Recensioni

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Su queste pagine seguiamo da tempo la traiettoria di Ziúr, fin dall’esordio con U feel anything? (2017) e le sue destrutturazioni post-club che si andavano coagulando attorno a quella che un po’ genericamente possiamo definire conceptronica. Il 2017 sembra (o forse è) una vita fa, e Ziúr nel frattempo si è mossa portando avanti una visione sempre dai margini (non solo sensoriali ma anche e soprattutto identitari) del club. Adesso Home, pubblicato da Kuboraum dopo un’anteprima audiovideo all’Atonal di Berlino: un lavoro che segna una profonda svolta nel percorso dell’artista.

Il disco nasce da un’esperienza non geografica ma interiore, quella della producer di stanza a Berlino che, leggiamo, per la prima volta si confronta con la propria identità tedesca. Un concetto finora evitato, che oggi si trasforma in una cassa di risonanza di tensioni e contraddizioni, spingendo la sua ricerca sonora verso territori inediti e personali.

L’esplorazione, condotta attraverso un’intima ricerca personale, abbandona il caos percussivo e militante del precedente Eyeroll (Hakuna Kulala, 2023) e la viscosa IDM di Antifate (PAN, 2021). Se in passato il suo suono si definiva attraverso “ritmi tentacolari ma mai ospitali“, e collaborazioni che ne decostruivano la forma, qui materia prima diventano la voce dell’artista, la melodia e, soprattutto, la lingua tedesca. Un ribaltamento che sembra muovere il focus dalla produzione complessa a un’urgenza confessionale.

Brani come Brown is the Color e Tame si muovono sul confine tra introspezione e vulnerabilità, intrecciando una vocalità cruda e non processata, ritmi spezzati e chitarre new wave dal sapore spettrale. La traccia centrale, Im Bann Der Wehenden Fahnen (“Il fascino delle bandiere al vento”, NdA), spinge invece la tensione in territori più espliciti, con un testo che, sorretto da un fumoso pianoforte quasi jazz, insiste sul paesaggio storico-sociale tedesco attuale, incastrato tra rigurgiti neonazisti e ipocrisie di cui anche noi, da lontano, siamo quantomeno testimoni (“Wenn die Moral der Geschichte geschickt kaschiert wird wird in der Gunst der Stunde Wort für Wort neu etikettiert“, canta, “quando la morale della storia, così ben nascosta, raggiunge il punto in cui deve essere riformulata parola per parola”). Altrove, le scorie industriali di No Yawn e le dissonanze corali di All Odds No Chants tracciano una mappa sonora che è al tempo stesso documento e reinvenzione, come lo è la gotica title track, una selva di stratificazioni in cui la voce si disperde in incantesimi di echi, simile a una ninna nanna oscura dei Coil.

Ziúr trasforma così quel luogo astratto e scomodo dell’identità nazionale in uno strumento vivo, risvegliando le memorie imprigionate nelle sue narrazioni. Dopo averci guidato in mondi futuribili e claustrofobici, Home vuol essere un’indagine sul potere del suono di creare appartenenza, un modo per costruire la propria casa con i frammenti di un mondo complesso, dimostrando una maturità artistica coraggiosa e spiazzante, da lodare forse non tanto per l’audacia sonora (in Eyeroll si era su altri livelli da questo punto di vista) ma per la scelta di affrontare un nodo legato all’identità che da personale si fa collettivo.

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