quando vuoi tu”.

Ma addentrandosi nell’ascolto si insinua sempre più prepotentemente il dubbio che la vera dedicataria della canzone – cioè la vera Miss Miseria – sia la miseria stessa da cui il protagonista non riesce più a fuggire e allora vi si lascia andare: Si tratta di cadere / Svanire nell’oblio / È facile da fare. […] Ti manco, Miss Miseria. Come dici tu?

Sebbene la scena finale del film su cui viene fatta partire la canzone punti al lieto fine, con il ragazzo “problematico” che fugge insieme alla ragazza, nella director’s cut del video voluta dal regista, questa parte romantica non c’è ed è probabilmente per questo che si avvicina di più alla vera essenza del brano. Esiste, tuttavia, anche un’altra versione del video in cui, così come voleva la casa cinematografica, sono state inserite le varie scene romantiche del film, che in sostanza edulcorano il messaggio più profondo del brano.

Ciò comunque non bastò a far vincere l’Oscar a Miss Misery perché in quello stesso anno, tra i candidati, c’era un colosso di romanticismo molto più duro da battere, che rispondeva al nome di Céline Dion, vincitrice della statuetta con My Heart Will Go On, dalla colonna sonora di Titanic. Per chi ascolta un certo tipo di musica quella sconfitta fu un duro colpo da digerire.

Fortunatamente quest’anno a rendere il ricordo di Smith meno doloroso e spettrale – e in qualche modo più luminoso e vincente – ci hanno pensato le Boygenius durante la serata di premiazione dei Grammy, in cui si sono portate a casa tre premi (Best Rock Song, Best Rock Performance e Best Alternative Music Album). In molti hanno apprezzato l’outfit con abito bianco delle tre musiciste (al secolo Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus) scelto proprio per rendere omaggio a Elliott Smith (di cui le ragazze si sono rivelate profonde ammiratrici, anche nei testi delle loro canzoni). Una sorta di riscatto per quella famosa notte degli Oscar del 1998, quando la musica indie rock più vulnerabile e delicata al mondo si scontrò contro il Titanic. Perdendo. Come era ampiamente prevedibile, tanto che Madonna nel dare l’annuncio si mise a ridacchiare, esclamando “Toh che sorpresa!”. Smith non poteva vincere, lo sapeva e non ci voleva manco andare a quella serata, vista la sua riluttanza a suonare in pubblico, ma alla fine gli dissero che se non ci fosse andato la sua canzone l’avrebbero fatta cantare lo stesso a qualcun altro.

L’avrebbero fatta fare a uno come Richard Marx. E credo che prima di dirmi questo avessero fatto delle ricerche per scoprire cosa mi avrebbe infastidito di più. O forse Richard Marx è uno spauracchio universale
ipse dixit Elliott Smith

A quel punto Smith decise, suo malgrado, di accettare l’invito, facendosi prestare da Beck un completo bianco uguale a quello che sfoggiava nel video ufficiale della canzone.

Come ha scritto Carl Wilson in Musica di Merda “i produttori degli Oscar non gli permisero di sedere su uno sgabello, lasciandolo sperduto a stringere la chitarra tra le mani sull’ampio palcoscenico vuoto. E così la canzone sembrò piccola e incantevole come una miniatura persiana del XVI secolo”. Il dettaglio mancante è il fiore agganciato al bavero: Smith, infatti, avrebbe voluto indossare lo stesso garofano rosa che aveva nel video, ma gli dissero di no, “Questo fiore è ridicolo, toglilo”.

Venticinque anni dopo le Boygenius hanno riportato la musica indie rock sul tetto del mondo e rimesso quel fiore al suo posto.

“Nella prossima vita, mi troverai? / Sarò il ragazzo con il garofano rosa / appuntato al bavero, che sembra un inferno e chiede aiuto / Se lo farai, saprò che sei tu
Boygenius, We’re in Love

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