Public Image Limited - Rise - videoclip

Public Image Limited. “Rise”, la rabbia è energia

Nato a Londra da genitori irlandesi, John Lydon, alias Johnny Rotten, ha sempre rivendicato con orgoglio la propria identità britannica, definendosi prima di tutto un esponente della classe operaia londinese. Le sue radici irlandesi, tuttavia, hanno continuato ad accompagnarne il percorso personale e artistico, riaffiorando più volte nelle autobiografie come un elemento decisivo della sua formazione.

In Rotten – No Irish, No Blacks, No Dogs, l’ex leader dei Sex Pistols ricorda i pregiudizi subiti durante l’infanzia: «Quando ero molto giovane e andavo a scuola, ricordo che alcuni genitori inglesi mi lanciavano mattoni… Eravamo la feccia irlandese». Lo stesso legame riaffiora anche in Anger Is an Energy: My Life Uncensored, dove racconta una frase che gli ripetevano i genitori: «Da bambino c’era una frase che dicevano sempre mia madre e mio padre, e metà del vicinato, che per caso era irlandese: che la strada ti venga incontro e che i tuoi nemici siano sempre alle tue spalle».

May the Road Rise to Meet You è un’antica benedizione gaelica che Lydon rielabora nel ritornello di Rise, trasformandola in May the Road Rise with You, un invito a elevarsi insieme, a reagire alle avversità senza rinunciare alla speranza. È il cuore di un singolo destinato a diventare il brano simbolo dei Public Image Ltd. e il manifesto della nuova fase inaugurata da Album, l’LP che nel 1986 ne ricalibra il suono in una chiave senz’altro più accessibile.

Dietro questa svolta c’è Bill Laswell, allora una delle figure più interessanti della scena newyorkese. Bassista dei Material e produttore già richiesto per la sua capacità di mettere in dialogo funk, jazz, elettronica e avanguardia, aveva costruito attorno a sé una fitta rete di collaborazioni fuori dagli schemi, diventando uno dei principali interpreti di quella contaminazione senza confini che negli anni Ottanta stava ridefinendo il concetto stesso di produzione musicale. È proprio da un suo azzardo che prende forma il disco. «Cominciamo a chiamare un po’ di gente e vediamo se è disposta a collaborare con te», gli avrebbe detto poco prima dell’inizio delle registrazioni. Ed è così che attorno al frontman prende forma un’autentica all-star band composta, tra gli altri, da Ginger Baker, Steve Vai, Ryūichi Sakamoto, Bernie Worrell, Tony Williams, Nicky Skopelitis, Malachi Favors dell’Art Ensemble of Chicago e, proprio in Rise, dal violinista indiano L. Shankar.

Da qui la coralità di un brano che si apre con una percussività asciutta e marziale, sulla quale si innesta una melodia che richiama la tradizione del folk irlandese. Una progressione dal respiro quasi epico che trova il proprio culmine nell’assolo di Steve Vai e nell’ormai proverbiale «Anger is an energy», la cui apparente aggressività nasconde in realtà un invito a trasformare l’indignazione in forza vitale e capacità di reagire.

Nel videoclip associato al brano troviamo Peter Care, uno dei videomaker più originali e influenti tra gli anni Ottanta e Novanta, già autore di lavori per Bruce Springsteen, New Order, Depeche Mode, Roy Orbison e non ultimi i R.E.M., con i quali instaurò un lungo sodalizio culminato nella realizzazione del documentario Road Movie.

Qui Care traduce in immagini i temi della canzone, nata come risposta all’apartheid sudafricano e alle violenze del regime segregazionista. Edifici fatiscenti in una città senza nome, attraversata da interminabili file di panni stesi. Un paesaggio che evita qualsiasi riferimento esplicito, preferendo una messa in scena fortemente allegorica attraverso cui tradurre le immagini di un testo invece diretto: «Mi misero un filo elettrico in testa / per le cose che avevo fatto e detto / fecero sparire questi sentimenti / un cittadino modello sotto ogni aspetto», canta Lydon, mettendo in scena il processo attraverso cui il potere tenta di cancellare ogni forma di dissenso e normalizzare l’individuo. Oppressione, ribellione e resistenza prendono così forma in una sequenza essenziale che può richiamare tanto le township del Sudafrica quanto la Londra operaia del dopoguerra nella quale lo stesso Lydon è cresciuto. In altre parole, una metafora della marginalità e dell’oppressione.

Contesto a parte, dallo sguardo rivolto in camera ai movimenti convulsi e alle pose plastiche, l’occhio dello spettatore è tutto per Lydon, che domina letteralmente la scena alternandosi con una sorta di presepe laico popolato da donne intente al bucato, bambini e musicisti di strada. Un’umanità ai margini lontana dall’estetica patinata di molta produzione video della metà degli anni Ottanta. Ed è proprio con Rise che cambia la percezione pubblica del musicista: dal provocatore nichilista identificato fin dai tempi dei Sex Pistols a una figura più sfuggente e complessa.

È allora che si aprono per lui le porte di Top of the Pops e, idealmente, della televisione, con la quale si sarebbe misurato più volte negli anni successivi. La sua personalità contraddittoria avrebbe continuato a dividere pubblico e critica. Resta però difficile negare che la sua visione anticonformista abbia lasciato un’impronta profonda nella storia del rock: non solo attraverso le provocazioni che ne hanno alimentato il mito, ma soprattutto grazie a canzoni come Rise, nelle quali la rabbia smette di essere distruzione e diventa, come suggerisce il suo verso più celebre, una forma di energia capace di trasformare il mondo.

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